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Enrico Ruggeri e la generazione che non molla

‘La rivoluzione’ è un poema epico formato pop sui boomer, fra malinconia e orgoglio. Qui Ruggeri dice tutto: il suo decalogo per fare buona musica, il vocabolario impoverito dei trapper, i tweet sulla pandemia, lo scontro con Aurora Leone, le femmine sottomesse di ‘Quello che le donne non dicono’

Enrico Ruggeri

Foto press

Che atmosfera crepuscolare, che malinconia, che aria da fine epoca tira nel nuovo disco di Enrico Ruggeri. A dispetto del titolo bellicoso, La rivoluzione racconta anche nostalgie e rimpianti, elaborazione del lutto e malattie che non danno scampo. Inizia sì con una fiera dichiarazione d’appartenenza generazionale, ma finisce con un suicidio visto come liberazione. Difficilmente un ventenne ci si può riconoscere. È il disco di uno che ha più vita dietro le spalle che davanti a sé.

E però dentro La rivoluzione c’è anche un po’ di dannunzianesimo pop, per così dire. Sarà il tono di certe canzoni, saranno certi testi, ma a tratti sembra un poema epico formato canzone su una generazione che non ha alcuna intenzione di mollare e che, anzi, trasforma il passato in un’epopea in cui storie personali e collettive si mescolano. Il protagonista di Alessandro, che sarebbe poi Alessandro Todeschini, vecchio amico e compagno di bisbocce di Ruggeri, è un santo maledetto un tempo follemente vitale e oramai immobilizzato dalla malattia, che non smette però di guardare il culo delle infermiere. È un disco in cui ci si racconta come gladiatori che si spezzano, ma non si piegano.

Davanti a cosa non si vogliano piegare non è facile dirlo. Un po’ ai colpi della vita, questo è sicuro, ma direi anche a una contemporaneità in cui non si riconoscono. La generazione di cui canta Ruggeri è quella dei baby boomer. Lui è del ’57, troppo giovane per aver vissuto il ’68, ma ventenne o suppergiù all’epoca del punk e delle P38. Tra le altre cose, è la generazione che più d’ogni altra ha rifiutato i vaccini e che è scesa in piazza contro il green pass. È quella a cui appartengono molti di quelli che credono nel Grande Reset, che s’informano su gruppi Telegram con la parola dittatura nel nome, che credono che il Covid sia un complotto per impoverire gli italiani.

Lui non è d’accordo, ma mi pare che negli ultimi due anni sui social Ruggeri abbia strizzato l’occhio a questo pubblico. Ha twittato notizie a dir poco discutibili sul Covid accompagnate da accorate richieste di spiegazione al governo, frasi in cui si confondevano tampone e green pass, citazioni allusive sulla manipolazione dei potenti tramite la paura, persino uno «schiavi» all’indirizzo di chi, per abitudine, fragilità o timore, indossava la mascherina all’aperto il giorno dopo la fine dell’obbligo. E poi c’è l’affaire Partita del cuore, di cui Ruggeri è stato uno degli attori principali in qualità di presidente della Nazionale Cantanti. È stata la rappresentazione perfetta, quasi teatrale dell’incomunicabilità e dello scontro fra baby boomer e generazione Z.

La rivoluzione è il disco di un ultrasessantenne che non molla anche dal punto di vista musicale. Da alcuni anni ormai Ruggeri porta avanti una piccola battaglia contro l’uso di sequenze nei concerti. Ne fa una questione morale. Qualche giorno fa ha diffuso un decalogo della buona musica che prevede l’uso ridotto della tecnologia in sala d’incisione. Così è stato registrato il disco ed effettivamente si sente, nel bene e nel male. Da questo punto di vista, è il lavoro di un musicista che sogna non una rivoluzione, ma una restaurazione che forse non arriverà mai.

Il tuo “decalogo della buona musica” m’ha ricordato Dogma 95.
L’idea mi è venuta proprio dopo aver riletto le regole di Lars von Trier che peraltro sono molto più toste delle mie.

