Ensi: «Il rap non è un genere adolescenziale» | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Ensi: «Il rap non è un genere adolescenziale»

Peccato che «a farlo capire non sono bastati neppure dischi profondi come quelli di Marracash». Storia di una diversità, dalle origini all'EP 'Domani'. «Non ho 20 anni, le botte le do col rap, non sui social»

Ensi

Foto: Andrea Barchi

Le classifiche? «Non le cerco». I numeri social? «Non mi ci ammalo». I sound di tendenza? «Non li inseguo, ne creo di nuovi». Il mercato discografico? «Stavolta ha prevalso l’istinto». Ensi è tornato, non solo per la seconda tappa della sua trilogia, l’EP Domani (che fa seguito a Oggi del 2020), ma anche con un atteggiamento che affonda le proprie certezze nelle radici del rap: quello controcorrente, di rottura, sovversivo. O come dice lui, di chi non ha timori «a mancare affanculo se non ti piace il sistema, la classe politica, questa visione del mondo». Senza essere distruttivo, semmai stimolando un confronto, un dibattito, una riflessione. Niente polemiche spicciole fuori dalle barre, tantomeno sui social, perché «se hai qualcosa da dirmi prendi coraggio e fatti sotto su quel terreno, poi vediamo». E mentre prosegue sul sentiero dell’indipendenza dalle major con la factory Juicy Music («dovevo tornare lo specchio della mia musica») con queste sei tracce dimostra una forma smagliante dal punto di vista tecnico e di saper spiazzare musicalmente a ogni brano, anche grazie al producer italiano di fama internazionale Crookers che ha curato l’intera direzione artistica dell’EP, che comprende le collaborazioni con Silent Bob, Nex Cassel, Louis Dee e Nerone.

In questo avvicinamento alla chiusura del concept, che si basa sullo scorrere del tempo, sembra di vedere anche la presa di coscienza di Ensi come uomo: «Ci tengo al rispetto, ma come rapper di 35 anni che non fa finta di averne 20». Tutto ciò emerge nel lungo dialogo che ci ha concesso, dove abbiamo ripercorso la parabola di un bambino che la madre pensava fosse muto («mi mandava dal logopedista») e che con il rap è “guarito”. Di un ragazzino che per farsi largo nella scena ha sfidato i maestri e li ha superati «mantenendo verso di loro il rispetto» e di un adulto che, dopo la nascita di un figlio che gli ha cambiato la vita, ora si interroga su tutto, anche la fede: «Invidio chi crede a qualcosa di più grande, io mi prendo delle grandi incazzature e sono sicuro che mi ricapiterà».

Qual è il tuo primo ricordo da bambino?
Di quanto abitavo fuori Torino, in una di quelle vecchie case di ringhiera con bagno all’esterno. Il primo ricordo è là, su quel ballatoio con mio fratello più grande.

Già allora ti divertivi a giocare con le parole?
Non ancora, ero troppo piccolo. La musica non era presente nella mia vita. Anzi, mia madre mi ha sempre raccontato che fino ai tre anni ero praticamente muto. Tanto che mi portava dal logopedista per capire se avessi dei problemi nel linguaggio. In realtà non avevo nulla, certi bambini iniziano un po’ in ritardo e io ero uno di quelli. Mio figlio, per esempio, ha iniziato a parlare a un anno. Quando poi ho vinto il 2TheBeat ho detto a mia mamma: «Hai visto che sono guarito?».

Quando ti sei accorto che con le rime ci sapevi fare?
Una delle prime volte in cui mi sono buttato nel freestyle. Mio fratello era un po’ più avanti, riusciva già a incastrare le rime con meno pause e io ero attratto da quella magia del riuscire a pensare subito la frase successiva. Avevo circa 14-15 anni quando ho capito che mi veniva naturale. Capita se smetti di preoccuparti se puoi farcela o meno, un po’ come imparare ad andare in bici.

