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Enrico Rovelli: «Quando ho detto a Vasco che San Siro era sold out, ma non era vero»

Ricordi di un promoter che ha fatto la storia, portando in Italia quasi tutti, da Dylan ai Genesis. Ora torna con una mostra di dipinti e sculture, e spiega perché la discografia s'è accartocciata su se stessa

Foto press

“Mille volti” non è solo il titolo di una mostra. È probabilmente anche il numero, calcolato per difetto, degli artisti che Enrico Rovelli ha portato al successo e con i quali ha lavorato in oltre 50 anni di carriera. Fra i primi a organizzare in Italia i concerti di Bruce Springsteen, Bob Dylan, Queen, Police, Clash, U2, Frank Zappa, David Bowie, è poi stato lo storico promoter di Vasco Rossi, con il quale ha condiviso 500 live (e il primo San Siro nel 1990), di Pino Daniele, Patty Pravo, Antonello Venditti, Adriano Celentano, Renato Zero, Claudio Baglioni, Anna Oxa e tanti altri. Come se non bastasse, ha fondato Radio Music 100 (poi Radio Deejay) e locali tra i quali a Milano il Rolling Stone, il City Square (poi Propaganda), l’Alcatraz e La Carta Vetrata di Bollate.

Eppure, nella personale di dipinti, sculture e bassorilievi in corso fino al 27 gennaio alla Galleria d’arte Cael di Milano, in via Tenca 11, non c’è spazio per nessuna di queste esperienze, perché è un vero ritorno alle origini. A quando, giovanissimo, si diplomò ai corsi serali della Scuola Superiore d’Arte al Castello Sforzesco mentre durante il giorno frequentava la Scenografia Sormani.

Per noi è stata l’occasione di intercettarlo per capire, non solo come mai a 78 anni gli sia venuta la voglia di tornare alla sua prima passione, ma anche per una chiacchierata sulle sue molteplici vite nella musica e di cosa pensa della discografia attuale.

Dopo molti anni ha deciso di esporre circa 20 opere realizzate a partire dal 2011. Da cosa nasce questa esigenza?
Perché ho iniziato da bambino a dipingere, poi ho studiato scenografia e decorazione. In seguito, un po’ il matrimonio e un po’ i figli, ho dovuto cercare lavori più sicuri e quindi avevo abbandonato. Ora mi sembrava il momento ideale per tornare alla mia prima passione, che è l’arte.

Che cosa si aspetta da questa mostra?
Non ci ho pensato, anche se ho avuto proposte da Parigi e New York, quindi sarebbe bello portarla in giro facendo tre-quattro mostre nel mondo e poi vedere come va. Ormai accetto qualsiasi cosa. I quadri però non vorrei venderli, mi spiace darli via. Le mie opere non sono facili da realizzare, per alcune ci ho messo sei mesi. E sono come le canzoni. Se ti piacciono bene, sennò guardi altro.

Enrico Rovelli, ‘A mio padre’

La sua biografia potrebbe essere il tema di un’opera per quanto è ricca.
Prima di parlare con te stavo leggendo la mia prima biografia scritta nel 1987 e già era lunghissima. Solo di live organizzati già allora saranno stati più di 300. Mi ero persino dimenticato di aver fatto un concerto con i Genesis a Roma di fronte a 10 mila persone. Era un evento a bassissimo prezzo, 1000 lire, per renderlo accessibile a tutti. Poi mi sono buttato sugli italiani, le radio, i locali…

Com’era Vasco Rossi prima del grande successo?
Con me Vasco era eccezionale, siamo stati davvero amici. Posso solo dire che finché abbiamo lavorato insieme non abbiamo saltato un concerto. Quello che è sul palco è nella vita. È sempre stato vero, non faceva capricci come fanno altri per problemi tecnici, se qualcuno non gli andava a genio gli bastava guardarmi negli occhi e io capivo che c’era da cambiare qualcosa.

Qual è stato il momento più bello insieme?
San Siro del 1990. Dall’85 in avanti facevamo 70-80 concerti a stagione. Il Fronte del palco è nato nell’89 all’Arena di Milano con 11 mila persone. Io credevo fortemente in lui, sapevo che avrebbe avuto successo, però mancava il colpo grosso. Così gliel’ho proposto e lui, che si fidava, ha accettato. È stato il primo italiano a riempire San Siro completo. Meno male che non ho ceduto alle sue perplessità pochi giorni prima…

Cosa le disse?
A venti giorni dal concetto mi chiamò e disse: «Vieni a Bologna alle prove, ti devo parlare». Al mio arrivo scende da una scala di un fienile, dove faceva le prove, e ammette: «Mi hanno detto che le prevendite non vanno bene, annulliamolo». Allora gli ho risposto: «Non ti preoccupare, è già tutto esaurito. Andiamo avanti». Era una bugia, non era vero. Ma sentivo che era il momento giusto.

