

Foto: Adraint Bereal
«Signora Badu, le piacciono i film?». È la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi è apparsa sullo schermata Zoom Erykah Badu, per cominciare la nostra conversazione sul suo primo album in studio dopo 16 anni Before the World Blows. È frutto di 18 mesi di registrazioni insieme a The Alchemist, leggenda dell’hip hop che ha prodotto molti grandi artisti degli ultimi trent’anni.
«Se mi piacciono i film? Sì. Certo».
Mi era venuto in mente C’era una volta in America, quando Fat Moe chiede a Noodles, «cosa hai fatto in tutti questi anni?» e lui risponde: «Sono andato a letto presto». Sedici anni sono tanti, soprattutto per un’artista che nei primi 13 anni della sua carriera ne aveva realizzati cinque. Il primo, Baduizm, è una pietra miliare del R&B, alla stregua di The Miseducation of Lauryn Hill, e non a caso l’ex leader dei Fugees ha chiamato l’amica Erykah per il suo festival Diaspora Calling! a Milton Keynes, in Inghilterra, lo scorso 7 agosto. Una delle tante sere su un palco, davanti a un pubblico, di Miss Badu, come ci tiene a puntualizzare.
«Cosa ho fatto negli ultimi 16 anni, oltre ad andare a letto presto? Ho vissuto in tour. È quello che faccio da 30 anni, otto mesi su dodici sono sul palco. Mi considero un’artista live e registro un disco solo quando ho qualcosa da dire, perché richiede tanta vita vissuta e procrastinazione, andare a letto presto, amore, paura, odio, sogni». E da dire ne ha in Before the World Blows, ma aveva anche bisogno di qualcuno che scatenasse nuovamente i suoni, la musica che ha dentro. «Ascolto la musica di Al (Alan Daniel Maman vero nome di The Alchemist, ndr) da 30 anni, ma c’era una canzone in particolare, tratta dall’album Murda Muzik dei Mobb Deep intitolata The Realest. La base strumentale era la mia preferita su cui cantare in auto. Facevo finta fosse una mia canzone, ma non avevo mai nemmeno pensato di poter realizzare qualcosa di simile. Poi un amico comune mi ha presentato Al, e due anni fa abbiamo cominciato a lavorare insieme».
«Quando il rapporto è diventato serio, mi sono spaventata, come capita di solito all’inizio delle relazioni. Mi ci è voluto un po’ di tempo prima di impegnarmi davvero. A un certo punto sono andata nel suo studio e ho iniziato a cantare sui beat che aveva realizzato nel tempo libero, composizioni già perfette, ma non pensate per questo album, semplicemente cose che aveva fatto perché è quello che fa quasi ogni giorno: creare musica. Lui se ne stava lì e mi ha dato lo spazio. E la mia voce è partita dalla gola e dalla bocca, per poi trasformarsi in corni, batteria, basso, sintetizzatori e altri strumenti, che sono tutte estensioni della mia voce. E abbiamo creato qualcosa. Dopo un po’ avevamo un sacco di brani. Ecco perché l’ho fatto: perché avevo di nuovo una voce con cui registrare».

L’album d’esordio Baduizm fu una rivoluzione, triplo disco di platino con tre milioni di copie vendute, due Grammy vinti. L’inizio di una carriera folgorante legata a doppio filo a una visione della vita assai particolare, in cui si sono intrecciati amori, figli, echi dal passato, politica, lotta, misticismo e anche polemiche, come quelle che hanno accompagnato il video di Window Seat, canzone tratta dal suo ultimo album in studio New Amerykah, Pt. 2. Erykah cammina per le strade di Dallas spogliandosi progressivamente, fino ad arrivare completamente nuda sul luogo in cui fu ucciso JFK. Un video girato in stile guerriglia, senza chiedere autorizzazioni, potentissimo, ma che ha scatenato un putiferio.
Forse anche per questo Erykah ha aspettato tanto per tornare in studio. Ha aspettato che si accumulassero suoni, parole, pensieri, emozioni, per riversare tutto in una volta sola. Before the World Blows è un disco complessissimo e affascinante, in cui R&B, hip hop, rap, jazz, funk cercano continuamente di prendere il sopravvento l’uno sull’altro, trovando un’armoniosa convivenza nell’arco dei 63 minuti. Difficile raccontarlo diversamente da così, ma d’altronde raccontare la musica è un controsenso. È un’esperienza, da vivere testi alla mano, un album da ascoltare e da leggere, come succedeva una volta, senza distrazioni da second screen e desiderio di scroll sui social. Bisogna immergersi nel suo flusso di coscienza e lasciarsi andare.