E com’è arrivata la musica rap nelle vostre vite?
Era la fine degli anni ’90, quindi il rap che ci è arrivato camminava sulle ceneri del grande rap. Era un periodo di depressione, dal ’99 al 2004, con ripartenze improvvise. Noi lo ascoltavamo in cameretta dopo esserci sbattuti contro grazie agli Articolo 31 che venivano passati in tv e nelle radio. Poi mio fratello, che ha due anni in più, quando ha iniziato ad andare in prima superiore è entrato in contatto con altri ragazzi che avevano qualche esperienza, che frequentavano i luoghi di culto della scena e ha cominciato a portare a casa le prime cassette di compilation registrate in radio, che noi segnavamo a penna per ricordarci gli artisti e la loro provenienza. Ricordo anche che leggevamo spesso Aelle (o AL, acronimo di Alleanza Latina, ndr), una rivista in edicola che poi è sparita, appunto, nella crisi del rap del 2001.

E voi già allora avevate degli artisti preferiti?
In generale il rap era una subcultura, con un codice molto definito, per cui ti “acchiappavi” con i tuoi simili. Noi, però, eravamo delle mosche bianche perché in una scena molto hardcore come quella torinese, che prendeva le distanze da tutto il mainstream, eravamo fan dei Sottotono. Cioè di un rap che poteva parlare di tutto. Non era facile da dire a quei tempi, o stavi da una parte o stavi dall’altra. Aggiungiamoci che abitavamo alle porte di Torino, per cui non siamo stati influenzati da una scena con riferimenti schiaccianti e così abbiamo vissuto tutto in modo molto autodidatta.

Poi la svolta, in quel 2TheBeat del 2005 nel quale hai battuto in finale proprio Tormento dei Sottotono. Ho letto che, nonostante ti stessi giocando tutto, non hai voluto infierire su quello che consideravi un maestro del rap, quindi meritevole di rispetto.
Il rispetto è fondamentale per chi fa rap. Prima ancora di appenderti una placca al muro vuoi l’approvazione da parte di quelli che ti hanno dato un insegnamento. Allora era così. Ero un 19enne torinese e mi trovavo di fronte un maestro. Ma sapevo che vincendo la battle mi sarei portato a casa il rispetto di tutta la scena. E così è stato.

Oggi i giovani hanno ancora quel rispetto per chi li ha preceduti?
Intanto hanno anche altre possibilità, quindi non si accontentato solo di essere rispettati da un collega più esperto. Hanno compreso di poter cambiare il proprio status in poco tempo perché magari hanno visto un amico farcela. Ma di base il rispetto resiste a più livelli e fra generazioni.

Qual era il clima di quel periodo in Italia tra chi partecipava alle battle?
A quella sfida sono stato catapultato a un evento con 5000 persone e 300 partecipanti iscritti. Numeri incredibili, visto che quella musica non passava sui canali popolari. Però Fabri Fibra aveva pubblicato il primo album Turbe giovanili, i Club Dogo Mi fist, Mondo Marcio aveva firmato per una major. Mi ero accorto che quel genere stava prendendo il volo. Per me essere lì significava far parte della rivoluzione della scena e, a livello personale, volevo scrivere il mio nome nel libro del rap italiano.

Facendo un salto temporale di quasi 20 anni, come hai vissuto l’ascesa della trap?
Mi sembra che di nuovo non ci sia molto in giro. Che tu faccia musica in Italia, Francia o Senegal, ormai con una connessione internet è come se fossi ovunque e il sound si è uniformato. In Italia, poi, c’è sempre una versione italiota di ogni cosa. Qui la trap è come se fosse un cassettino a parte, solo che i trapper non si identificano con un genere musicale, ma con una attitudine. Diciamo che ha avuto il merito di avvicinare tanti ragazzi alla musica e aperto un po’ le possibilità, visto che ha poche richieste tecniche e non richiede per forza testi con un senso compiuto. È comunque lo specchio della società. È la società a influenzare la musica, non il contrario. E oggi viviamo in una società più materialista, consumista e individualista. Piena di solisti e senza i gruppi di una volta.