Come ce l’avete fatta a riempire San Siro?
Allora si consegnavano i biglietti ai negozi di dischi e alle cartolerie. Sentivamo che c’era richiesta, ma il pubblico non era abituato a pagare prima. Con lui ho bluffato, poi sono tornato a Milano e ho messo al lavoro il mio staff di venti persone per darsi da fare. Ho chiesto aiuto ai promoter in giro per l’Italia e alla fine abbiamo fatto 73 mila paganti. Un successo pazzesco.

Dopo un risultato del genere cosa si prova?
Io ho pianto… perché è stato tutto perfetto, anche grazie a chi lavorava con me. Ma non ero uno sprovveduto, avevo già organizzato a San Siro Bob Dylan, Santana, Springsteen, Bowie, Spandau Ballet, Duran Duran. Solo che arrivarci con un italiano è stato davvero notevole.

Cosa ne pensa del paventato abbattimento di San Siro?
Ma sono matti. Ci ho scritto un libro su San Siro. Non si ricordano come è stato rifatto lo stadio nel 1990? È assurdo tirarlo giù. Che facciano un altro stadio, come a Torino che hanno il Comunale, l’Olimpico e quello della Juventus. Si può tenere per eventi, concerti e anche qualche partita di calcio. San Siro è unico, è la Scala del rock. Persino al terzo anello vedi bene. La gente dal palco ce l’hai in testa, come in un grande teatro.

Fra tutti gli artisti con i quali ha lavorato, con chi si è instaurato un legame umano?
Non ho mai litigato con nessuno, sono amico di tutti. Ogni tanto li sento. In particolare Antonello Venditti, così come gli ultimi artisti con cui ho lavorato e ai quali do qualche consiglio. Come Marco Masini, che sta facendo molto bene, oppure Fabrizio Moro, sul quale ci credo come credevo a Vasco e per me è un grandissimo. Con Anna Oxa ho lavorato un anno e poi non abbiamo proseguito, ma sono contento che vada a Sanremo. Così come sento Patty Pravo, una grandissima.

E fra quelli internazionali?
Con loro non è facile creare dei rapporti, soprattutto quando sei impegnato per realizzare dei grandi concerti. Ricordo una bella esperienza con i Queen. Al Palasport di San Siro avevamo montato un palco che ci è costato 15 giorni di lavoro, era il 1983. Il loro staff non ci credeva che l’avremmo fatto così grande, gli ho voluto dimostrare che invece era possibile. Quando sono arrivati per le prove mi hanno chiamato in camerino per ringraziarmi. Sono cose che rimangono per sempre.

Lei curava direttamente la parte grafica e scenografica. Oggi le piacciono i concerti che vede in giro?
Adesso il gioco è a chi inserisce più elementi, a chi fa più scena. Mettono quei grossi schermi video per stupire. Vedo in giro degli artisti interessanti, come Achille Lauro che mi ricorda Renato Zero, anche se lui alla stessa età ha aperto la strada a tutti e con il rischio di sentirsi mandare affanculo per strada. C’è una bella differenza.

Sembra sempre più difficile stupire.
Assolutamente, anche se cercano di farlo continuamente. Infatti io consiglio di concentrarsi sulla musica e sul migliorare gli aspetti artistici. Naturalmente durante i live è giusto cercare qualcosa di diverso e di nuovo, ma è meglio puntare sulla musica se fai musica. Anche Vasco ha sempre cercato di fare qualcosa di originale sul palco, ma solo dopo aver scritto delle canzoni fantastiche. Prima che nasca un altro Vasco Rossi passeranno altri 100 anni.

Ho letto che negli ultimi tempi vi siete riavvicinati.
Non ci siamo mai allontanati, non ci siamo sentiti per qualche anno. E adesso da qualche mese siamo tornati a sentirci. Anche quando ha deciso di chiudere il rapporto di lavoro con me, poi siamo rimasti amici. Fino al 2011, quando non è stato bene, ci telefonavamo, scherzavamo, ci trovavamo con le famiglie d’estate ad Antibes, dove aveva una barca, e parlavamo di tutto tranne che di lavoro.