Mi pare emergano almeno due cose. La prima, e non è certo una novità ma quasi una bandiera per te, è la voglia di far musica alla vecchia maniera, riducendo l’impatto della tecnologia. Perché è importante?
Ci sono regole morali che un cantante deve seguire. Ad esempio, mi sono sempre battuto contro le sequenze ai concerti. Se le metti, devi scriverlo sul biglietto, così come i ristoranti sono obbligati a scrivere sul menu se il pesce è surgelato. Paghi un biglietto per vedere uno che suona e non è vero? Non puoi, a meno che tu non ne faccia una cifra stilistica come i Kraftwerk. E poi credo che un cantante debba essere responsabile del suo suono. Deve entrare in studio quando si prova il primo colpo di rullante e uscire dopo l’ultimo missaggio. Alle registrazioni dei miei 39 dischi non mi sono assentato un pomeriggio. Oggi invece funziona così: ci sono tre, quattro gruppi di lavoro, il cantante arriva, interpreta il pezzo e poi se ne va su Instagram a parlare del disco come se fosse suo, quando in realtà è il frutto di una catena di montaggio.

Che ne sapevano le Ronettes della produzione di Phil Spector…
Lì però c’era un marchio di fabbrica artistico. C’erano musicisti, spartiti, archi. Io divido la mia produzione in due fasi: prima e dopo l’album coi Decibel. Era il 2017, loro non facevano un disco da più di 30 anni, mi hanno insegnato tantissime cose. Io cercavo il plug-in migliore per il suono di tastiera: «Sentiamo Space Invaders 2… aspetta però, c’è anche Space Invaders 4». Poi arrivava Silvio Capeccia e diceva: «Cosa ci mettiamo qui? Il Wurlitzer, il piano Fender, il Moog, il Mellotron, il Minimoog o l’Hammond?». E io mi sono detto: sono questi i suoni che mi interessano. Ho capito che potevo fare di meglio. Ogni musicista entra in studio con in testa un suono, il suo Santo Graal. Prima di registrare, mi sono accertato che il Santo Graal fosse lo stesso per tutti quelli che lavoravano al disco. Poi abbiamo avuto la fortuna, tra virgolette, di stare due anni in studio per via del Covid. Una volta venivano qua in studio e poi offrivo cene. Per questo disco ho offerto tamponi. Ogni tre giorni facevo venire qui un’infermiera, tamponi a tutti e si lavorava.

Non esistono strumenti giusti e strumenti sbagliati, veri e falsi. C’è chi li usa bene e chi li usa male, no?
Io però nella musica di oggi percepisco piaggeria. È come se dicessero: «Vi prego, cagatemi! Passate il mio pezzo in radio!». A tutti piace avere un bel conto un banca e tanta gente ai concerti, ma lo scopo di questo lavoro non è piacere a più persone possibili. Come ha detto David Byrne, la musica contiene la sua ricompensa. C’è stato un periodo nei quali i pianeti si sono allineati e per 40 anni i musicisti bravi diventavano anche ricchi e famosi. Quel periodo è finito. E poi, una volta se davi via il culo passavi da 10 mila copie a 500 mila copie vendute. Oggi tra dar via il culo e non dar via il culo ci sono 5000 copie di differenza. E quindi dovrebbe questo essere il momento in cui gli artisti tirano fuori le cose più profonde fregandosene del mercato.

Oggi conta la differenza fra 10 mila e 500 mila follower su Instagram. Coi dischi che non vendono e i concerti fermi, i cantanti sono influencer che guadagnano anche pubblicizzando borse, auto, scarpe.
Il mecenatismo c’è sempre stato. Se ti servono soldi per fare un disco e qualcuno ti sponsorizza, perché no?

Tu del resto hai prestato la voce alla pubblicità dei salumi Negroni.
Mi son pagato un album e mezzo con quella cosa.

La seconda cosa che emerge dal decalogo è questa: le regole che ti sei dato rendono fare musica non più facile, ma più difficile. Niente editing del tempo, il cantante non può avere i testi, il click in cuffia solo per la batteria. Perché?
Lo scopo però non è crearsi problemi apposta. Tu hai provato a sentire Foxtrot con sotto un click?