Ed è quello che va fatto anche quando si parla con lei. «Scusa se ogni tanto mi perdo, ci sono sempre tante cose nella mia testa e talvolta devo seguirle per forza» mi dice a un certo punto, ed è quello che mi conferma anche Alchemist quando gli chiedo com’è stato lavorare con lei.
«Un sogno che si è avverato. Lavoro tantissimo con i rapper, non lavoro molto con i cantanti. Avere una voce così straordinaria sui miei beat è stato un sogno e un lungo viaggio che non sapevamo esattamente dove ci avrebbe portati. Ma non avrei mai pensato di arrivare al punto di attirare la sua attenzione o di realizzare un brano che la stimolasse e la spingesse a scrivere. Penso che la cosa più alta, la cosa più grande che si possa fare come produttore sia ispirare qualcuno a scrivere. Ed è solo tempismo divino, mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto. Siamo riusciti a far incrociare le nostre energie e a unirle per creare qualcosa di speciale fin dall’inizio. È stato incredibile, per me, senza dubbio, sono rimasto sbalordito dal suo processo creativo. Se hai la fortuna di farne parte di quella cerchia, capisci molte cose. Non sapevo che avremmo realizzato un intero progetto. Sapevo solo che era incredibile sentire la sua voce e i suoi testi nei brani».
Testi che vanno interpretati, ma che messi in fila raccontano molte storie. A partire dal trauma generazionale, affrontato in maniera molto profonda, come mi conferma Erykah. «Hai ragione, penso di averlo vissuto sufficienti volte da conoscere bene lo schema. I miei figli trarranno beneficio dalle mie esperienze e dal modo in cui descrivo, in modo giocoso, le cose che ho vissuto. Non voglio svelare troppo, la vita è un viaggio emozionante che puoi scrivere tu stesso. Quindi non volevo scrivere il copione per loro, ma solo dare qualche suggerimento lungo il percorso su come potrebbe essere o su come non deve necessariamente essere».

Erykah Badu sarà in concerto al Nazionale di Milano il 19 e 20 ottobre, per JazzMi. Foto: courtesy of Control FREAQ
Si è divertita a tornare in studio. Quando le chiedo se c’è stato qualcosa nei 18 mesi di lavoro che l’ha particolarmente colpita di questo mondo che sta esplodendo e che ha trasformato in canzone, svicola, racconta com’è nato uno dei pezzi su cui lei e Alchemist hanno riso. «C’è un pezzo nell’album, No I.D., è un riferimento a un amico produttore che abbiamo in comune. È un omaggio a molti produttori che adoro. Nella canzone dico: “Se The Alchimist non mi dà una mano, mi farò fare un beat da No I.D.”. Lo stavo un po’ minacciando, per scherzo, perché il 90% di quello che facciamo è ridere, in particolare di noi stessi».
Molto sano, ma Erykah è un’artista e in quanto tale «tutto quello che faccio è una dichiarazione politica». E Before the World Blows è un album molto politico. «Vero, ma non mi sono soffermata su qualcosa in particolare. Abbiamo riflettuto sui tempi che corrono, su un quadro generale cupo, violento, lo senti in questa musica. È nostro compito come artisti. Tutto ciò che abbiamo creato ha una sfumatura di attivismo. Come artisti, siamo anticonformisti. È già di per sé una dichiarazione politica realizzare un album oggi, in questo momento storico, con tutte le distrazioni e i comportamenti minacciosi sui social media. Ti fa quasi paura, se non stai attento, creare puramente dal cuore».
Erykah usa la parola giusta. Before the World Blows è un album basato su una violenza armonica organizzata che evoca e trasmette la confusione dei nostri giorni. «Confusione organizzata… sì, è un buon modo per descriverlo» commenta Alchemist. «Come produttore attingo da ogni genere, da ogni epoca. È un mix eclettico. E mi piace lavorare con l’incertezza. Non mi piace avere un’idea completa di ciò in cui mi sto buttando. Mi piace avere tanti elementi validi e poi sperimentare per scoprire cosa succede. E penso che questo stia accadendo nel mondo. Non sappiamo cosa diavolo stia succedendo. Ma siamo qui, in un laboratorio, e bisogna tirare fuori quello che abbiamo dentro. Noi siamo dei conduttori, l’energia passa attraverso di noi e si riversa nella nostra arte. E penso che sia proprio questo il motivo per cui molte persone si identificano con la nostra musica, è una via di fuga. Penso sia questa la grande arte: un modo per ispirare. E vogliamo portare più luce che oscurità. Positività».