Negli ultimi tempi sembra diventato anche un grande appassionato di filosofia.
Prima non sarà stata filosofia, ma ha sempre letto moltissimo. I libri li mangiava anche prima. Mi dava dei consigli su cosa leggere.

Enrico Rovelli. Foto press

Nel ’77 ha fondato Radio Music 100, poi diventata Radio Deejay. Ma secondo lei come mai le radio non hanno più l’impatto di una volta sul pubblico?
È colpa della radio stessa e dei discografici, si sono mangiati a vicenda. Prima le etichette inviavano i dischi alle radio che sceglievano loro cosa passare. Da un certo punto in poi si è invertito il meccanismo e ora ci sono tanti giovani validi e che potrebbero andare in radio che non trovano posto.

Cosa si potrebbe fare per uscire dall’impasse?
Che le radio avessero il coraggio di mettere quello che non mettono tutti. Anche perché ormai sono tutte completamente omologate. Quando siamo arrivati a Milano con Radio Music 100 un giorno sono riuscito ad avere l’ultimo dei Pink Floyd prima di tutti e lo abbiamo passato. Si sono incazzati tutti gli altri, ma l’importante era dare delle novità di spessore. Nelle mie radio il rock non è mai mancato. Anche Linus lo ha raccontato: «Se sbagliavo disco mi chiamava Enrico e faceva un casino della madonna». Lui, Albertino, Marco Gatti o Federico l’Olandese Volante hanno iniziato con me.

Quindi ancora oggi il consiglio a Linus di mettere più di rock lo darebbe?
Sicuramente sì, solo che se glielo dico oggi non mi ascolta più.

Altro settore in difficoltà è quello dei locali di musica dal vivo. Come se ne esce?
Che un locale piccolo sembra un problema, invece a Milano manca terribilmente per la musica. Che ospiti anche gli italiani, perché gli stranieri hanno il coraggio di andare in giro e venire in Italia. Parlo di rock in generale, non solo strettamente legato al genere. C’è gente che mi dice che il rock è morto, solo che non sanno cosa dicono: per me è un modo di vivere, non uno stile musicale.

I Måneskin sono rock?
Me lo chiedono in tanti, ma voglio aspettare ancora un po’ per dare un giudizio definitivo. Non è che ci ho azzeccato sempre, ma spesso sì. Un po’ di esperienza ce l’ho dopo più di 50 anni. Per me sono rock con dei suoni nuovi. E alla fine, guardandomi attorno, mi sembrano più rock di tanti altri.

Forse quello che ha scompaginato tutto è l’avvento del digitale. Difficile uscire dai social e Spotify per la musica…
Sì, ma fanno milioni di ascolti e non guadagnano niente. Bisognerebbe che le grandi major riprendessero in mano la situazione, perché le etichette indipendenti non hanno la forza di farlo. Io sono fuori dal giro, però, seguendo un po’ cosa succede, vedo che nelle multinazionali stanno cambiando tutta la vecchia guardia dei dirigenti. Hanno inserito dei giovani, tanti buoni e alcuni che non capiscono un cazzo, come in tutti gli ambienti. Per cui vediamo se riescono a levarci un po’ di torno questa rap-trap che ormai ci ha un po’ rotto le palle. Una volta nelle case discografiche c’era gente con i coglioni quadri, per usare un eufemismo, ma che scopriva davvero i talenti. Vediamo se cambia qualcosa con il cambio dei dirigenti. Ma in Italia il problema è anche la tv…

Altro settore con poco coraggio?
Ma certo, perché guardano solo se uno ha dei numeri sui social, anche se può comprare i follower, e lo invitano nelle trasmissioni o a Sanremo.

Qual è stato il suo rapporto con Sanremo?
L’ho avuto con costanza quando c’era Marco Ravera (figlio di Gianni e organizzatore di 14 edizioni del Festival, nda). Ricordo il successo del Teatro Tenda quando sono venuti Queen, McCartney e tanti altri e con Pippo Baudo che arrivava in elicottero, una cosa bellissima. Un Sanremo Rock dove davvero si aveva la voglia di rischiare.

E adesso?
Mi sembra tutto appiattito all’Ariston. Dicono che Sanremo è la città della musica. Quando c’è il festival, perché fino a poco tempo fa, se uno suonava in giro, era facile gli dessero la multa.

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