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Ernia: «La nostra generazione ha sovvertito le regole»

Nel nuovo album ‘Gemelli’, Matteo Professione mette assieme pop italiano e rap puro. «Tutti ripropongono la stessa formula all’infinito. Io questi mezzucci non li uso»

Ernia

La forza del rap, o se non altro una delle forze del rap, che da ormai quarant’anni lo rendono il genere più accattivante per chi inizia ad affacciarsi al mondo della musica da indipendente, è sempre stata quella attitude da “kill your father”. Ogni nuova generazione che arrivava prendeva con forza le distanze da quella prima, tanto da arrivare ad affermare nei primi anni di carriera «Noi non siamo rap, siamo altro».

Ernia, al secolo Matteo Professione, ha fatto sua questa cosa così tanto che anziché porsi come anti della generazione che lo precedeva lo ha fatto con quelli della sua generazione, la generazione Bimbi. In un momento in cui l’Italia lasciava il rap puro in favore della ricerca esasperata della melodia, Matteo si proponeva come “il rap”, punto, tanto da presentarsi al grande pubblico – nella seconda fase della sua carriera, la prima da solista – con un EP che aveva già nel titolo una dichiarazione d’intenti. No Hooks: in culo ai ritornelli, io rappo.

Sono passati praticamente cinque anni da allora, la carriera di Ernia è cambiata e si è evoluta e dopo il disco della “maturazione”, quello che gli americani chiamano sophomore, il più difficile, quello dell’affermazione – ovvero 68, uscito nel 2018 – oggi esce con Gemelli, che fin dal titolo lascia intendere una forte dicotomia tra le due anime dell’artista.

«Guarda, sarò onesto con te, mi conosci e sai quanto sono autocritico: Gemelli è il mio disco migliore».

Cosa lo rende tale?
Bah, sicuramente lo spirito con cui l’ho scritto aiuta. L’ho scritto super serenamente: ho iniziato a luglio dello scorso anno, con la data d’uscita settata per questa primavera, ovviamente poi è stato tutto rimandato. Quindi l’approccio mi ha aiutato. Non avevo l’acqua alla gola, mi sono detto: io faccio, poi vediamo cosa ne esce fuori. Per la prima volta non avevo l’ansia di dover far centro subito: avrei potuto tenere le cose migliori, scartare quelle meno riuscite e così ho fatto. Sono arrivato a un punto in cui mi sentivo di non dover più dimostrare niente a nessuno, pressione che invece sentivo con 68: dovevo dimostrare di saper scrivere, di essermi evoluto. Quello – personalmente e psicologicamente – fu quasi come spararsi sul piede da solo.

Tra l’altro, se non erro, è proprio cambiato l’approccio. Tutti i tuoi progetti vecchi nascevano con te che ti chiudevi in studio con Marz e dall’inizio alla fine lavoravate fianco a fianco. Ora, complice anche il fatto che per un lungo periodo Marz era impegnato con Marracash, quando hai iniziato a registrare ti sei dovuto guardare intorno…
Esatto, fare le sessioni in giro mi ha aiutato. Conoscere persone, cambiare ambienti, quello che è successo con Sick Luke non sarebbe successo se avessi ricevuto la cartella di beat (su Instagram Ernia ha raccontato che è sceso a Roma alla ricerca di una produzione canonicamente trap e come il confronto con il producer romano lo ha portato su un’altra strada, nda). Poi sono proprio cambiato io, sto bene, sono sereno, anche nella vita extra-musicale.

Secondo me questa cosa si nota da come ne parli e da come stai affrontando la promo. Immagino quanto ti sia girato il cazzo dover rimandare tutto per cause maggiori…
Un giramento di coglioni sconvolgente. Anche perché noi eravamo proprio in dirittura d’arrivo. Saremmo usciti praticamente a giorni. Bloccare tutto è stato un coito interrotto.