C’è qualcuno in particolare che apprezzi nella trap italiana?
Ci sono dei capostipiti, come Sfera Ebbasta e Ghali che hanno spianato la strada che in molti hanno seguito. Per il resto mi sembra un mercato ormai saturo. Ma io non parlerei di trapper. Lo stesso Sfera è partito in un modo e ora sta facendo un percorso, non ha sempre in bocca la parola trap. La sua esplosione ha fatto bene a tutto il settore, visto che non avevamo mai avuto un esponente in grado di richiamare tanta attenzione anche all’estero. Ma per me esiste un genere, che è il rap. Poi ci sono delle derivazioni che si rinnovano. Comunque, l’ho vissuta bene e ho aiutato tanti ragazzi a emergere. Noto soltanto che, nonostante il livello medio sia alto, tutto si è un po’ appiattito.

Come mai è così difficile trovare Ensi coinvolto in qualche polemica, visto che per alcuni sembra far parte del gioco tanto quanto la musica?
Ho poco tempo per dedicarmi alle cose pessime che ruotano intorno a questo mondo. Il mio terreno di confronto è il rap, quindi se hai qualcosa da dirmi prendi coraggio e fatti sotto su quel terreno. È il mio modo di approcciarmi. Che non vuol dire essere sopra le parti o farmi i cazzi miei, proprio non ne sento l’esigenza di intervenire su argomenti spiccioli. Soprattutto sui social, dove parlano tutti e alla fine sembra che non parli nessuno. Poi da quando sono diventato padre mi sono responsabilizzato molto sull’usare bene il tempo. Non mi faccio ammalare dai numeri o dal chiacchiericcio o dai battibecchi che non sfociano nel rap. Eppure, nelle canzoni le cose le dico…

C’è mai stato qualcuno che si è lamentato per un tuo testo?
Scrivo spesso rime contro qualcosa o qualcuno e finora non si è fatto sentire nessuno. Credo dipenda dal mio atteggiamento, che in fondo non è mai totalmente distruttivo. È un confronto. E forse mi sono dato talmente tante botte nelle battle che non ho voglia di darmele anche in giro.

Chi è oggi Ensi?
Uno che fa rap a 35 anni. Una musica che mi ha fatto innamorare quando ne avevo 20 di meno e continua a farmi emozionare. Mi spiace solo che ancora, a volte, venga vista come un genere adolescenziale. Non sono bastati neppure dischi profondi come quelli di Marracash. Oltre i numeri c’è ben altro e io ne sono testimone. Di un rap maturo che non vuole avere a che fare con certe dinamiche. Ai concerti ci sono tanti ragazzini, così come un sacco di uomini con la barba o mamme con il passeggino. Ci tengo al rispetto, ma come rapper di 35 anni che non fa finta di averne 20. Forse anche per questo non mi espongo nei soliti calderoni pieni di cazzate, dove so che le mie parole si perderebbero in mezzo a tante altre che non hanno nulla a che vedere con l’arte.

Visto che è la società a influenzare la musica, il politicamente corretto tocca anche voi rapper?
Diciamo che siamo ancora tra i più giustificati… Vedo un altro fenomeno interessante, e cioè che il rap ha influenzato altri ambienti, come il pop. Da quando è esploso anche Laura Pausini scrive più “rap”. E diversi rapper sono diventati autori di artisti pop. E pensiamo all’indie che spopola in questi anni, che ha forti radici hip hop, basta ascoltare Frah Quintale o Coez. La dice lunga su quanto è stato influente. Tornando al politicamente corretto, visto che abbiamo a disposizione un enorme megafono si fa più attenzione. Non lo vedo come un limite, basta non castrarsi. Ma è vero che si è perso un po’ lo spirito sovversivo delle origini. Diversi rapper si tengono lontano da certi argomenti, non dicono niente di scomodo, non prendono posizione a livello politico.

