Ernia: «In ‘68’ canto De André in versione hip hop»

Il rapper è tornato con un album sorprendente in cui conferma di essere la mosca bianca della scena rap, strizzando l'occhio al cantautorato

Piccola nota biografica non richiesta: la 68 (declinata al femminile, come tutte le linee di autobus milanesi), che dal quartiere periferico di Bonola arriva fino alla centralissima zona Tortona, passa proprio sotto le finestre di casa mia, e a differenza degli altri efficientissimi mezzi di superficie della città è nota per non passare mai, soprattutto quando ne hai bisogno. Da ragazzina la prendevo tutti i giorni per andare a scuola, e credo di avere passato più tempo ad aspettarla alla fermata che effettivamente a bordo.

Scoprire che un rapper come Ernia – uno dei più intelligenti, interessanti e riflessivi della sua generazione – le aveva dedicato addirittura un album è stata una vera sorpresa. «È un autobus proprio sfigato, sì!» conviene lui, ridendo. «Però è un simbolo del mio quartiere, QT8. Anche perché è l’unico che lo attraversa, quindi lo è diventato per forza di cose».

68 segue Come Uccidere Un Usignolo / 67, che era una metafora dell'(auto)distruzione dei Troupe D’Elite, il suo precedente gruppo, massacrato da troll e critici. Stavolta, invece, il bus in questione è la metafora del suo percorso d’ascesa verso l’affermazione, partendo dalle sue radici fino ad arrivare al successo di oggi, col costante dubbio che il controllore possa beccarlo senza biglietto e invitarlo a scendere, o che dopo il tragitto dell’andata gli tocchi anche quello, molto meno piacevole, del ritorno.

È un disco a cui pensi da molto: mentre promuovevi CUUU / 67 avevi già preannunciato che il tuo lavoro successivo si sarebbe intitolato 68
Esatto, ho sempre saputo che quest’album si sarebbe chiamato così. Non avevo ancora una formula ben precisa in testa, ma sapevo già più o meno come strutturarlo. Alla fine è uscito diverso da come me lo immaginavo: sai com’è, strada facendo si cambia parere o arrivano nuove idee. Però devo dire che si avvicina molto al concept che avevo in testa all’inizio.

68 è molto diverso dal precedente. Hai voluto in qualche modo spezzare la continuità?
Diciamo che la continuità è nello storytelling, nel senso che anche questo è un disco che parla di me. In questo caso, però, parla del passaggio da essere un artista emergente a essere un artista abbastanza conosciuto. È un bel cambiamento, che ho vissuto anche nelle piccole cose, ad esempio nella reazione della gente quando mi incontra per strada. Mi sono reso conto che nell’ultimo anno non era più come prima, che le persone si aspettavano che io avessi sempre qualcosa di intelligente e profondo da trasmettere, anche se magari in quel preciso istante non avevo un cazzo da dire… (ride) Anche perché, per qualche misteriosa ragione, mi tiro addosso questa nomea di poeta di cui invece non mi è mai fregato niente.

Il bilancio di questi ultimi dodici mesi, quindi, è positivo o negativo?
Assolutamente positivo, c’è stata una crescita esponenziale: più live, più riconoscimenti, più sicurezza rispetto a quello che faccio.

Un altro elemento di continuità è la collaborazione con Marz, il tuo produttore storico…
Se lavori con una persona che conosci così bene vai sul sicuro, giochi in casa. La direzione artistica dell’album l’ho curata da solo: magari avrei potuto affidarmi a qualcun altro capace di indirizzarmi verso pezzi più vendibili e commerciali, ma ho preferito fare da me, perché sono molto testardo e non mi fido degli altri. Ed è qui che entra in gioco Marz, perché con lui ho trovato un equilibrio: ascolto molto i suoi consigli e li tengo in grande considerazione.

Nel disco ci sono dei brani che fanno pensare a una tua svolta cantautorale, come ad esempio Un pazzo. È davvero così?
Beh, Un pazzo è palesemente ispirata a De André e alla famosa serie di canzoni dedicate a vari personaggi: Un medico, Un ottico, Un giudice… (Incluse in Non al denaro non all’amore né al cielo e ispirate all’Antologia di Spoon River, ndr) La mia è una versione hip hop, con il matto di quartiere che va in giro per strada e le zarrette che lo rimbalzano. Di solito ascolto rap e black music, però ogni tanto mi capita anche di ascoltare qualche cantautore, soprattutto De André o qualcosa di Guccini, e da lì è venuta l’idea.

Quindi è un esperimento una tantum o continuerai su questa strada?
Già oggi sono una mosca bianca nel panorama hip hop: se in futuro dovessi capire che lo sto diventando ancora di più, e se la situazione cominciasse a starmi stretta, non avrei nessun problema a spostarmi altrove. Se pensassi che il cantautorato per me è la chiave migliore per fare musica, non vedo perché no. Ma al momento non è così: anche se magari suono diverso dagli altri, resto legatissimo alla musica black e ascolto un sacco di trap. Per ora è questo il mio mondo, la mia forma.

A proposito di forma, una curiosità: Sigarette (L’Inizio) e Tosse (La fine) sono due pezzi evidentemente collegati, ma nella tracklist appaiono in ordine invertito, nel senso che ascoltiamo la parte due prima della parte uno. Come mai?
Parlano della mia relazione con una ragazza, una storia che ho vissuto di recente. La tracklist scandisce in ordine cronologico l’anno che è appena trascorso, ma va in ordine inverso, dagli avvenimenti più recenti a quelli più lontani: per quello la fine arriva prima dell’inizio. Quella di metterli in quest’ordine è un’idea che è arrivata all’ultimo, quando avevamo già tutti i brani pronti.

L’unico featuring presente nel disco è Tedua, una scelta controcorrente rispetto al 90% dei dischi rap italiani, che ormai ne hanno quattro o cinque…
In realtà all’inizio l’idea era di includerne qualcuno in più – anche perché i featuring fanno abbastanza bene alle vendite dei dischi! – ma poi, tra gli impegni di tutti, non siamo riusciti a incastrare. Forse però è meglio così. Tedua sarebbe stato comunque il più significativo, perché ci conosciamo da quando avevamo dodici anni e abitava davanti a casa mia, prima di trasferirsi a Genova. Abbiamo scoperto insieme questo mondo e la passione per il rap. Avendo fatto un disco così legato al mio quartiere, alla mia storia e alla mia crescita, non poteva che esserci lui. Però, per non essere troppo banali, abbiamo deciso di fare un pezzo puramente di stile, una cafonata: io e Tedua di solito siamo riconosciuti per la scrittura un po’ più intima e profonda rispetto agli altri rapper della nostra età, e invece siamo andati proprio nella direzione opposta. Volevamo sorprendere i nostri fan in un’altra maniera.

Tra l’altro, in quest’ultimo anno sei riuscito a farti un’idea di chi sono effettivamente i tuoi fan?
Il classico pubblico dell’hip hop, ma sono un po’ più grandi rispetto alla media: è raro che siano i bambini o i ragazzini delle medie a chiedermi una foto. Secondo le statistiche dei miei social la fascia più popolata è quella dai 18 ai 24 anni, e poi ci sono anche tanti ragazzi degli ultimi anni delle superiori.

Qual è la cosa più bella che ti dicono, quella che ti fa più piacere?
Che per come scrivo e come mi comporto con le persone sembro più maturo della mia età. Quello mi fa veramente felice.