Anche perché ogni volta che parli con un artista che ha un disco in uscita, ti succede quasi sempre di sentirti dire “io mi sono già rotto i coglioni di questa roba, la ascolto da un anno, adesso voglio farne di nuova”. Invece mi sembra che con te non sia successo. Sbaglio?
Ho accuratamente evitato di sentire il disco, eh. Ho ripreso ad ascoltare le robe che avevo fatto due settimane prima della fine del lockdown. Prima ci sono stato proprio alla larga: già stavo soffrendo per tutta la situazione, mi sarei fatto un male incredibile a ragionarci ancora sopra. Da metà aprile, quando ho riaperto tutto e ho ripreso ad ascoltarlo, incredibilmente mi continuava a girare, mi suonava. Sono fiero. Ti ribadisco, non è promo: è il mio disco migliore.

Parlando del disco, però: è facilmente deducibile dal titolo Gemelli, quindi scopro l’acqua calda, ma ciò che mi è rimasto più impresso è la dicotomia presente. Nel senso: ci sono degli episodi che se vogliamo possiamo ascrivere alla corrente del pop italiano – ovviamente con le dovute differenze – cioè dei brani che escono un po’ dal solco che avevi segnato quando ti sei ripresentato alla scena. Poi però, c’è Puro Sinaloa, il remake di Puro Bogotà, che è un’ode totale al rap.
Ovviamente è una cosa sulla quale ho voluto giocare, si basa molto su questo sistema qui. Sai, sono eclettico, ho voluto dimostrare che se mi dai una base io ci sto bene sopra, qualunque essa sia. Anche perché siamo in un momento in cui tutti cercano il singolo e nel momento in cui lo azzeccano ripropongono la stessa formula all’infinito. Eppure non mi è mai stato riconosciuto il fatto che io questi mezzucci non li ho mai usati, anzi. Gemelli sta anche a sottolineare un po’ tutto ciò, ecco.

Ma quindi è cambiato il modo in cui ti vedi nella scena? Mi spiego: all’inizio il tuo ruolo era un po’ quello di riportare il rap al proprio posto, riportare un certo tipo di attitude in cui quella si stava perdendo…
Eh sì, ho fatto l’anti-trap. Però non mi sono fossilizzato a fare quello, sennò sarei morto. All’epoca io ero l’alternativa alla cosa. Musicalmente. Poi umanamente io mi sono sempre trovato con tutta la generazione Bimbi, anche se in quel pezzo non ci sono, perché sono emerso qualche mese dopo, io mi sento parte di quella generazione.

Ecco, nel tuo disco, oltre a due dei “bimbi”, ci sono anche degli esponenti della nuova scuola, se vogliamo definirla così, la generazione dopo di voi. E fa strano, perché in realtà – escluso che so, Emis Killa – voi eravate la novità dopo l’egemonia Dogo & co. Questi invece, arrivano solo un paio di anni dopo.
Vero, ma è anche vero che la nostra generazione ha sovvertito proprio le regole, si è completamente distaccata da ciò che c’era prima. La loro generazione è nuova a metà, se dobbiamo dire le cose come stanno sono un po’ figli di Sfera: usano quel linguaggio, usano quello slang, hanno la stessa concezione di moda. Noi quando siamo arrivati nel 2016 eravamo tutti diversi tra di noi e tutti diversi da ciò che c’era prima.

Concluderei con quella che – da vecchio trombone quale sto diventando – è un po’ la perla del disco: Puro Sinaloa. Ci vogliono due bei coglioni a riprendere Puro Bogotà, eh?
Ma infatti sarò onesto: è ovvio che non sarà mai all’altezza dell’originale. Cioè quella è storia, anche per un valore affettivo tu, io e quelli che hanno la nostra età sono legati alla traccia originale dei Dogo. Però è stato un regalo che mi sono voluto fare e che indirettamente ho fatto a Lazza, Tedua e Rkomi. Infatti se conosci l’originale, ti accorgi di quanto ci giochiamo: ognuno di noi ha riproposto una citazione, reinterpretata, del brano. Ma poi è una cosa molto americana: il rap è un genere “sporco” anche per questo. Basi rubate, flow rubati, melodie riarrangiate: qualcosa funziona, lo prendi, lo rifai tuo. Solo in Italia lo abbiamo capito. Poi io ho la faccia come il culo, non ho dovuto rubare niente (ride, nda). Ho bussato alla porta di Joe, gli ho chiesto il beat e abbiamo fatto la traccia. Facile.

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