«Sono d’accordo», fa eco Erykah. «Non so mai cosa succederà, quando lavoriamo, so solo come mi sento. È come se avessimo un tavolo di legno su cui si getta una grande massa di argilla, e poi la si scolpisce e la si scolpisce ancora, e ciò che rimane è ciò che si ottiene. Cerchiamo solo di assicurarci di lasciarne abbastanza. Perché a volte si scolpisce fino a quando non rimane più nulla. Si può finire così se non si sta attenti. Cerchiamo di lasciarne abbastanza perché le persone possano interpretare insieme a noi. Questo album ormai non è più nelle nostre mani, ma è ancora troppo presto per dire quale sia il messaggio nel suo insieme. È come un bambino che appende il proprio disegno sul frigorifero, sperando che piaccia alla mamma. È così che siamo noi artisti».
E finché il disegno non è pronto, meglio non appenderlo. È il motivo di tanta segretezza attorno a questo progetto. Ma non solo. «In questo clima, credo sia la cosa migliore da fare. Come artista, mi piace tenere stretto qualcosa finché non sono costretta a lasciarla andare, finché non me lo strappano dalle mani. Continuo a creare, sento continuamente cose che andrebbero aggiunte, anche se abbiamo finito, masterizzato, confezionato e siamo pronti per il lancio. È semplicemente la natura delle cose. Sono un’artista indipendente con un’etichetta indipendente. È un figlio prezioso, è parte di me, estensione di chi sono, di chi siamo».
È un siamo molto ricco, quello di cui parla Erykah, perché oltre ad Alchemist si è circondata di artisti incredibili, che hanno permesso ad Al di creare un album dagli infiniti livelli di ascolto. «Ho avuto un’arma segreta. Si chiama Erykah Badu. La migliore in circolazione. È stata lei a dare il via a tutto. Per tutti questi grandi musicisti, ho avuto la fortuna di poter creare le bozze e i beat che hanno costituito la struttura di base. Ma gran parte di quella stratificazione è merito suo, letteralmente, e del suo team di Avengers che può riunire in qualsiasi momento. Thundercat, Kamasi Washington, Joy, Rob Free, potrei continuare, lei ha alcuni dei migliori musicisti con cui io abbia mai avuto la fortuna di lavorare sul palco e in studio. E questo mi fa fare bella figura. Mi piacerebbe potermi rilassare e dire: sì, è stato tutto merito mio».

Foto: courtesy of Control FREAQ
«In realtà è stato un processo collaborativo. E gran parte di quelle sovrapposizioni e di quei dettagli che si sentono sono opera sua, o delle sue idee, o come nel caso di Frank Moka in Witch Doctor, per esempio; è stato lui ad avere l’idea di aggiungere le percussioni, se le togli ti rimane il beat grezzo, incompiuto. Gran parte di questo consiste nel sapersi fare da parte come produttore e lasciare che la magia avvenga. A volte meno è meglio, basta fidarsi e seguire la strada. A volte non sapevamo dove stavamo andando, ma siamo musicisti, proviamo emozioni più intense rispetto alla persona media. È un dono e una maledizione. Ma quando si tratta di creare seguiamo quella luce. E bisogna avere il buon senso di capire quando è il momento di chiudere il cerchio e dire: va bene, imbottigliamolo. È stata un’esperienza straordinaria, ho imparato più di quanto abbia insegnato».
Witch Doctor è stato il secondo pezzo fatto uscire per annunciare l’arrivo dell’album. Come mai proprio questo? «Prima di pubblicare un lavoro importante, voglio eseguirlo dal vivo davanti a un pubblico, in modo da viverlo insieme, diventare un unico organismo vivente e pulsante mentre lo ascoltiamo. Quando lo eseguo, è una novità per me. E quando loro lo ascoltano, è una novità per loro. Volevo vedere come si sentivano le persone e regalarglielo in quel modo. Ho organizzato un intero tour dedicato al progetto. Niente telefoni, niente foto, solo macchine fotografiche usa e getta per i giornalisti e i fotografi, era fondamentale ascoltarlo così. Ho portato con me Alchemist, avevo una band, i Cannabinoids, con cui abbiamo improvvisato su strumenti elettronici, drum machine, tastiere e sintetizzatori. La canzone che ha risuonato di più è stata Witch Doctor. A volte dovevamo suonarla due volte perché il pubblico la cantava con noi e la sentiva dentro, specialmente con la batteria alla fine, che risvegliava qualcosa nelle persone, come fa sempre la batteria. Witch Doctor era praticamente la star dello show. E ho pensato: vediamo come va in formato digitale, perché sarà completamente diversa. Potrebbe anche non avere lo stesso effetto che ha avuto dal vivo, ma ho pensato che valesse la pena rischiare».