Possiamo dire che non è il tuo caso?
Io cerco di non far perdere questa vena sovversiva nella mia musica. Il rap è sempre stato di controtendenza. Di chi dice “vaffanculo”, non mi piace questo sistema, questa classe politica, questa visione del mondo. L’altra sera ho visto Madame in tv che diceva: «Non vi preoccupate, tra poco ci sarà la mia generazione a prendere le decisioni». Confido nella sensibilità di questa nuova generazione, sperando che il rap continui a combattere contro atteggiamenti malsani.

Visto che siamo alla politica, la segui con interesse, ti fa indignare o ti lascia indifferente?
Come fai a non arrabbiarti? Ci vorrebbe il paraocchi! La situazione non è delle migliori e purtroppo ci siamo abituati. Mia madre nata nel ’61 quando era giovane saliva sui carri a cantare Bandiera rossa perché aveva una coscienza politica, si sentiva in qualche modo parte di un movimento più ampio. Oggi i giovani conoscono la politica per i meme e la faccia di Giuseppe Conte perché durante il lockdown faceva le dirette social. Loro sono completamente disconnessi, mentre la mia generazione ha pochi momenti di vero confronto, infatti con i colleghi non parliamo mai di politica, benché ne scriviamo. Non mancano le prese di posizione, solo che ci appare lontanissima.

L’ultimo sussulto politico quando lo hai avuto?
Di certo il Movimento 5 Stelle, che può piacere o meno, all’inizio ha avuto un certo tipo di supporto dai musicisti perché sembrava un tentativo di portare qualcosa di nuovo. A un certo punto ci si diceva «potrebbe succedere» e invece non è successo un bel nulla, con promesse mancate e progetti non mantenuti. Il problema è che dopo la speranza in Italia si blocca tutto. Guardiamo al referendum sulla cannabis. Le cose si muovono e quando arrivano in parlamento subiscono uno stop. Intanto in altri Paesi è una economia che funziona. Da noi tutto a un certo punto si blocca. Siamo nel bel mezzo di una emergenza civile, più che politica. Ma non posso far altro che essere ottimista, soprattutto per mio figlio.

Da quando parliamo è la terza volta che viene fuori tuo figlio, che oggi ha 6 anni. Diventare genitore mi sembra che abbia influito molto sul tuo modo di essere e di pensare, o sbaglio?
Be’, se non ti influenza avere un figlio non ti influenza niente. Glielo cantavo già nel 2017 in Vincent che iniziava così: “Avrei voluto che al tuo arrivo trovassi un mondo migliore. Là fuori non sarà facile, non lo dirò”. È la prima barra che vorrei ascoltasse quando a 14-15 anni comincerà ad ascoltare la mia musica. A 6 anni è presto, adesso sto cercando di capire quali sono le sue passioni per fargliele coltivare. Non vedo il mio ruolo solo dal punto di vista affettivo, ma anche di accompagnamento. I figli sono più dei fuochi da alimentare che dei sacchi da riempire di nozioni. E poi farà il suo percorso, infatti nel pezzo continuavo: “Puoi essere chi vuoi, sarò contento. Conta su di noi, conta su te stesso”. Comunque, sono positivo sul futuro e parlando con altri genitori fuori dalla scuola vedo che in tanti hanno un certo tipo di educazione dal punto di vista civile. E di generazione in generazione, piano piano stiamo migliorando.

Siamo partiti dalle tue origini e attraversato a grandi tappe un po’ tutta la tua vita e adesso è il momento di pensare a Domani, l’EP appena uscito che rappresenta la tappa intermedia di un concept artistico che fa parte di una trilogia. Come mai in un’epoca di singoli hai sentito l’esigenza di un progetto così ampio?
Come Oggi, il primo capitolo uscito nell’ottobre del 2020, lo avevo in testa dalla fine del 2019. In quel momento mi chiedevo dove potesse spingersi la mia creatività, quello che avrei ancora voluto comunicare, il tutto con la voglia di fare qualcosa di diverso dal punto di vista musicale e di uscire dalla comfort zone. Come hai detto tu, andare oltre al singolo da pubblicare e poi vedere cosa succede. Mi sembrava il momento giusto per realizzare qualcosa di artisticamente importante, che rappresentasse nello stesso tempo un modo di non arrendersi alle solite dinamiche discografiche.