No.
Prova, il tempo va così (fa su e giù con mano, nda). Per secoli il tempo è stato parte dell’arrangiamento. Oggi invece dopo aver registrato la batteria la gente guarda lì (indica uno schermo nel suo studio, nda) e se la batteria non è allineata al click viene spostata affinché lo diventi. La batteria la devi ascoltare insieme al basso e non è detto che siano allineati al click. È una componente artistica. Che i testi di questo disco siano belli me lo diranno tutti. La mia battaglia è sul suono. Voglio che la gente capisca che sono mie canzoni prima ancora che inizi a cantare.

Sulla copertina di La rivoluzione c’è la foto della tua classe al liceo Berchet di Milano, anno scolastico ’73-74. Perché quella foto?
Avevo fatto altre copertine che interpretavano in modo letterale la parola rivoluzione, ad esempio con una iconografia russa, giocando con la mia somiglianza con Lenin.

Tu comunista, sarebbe stato divertente.
Però era una cosa già vista. Poi sistemando i cassetti mi è capitata per le mani questa vecchia foto e ho pensato: io non sto parlando degli zar o di Maria Antonietta, di Pinochet o di Che Guevara. Io sto parlando di questi ragazzi qua. Sto parlando del passaggio tra adolescenza ed età adulta, specie nella mia generazione. Abbiamo visto cambiare tutto, siamo passati da Carosello alle bombe di piazza Fontana. Non abbiamo vissuto la parte romantica del ’68, ma gli anni di piombo e l’arrivo dell’eroina. Ma è anche la generazione che bene o male, direi male, oggi gestisce il mondo. I sessantenni si sono presi il mondo. Hanno perso e hanno vinto rinnegando sé stessi. È la generazione più letteraria del Novecento.

Centrale in questo discorso sono l’introduzione Magna Charta e la canzone La rivoluzione, che getta uno sguardo direi fra l’epico e l’affettuoso su voialtri “vincitori di un grande girone e poi sconfitti in finale”. Qual è questa grande finale che avete perso?
È che nella vita non vinci mai del tutto, non ce la fai mai del tutto.

E perché parli di rivoluzione pensando alla tua generazione?
Perché era all’ordine del giorno. I miti erano i grandi rivoluzionari. Ogni volta che qualcosa non andava nel mondo, qualcuno diceva: ci vorrebbe una rivoluzione.

E tu ci hai mai creduto nelle rivoluzioni?
Sempre meno, perché oggi il potere è sempre più insinuato nella società. Oggi nessuno in Italia prenderebbe il potere con un colpo di stato. I colpi di stato li fanno, solo che tu non te ne accorgi.

Ci arriveremo. Prima però ti voglio dire della mia frase preferita della canzone: “noi che quella sera avevamo da fare”. Io l’ho intesa così, come atteggiamento arcitaliano: c’è la rivoluzione, ma ho gente a cena, non è che possiamo cambiare il mondo domani?
Certo, perché il grande salto lo rimandi sempre perché poi lo paghi caro. Un po’ di vigliaccheria c’era, c’è sempre.

Mi pare che negli ultimi anni, almeno in quel derby permanente che sono i social, il conflitto intergenerazionale si sia ravvivato. Agli occhi di millennial e generazione Z, i boomer sono superati dai tempi, incapaci di leggere la realtà, a volte arroccati nei loro privilegi. Tu lo senti questo stacco?
Ho tre figli, uno dei quali adolescente. I suoi cantanti preferiti sono tipo Baby Gang: sono in galera o sono appena usciti o ci stanno rientrando. Mi dice: tu non hai mai parlato di quel sottobosco, della disperazione, dei ghetti suburbani. Io cerco di spiegargli che Dickens o Victor Hugo facevano quella cosa lì. Gli dico: vuoi sentire la storia di un ragazzino indebitato che ammazza una vecchia usuraia? Leggi Delitto e castigo. Il problema è il lessico. Il fatto di usare un linguaggio più profondo determinato da cultura ed esperienza non dovrebbe essere un limite, semmai un accrescimento. Questi non riescono a fare della poesia su fatti che sarebbero intrisi di poesia. Hanno un vocabolario di 500 parole quando De André ne aveva 50 mila. Il risultato è misero.

Non è detto che i testi debbano essere poetici. E ai tempi del tuo amato punk non si faceva poesia, quei gruppi non avevano chissà quale vocabolario. I Sex Pistols facevano poesia nei testi?
Non erano Dylan, Bowie o Tom Waits, ma nel loro primo album c’erano vari temi, non era tutto un “sono brutto, sporco e cattivo, ti sparo e ti meno”. Parlavano della regina in anni in cui la regina era sacra, altroché prendere per il culo Andreotti in Italia.