A proposito di tour, per quello che inizierà in autunno ha deciso di scegliere per lo più club e teatri più piccoli. «Credo che per questo disco siano perfetti. Sono le nostre umili origini. È in quei luoghi che si riesce a sentire la vibrazione di ciò che stai facendo. Più piccolo è il pubblico, più forte è la sensazione. Mi piace esibirmi nei grandi spazi, ma questi ritmi e ciò che stiamo facendo sono come un viaggio negli anni ’90, ed è il mio modo preferito di esibirmi. È molto intimo e speciale».
Ci sono alcune parole chiave molto importanti nella vita e nella carriera di Badu. La prima è amore. «L’amore è un’azione. È come l’arte, perché l’arte non è l’oggetto in sé. È il processo di creazione. Quella è l’arte. L’amore funziona allo stesso modo. L’amore si manifesta come perdono. Si manifesta come dare spazio l’uno all’altro. Si manifesta come sostegno. Si manifesta come gentilezza. Si manifesta come severità quando è necessario. Si manifesta come onestà. Ecco cos’è l’amore: un’azione». E non bisogna mai sottovalutare le conseguenze dell’amore: la famiglia, che a un certo punto è diventata più importante della sua carriera. E ora sono legate, perché una delle canzoni di questo album è stata composta dalla figlia Mars.
«La famiglia è un concetto complesso. Può essere fatta delle persone con cui si ha un legame di sangue e da quelle che scegliamo. Quando le hai entrambe, impari tantissimo su te stessa, ma ci vuole molta pazienza. Una volta sono andata a trovare Alejandro Jodorowsky nel suo appartamento a Parigi, mi ha fatto una lettura dei tarocchi e, attraverso le carte, mi ha dato alcuni consigli su un membro della mia famiglia. Mi ha detto che avrei dovuto portare tutti in una foresta, in modo che non potessero mettersi sulla difensiva, e dire loro esattamente come mi sentivo. Mi ha raccontato che una volta è andato in un bosco e ha abbattuto un albero. E quando l’albero è caduto, ha deciso che avrebbe tagliato i ponti con tutta la sua famiglia di sangue e non avrebbe mai più parlato con loro. E da questo ha tratto pace, gioia e ispirazione. La famiglia è ciò che ci si crea».

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Conseguenza della famiglia è il lascito, l’eredità, che è profondamente radicata nella sua musica, nei suoi testi e nella sua vita. «Non ho scelta. Sono la decima figlia primogenita consecutiva. Mia madre era primogenita. E prima sua madre, e la madre di lei, e la madre, risalendo indietro di dieci generazioni. Conosco i loro nomi, i luoghi che hanno calcato, ciò che provavano. Ho imparato che già nel grembo materno si trovano gli elementi costitutivi, ovvero i mitocondri, del bambino. Questo significa che io sono tutte loro. E io sono l’occasione, in questo ciclo, per esprimere quelle donna. Per correggere le cose o per costruire su ciò che c’è già. Vedo mia figlia come un miglioramento di un progetto, così come lo sono stata io. Per questo pronuncio spesso i loro nomi. Le sento. Provo sentimenti che a volte non capisco nemmeno, ma che immagino fossero i loro pensieri e sentimenti riguardo a certe cose. È importante riconoscere la loro presenza nel calore della stanza, in una canzone, nei testi o in un concerto. Quando chiudo gli occhi immagino di essere la voce che probabilmente alcune di loro non hanno mai avuto. E la sto trasmettendo a mia figlia».
Le faccio un’ultima domanda: cosa dobbiamo fare prima che il mondo vada a pezzi? «Solo un altro bacio», dice. Alchemist aggiunge «un’altra fumata, e un altro beat». Badu riprende a parlare: «Un altro abbraccio prima che il mondo vada a pezzi. Before the World Blows viene da una poesia che ho scritto. Un altro bacio, un altro pianto, un altro rap, un altro battito, un’altra canna, un altro sorso, un altro ancora. C’è una lunga lista di “ancora uno” in Before the World Blows. Stavamo parlando di un titolo per l’album, non c’era nulla che potesse descriverlo in modo adeguato. Tutt’intorno c’era la guerra, un presidente pronto a premere un pulsante, il sole che scalda troppo, e credo di avere semplicemente detto ad Al: “Tutta questa situazione prima o poi esploderà, ma prima dobbiamo finire l’album”».