Di certo sei riuscito nell’intento, perché ogni traccia è spiazzante.
Era l’obiettivo. I due EP hanno sei tracce, il che vuol dire non andare in classifica perché ne servono almeno sette. Ma cercavo il sound del momento, che non vuol dire seguire la tendenza ma crearne di nuove. La missione era questa. Non ci sono singoli da radio, più che il mercato ha prevalso l’istinto. Oggi era didascalico e parlava di argomenti radicati nelle nostre coscienze. Domani è il futuro, incerto e quindi rivoluzionario. Il tutto sorretto dal concetto del tempo che scorre.

Quanto ti ha aiutato lavorare con un producer di fama internazionale come Crookers?
Moltissimo, perché è la prima volta che mi affido totalmente nella direzione artistica a una persona sola che non sia io. Stavolta mi sono messo totalmente nelle sue mani e ho fatto bene, perché abbiamo trovato un sound di rottura, che non assomiglia a nessun altro E questo è anche un modo coraggioso di andare controtendenza mantenendo la cazzimma che mi ha sempre contraddistinto.

La prima traccia dell’EP si intitola Neanche Dio, una forte critica e auto-critica sociale. Ma qual è il tuo rapporto con la fede?
Mi sono interrogato molto sulla fede. Vengo da una educazione cristiana, ma non sono praticante e non ho battezzato mio figlio. Però devo ammettere che invidio un po’ chi ha fede, in alcuni momenti della mia vita mi sarebbe stata utile per trovare qualche appiglio, per credere che esista un piano più grande. Invece mi sono preso delle grandi incazzature e sono sicuro che mi ricapiterà. Nelle canzoni, quindi, cerco di tirare fuori la mia spiritualità Già in Oggi c’era un pezzo come Giù le stelle che è una sorta di preghiera. Nel pezzo di Domani che citavi, invece, canto che “Dio è stato qua, sui muri della città, ma io qua non l’ho visto mai”. È quello che sento e lo esprimo: c’è una ricerca di fede, non ne prendo le distanze, ma per ora non l’ho trovata. È un interrogativo ricorrente, su chi trova risposte dove io trovo solo incazzature.

Intanto prosegui il percorso di indipendenza dalle major con la factory Juicy Music. Hai mai avuto un ripensamento?
No, ci stiamo allargando con altri ragazzi e creando una vera e propria crew. È stato un processo naturale. Sono partito distribuendo dischi da un baule dell’auto, passato alle etichette indipendenti e arrivato alla major dove sono stato dal 2013 al 2020 pubblicando tre dischi che mi hanno dato tanto. Il problema era che non sempre il mio metodo di lavoro si sposava con quello di una major. Ci sono schemi del mainstream che non sono applicabili a tutti. Non era più la modalità giusta per me. Dovevo tornare a essere lo specchio della mia musica. In tanti stanno tornando indipendenti. Persino Drake lo ha accennato, solo che se lo fa davvero crolla l’industria musicale.

Hai detto che la pandemia è stata «una notte lunga un anno». Ora potremo tornare ad ascoltarti live in tre prime date a Milano, Torino e Padova. Vedi la luce in fondo al tunnel?
Sì, non vedevo l’ora e mi sembra di capire che anche la gente abbia questa voglia. Il progetto a livello temporale è stato fortemente vincolato per essere portato in giro. Non solo per un ritorno economico, ma perché il concerto è la massima espressione del mio fare arte. Abbiamo annunciato tre date e tra marzo e aprile avrò un’altra bellissima novità per ora top secret. Un antipasto di quello che accadrà la prossima estate. Posso anticiparvi che non passerà un’altra notte lunga un anno per chiudere la trilogia e partire con un bel tour che la comprenda tutta già nel 2022.

Altre notizie su:  ENSI