Sempre a proposito di differenze generazionali, oggi è impossibile non dirsi femministi. Tu all’epoca facesti Col dito… col dito: “E se pensi che ogni volta che ti tocchi col dito un orgasmo simulato ti sei procurata, donna femminista non pensi che lo slogan sia solo per te una stupida trovata”. All’epoca rischiavi sberle vere, non sberleffi sui social.
Nel 1976, prima dei Decibel, partecipai a un concerto qui alla Cascina Monlué. Le femministe mi volevano menare perché muovevo l’asta ed era considerata un’ostentazione fallica. Un’altra volta avevo i Ray-Ban scuri come nella copertina di Sally Can’t Dance, ma erano graduati, non ci vedevo. Quella sera mi stavano per menare in trenta. Il mio batterista Roberto Turati, poi disc jockey, ha avuto un’intuizione che mi ha salvato la vita: mi ha strappato gli occhiali ed è andato da questi del movimento studentesco o cos’erano dicendo: «Sono occhiali da vista!». Evidentemente la miopia era di sinistra e la fotofobia di destra.

Ti hanno mai criticato per Quello che le donne non dicono?
No, anzi.

È la descrizione di donne dolcemente complicate, che cambiano per la voglia di piacere agli uomini, che rimpiangono i complimenti dei playboy, che oggi si chiamano catcalling…
Beh, è un po’ impietosa questa tua diagnosi.

E vado oltre: sono donne che dicono di sì dopo che le si porta “delle rose, nuove cose”. Sono donne sottomesse.
È una canzone dell’87, un’era geologica fa. Per me è la canzone delle speranze disattese. Noi uomini soprattutto mediterranei siamo come politici in campagna elettorale: siamo bravissimi a fare grandi promesse di cui non siamo all’altezza. E comunque se ti metti a discutere parola per parola ci sono tante vecchie canzoni piene di incongruenze alla luce di oggi. La parte ecumenica della canzone è prevalsa e ne resta un bel ricordo, la suonano ovunque l’8 marzo. Poi comunque ho aggiornato il tiro e di canzoni sulle donne ne ho scritte altre, anche se non hanno avuto lo stesso successo.

Hai detto che Non sparate sul cantante è una metafora sul ruolo dell’artista nel mondo di oggi. In che senso?
Oltre ad essere fan di Baby Gang, mio figlio guarda compulsivamente i film di Sergio Leone. E così è nata questa canzone che contiene molte frasi tratte da quel film, una canzone per difendere la categoria.

Da chi?
Ad esempio da chi ha detto che gli artisti ci fanno tanto divertire (l’allora presidente del consiglio Conte, nda), una delle frasi più infelici della storia della politica italiana del dopoguerra.

De Gregori disse che non era si è sentito offeso da quella frase, che non c’è arte senza divertimento.
Mmm… palo. In quel momento lì c’era una categoria in ginocchio, non parlo della mia, ma di quello che mi passa la chitarra… È anche una canzone sulla violenza verbale.

Tu la percepisci?
Sì perché mi sono esposto più volte. Ho il primato assoluto delle congratulazioni via messaggio da parte di colleghi che hanno molti più follower di me e mi dicono in privato «bravo, gliene hai cantate quattro, finalmente qualcuno che tira fuori le palle» e mai una volta che qualcuno abbia fatto un cazzo di tweet dicendo: «Forse Ruggeri non ha tutti i torti». Parlo ad esempio della narrazione pandemica.

Di nuovo il discorso generazionale: ti sei chiesto come mai i più riottosi ad accettare la realtà, i più inclini a costruire complottismi, i più determinati oppositori di vaccini e green pass sono proprio i cinquanta-sessantenni?
Mi ha stupito, ma ragionando ad alta voce, forse meschinamente il motivo è che portare via due anni di vita a un sessantenne è più grave che a un trentenne.

Sui social non hai un po’…
Esagerato? Sì.

Stavo per dire: strizzato l’occhio a chi parlava di dittatura, regime, complotto.
Se c’è uno che non strizza occhi sono io. Ho detto una cosa e la direi anche in punto di morte, col Covid e intubato: la libertà è il valore più importante e non si può rinunciare a vivere per la paura di morire. Se cominci a togliere cose finisci come lo scarafaggio di Kafka che si preoccupava solo di mangiare e di non morire.

Neanche un’emergenza sanitaria giustifica una restrizione parziale e a tempo limitato della libertà?
A me faceva ridere quando dai balconi cantavano Bella ciao, una canzone su gente che per difendere la libertà s’è fatta ammazzare e non ha aspettato che passasse l’emergenza, che passasse il fascismo, che arrivassero gli americani a liberarci. Era anche quella un’emergenza, no?

Come si fa a paragonare un’emergenza sanitaria a un regime?
Appunto, è più grave un regime. A meno che non si dia per scontato che anche quello era un regime grazie a una narrazione.

E tu lo pensi?
Io penso che ci sia stata una narrazione catastrofista. Poi se mi chiedi se è stata una psicosi o un disegno, non so risponderti. Quando ogni 10 mila persone che morivano di Covid, ne morivano 200 mila di malaria nel mondo senza che nessuno prendesse una contromisura, mi è sembrava una narrazione monotematica (l’Oms stima che nel 2020 nel mondo ci siano stati 627 mila morti di malaria contro un milione e 800 mila di morti di Covid, con un eccesso di mortalità pari a tre milioni di persone, nda). La cosa che mi ha stupito di più è che le mie perplessità vengono interpretate come atto di destra, e la dice lunga sul fatto che ci si divida in tifoserie a prescindere.

Dai, hai fatto tweet discutibili, come quello sulle mascherine
Quello lo hanno detto anche Zangrillo e Cacciari… Io ho sbagliato a usare la parola schiavitù. Se dovessi rifare quel tweet non userei quella parola, per non essere offensivo.

Li gestisci direttamente tu i social?
Come si può notare, sì (ride).

Non hai collaboratori che ti fanno il culo?
A volte mi viene requisito l’iPad, perché non ho lo smartphone.

Ma come non hai uno smartphone?
Ho ancora un Nokia. La mia idea da mega boomer è che con l’iPad sono io che vado a vedere il mondo quando ho voglia e lo accendo, mentre con lo smartphone, per via delle notifiche, è il mondo che viene a rompere il cazzo a me. Ora ho fatto promessa formale di non twittare più nulla se non dopo l’approvazione di tutta l’assemblea (indica la stanza a fianco dello studio dove ci sono i suoi collaboratori, nda).

Sei stato messo sotto tutela.
Sono stato interdetto.

Enrico Ruggeri. Foto press

Da quale desiderio sei mosso quando decidi di prendere posizione?
Quando vedo che ci sono delle ingiustizie in atto.

Mi son fatto l’idea che tu sia quello che gli anglofoni chiamano contrarian, che in italiano sarebbe più modestamente bastian contrario, uno che che prova piacere nell’assumere posizioni contrarie a quelle dominanti. Ti ci riconosci?
A me sembra di no, però chi mi sta vicino dice di sì, quindi può essere. Se sono sempre dalla parte sbagliata, sempre dalla parte della minoranza ci sarà un motivo.

Hai l’innamoramento facile per gli sconfitti.
Sì. Il mio idolo da bambino era Ettore che sa che perderà contro Achille. Una mia zia per farmi addormentare mi leggeva l’Iliade e io mi commuovevo. Piangevo.

Ti piace sentirti minoranza.
Sento il fascino degli sconfitti. Li trovo eroici.

C’entra il fatto d’essere cresciuto in un’epoca in cui la sinistra era egemonica nella cultura giovanile, sinistra in cui non ti sei mai riconosciuto?
A scuola in filosofia si saltava Nietzsche. In italiano si faceva il Verga perché parlava di proletari, ma si saltavano i futuristi e D’Annunzio. L’ho percepito come un sopruso. Questa cosa mi è rimasta.

A proposito della faccenda di Aurora Leone dei Jackal e della Nazionale Cantanti, di cui tu sei presidente, c’è una causa in corso?
Sì.

C’è stato un bell’errore comunicativo lì.
Eh… Sai perché? Sui social chi mena per primo vince. E poi, non puoi andare a giocare a hockey vestito da basket: la controparte è una struttura nata sui social che vive di social, e quindi sono stati incredibilmente più bravi di noi.

Quando sei andato al Tg4 a dire: «Se qualcuno conosce Aurora ditele che la stiamo aspettando in campo» sembrava una presa per il culo.
All’interno di un’assemblea infuocata che durava dalle 3 della notte precedente, a un certo punto mi metto un maglia in mano per apparire al Tg4. C’era pressione da parte di Mediaset che voleva risolvere il problema, perché volevano andare in onda. Ho 40 secondi di tempo. Inizio a parlare con uno che mi fa così (fa i gesti tipici di vuole si accorcino i tempi, nda). La frase nella mia testa era: «Anche se lei non vedesse questo telegiornale, diteglielo». E mi esce la frase «Se qualcuno la conosce» che sembrava «Chi cazzo sei?».

Guarda che sarebbe stata la stessa cosa. Il punto era quel «diteglielo». Ma come, l’avevate invitata voi, bastava telefonarle.
No, perché non rispondeva.

Ah, è questo il punto? Il tentativo è stato fatto e lei non rispondeva?
Avevano vinto così, non tornando.

Hai detto che ci sono stati colleghi che hanno detto «vado in bagno» per poi nascondersi staccando il telefono.
Non ti dirò chi, ma c’è stato un fuggi fuggi di gente che ha preferito tutelare la carriera rispetto ai suoi amici.

Magari pensavano che fosse successa una cosa sbagliata?
No. Conosciamo tutti Gianluca Pecchini da almeno 20, 30, io da 40 anni. È una delle persone più per bene che abbia conosciuto. Lì era proprio: ho il disco fuori, che cazzo me ne frega.

Negli ultimi tempi s’è sviluppata una particolare sensibilità sulla condotta morale degli artisti, con conseguente “cancellazione” di chi non è, non è stato all’altezza di certi standard morali o peggio. A te è mai importato della moralità degli artisti che ascoltavi o leggevi?
La moglie di Tolstoj è finita in manicomio dicendo che se il marito avesse avuto con lei l’umanità che c’era nei suoi libri non sarebbe stata lì. Chi se ne frega: quello ha scritto Guerra e pace. Mi spiace per la signora, ma stiamo parlando di Tolstoj. Alla storia passa l’opera.

Ti è mai importato dell’orientamento politico degli artisti?
No. Sciascia dice che l’artista per sua struttura mentale deve essere contro il potere e questo mi piace molto.

Hai mai dichiarato per chi voti?
Ma io non voto. Detto francamente, sono abbastanza contrario al suffragio universale. Non mi riconosco in uno schieramento, non voto il meno peggio. Servo a questa società, ammesso che io serva, per altre cose, non per quel cinquantamilionesimo di parere che mi viene chiesto ogni quattro anni.

Perché hai voluto chiudere l’album con La mia libertà? A me all’inizio è sembrata un’Avvelenata.
Sai che non ci avevo pensato? L’avvelenata di Guccini, un ottimo paragone. La mia libertà è il vaffanculo più elegante che mi è riuscito. È la lettera che scriverei se mi ammazzassi. Cosa che non farò.

Tieni ancora i quaderni dei concerti?
Sì, ho fatto pressappoco 3300 concerti in vita mia e dal primo, all’Oratorio San Fedele nel marzo ’72, ogni sera scrivo la scaletta, chi suona, il numero di spettatori.

La cosa più incredibile accaduta?
In Brasile con Ornella Vanoni nel ’96. Ci siamo esibiti al parco Ibirapuera di San Paolo dove l’amministrazione organizzava concerti gratuiti ogni domenica. A volte c’erano star, come Sting, a volte scoosciuti, come me. È un parco, di solito la gente arrivava, dava un’occhiata, se ne andava. Ho cominciato a suonare che c’erano 5000 persone. Alla fine erano 80 mila.

È quando ti dicono di fare meno canzoni del previsto, tu te ne freghi e continui, Ornella s’indispettisce e se ne va?
Sì, quello. Lei se ne va e alla fine del concerto io vengo scortato fuori dalla polizia. Non che sia diventato una star in Brasile, ma eroe per un giorno sì.

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