Enrico Molteni: «Alla Tempesta facciamo ancora musica senza pensare ai soldi» | Rolling Stone Italia
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Enrico Molteni: «Alla Tempesta facciamo ancora musica senza pensare ai soldi»

Per capire cos’era l'indie prima dell’itpop è impossibile non passare dall'etichetta di Zen Circus, Teatro degli Orrori, Vasco Brondi. Ha scritto la storia della nostra musica. L’abbiamo ripercorsa con il fondatore

Enrico Molteni

Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

Se dici scena indipendente, in Italia, pensi ai Tre Allegri Ragazzi Morti e alla loro etichetta, La Tempesta Dischi. E, soprattutto, lo fai da vent’anni. La testa indipendente – il loro primo album da indie, programmatico già dal titolo – usciva il 31 gennaio 2001 sull’allora neonata casa discografica della band, che giusto qualche mese prima aveva ricevuto battesimo con l’EP Il principe in bicicletta. E che, fino al 2004, pubblicherà solo album del gruppo.

Poi si aprirà anche quelli di altri artisti, che andranno a segnare una stagione intensa e a suo modo rivoluzionaria per la nostra musica. Un po’ di nomi: Le Luci della Centrale Elettrica, Zen Circus, Moltheni, Giorgio Canali, il Teatro degli Orrori, i Fine Before You Came; e, più recentemente, M¥SS KETA, Populous, Generic Animal.

A gestirla, come sempre, c’è il fondatore (e bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti) Enrico Molteni. Che ci dice con un po’ d’orgoglio: «Siamo ancora gli stessi di quando abbiamo iniziato: stessa struttura, stessi nomi, stessa passione».

Però torniamo al 2000: perché decidete di aprire un’etichetta?
Il nostro secondo album Mostri e normali (1999), era uscito per la BMG Ricordi, una major molto grande. Nei ’90 c’era stata una ribalta della scena indipendente – Subsonica, Afterhours, Bluvertigo – che le etichette mainstream avevano intercettato, mettendone sotto contratto i protagonisti. Successe anche a noi, ma dopo i nostri risultati non furono giudicati sufficienti a livello commerciale. Tradotto: la BMG non voleva produrci un altro disco. Così abbiamo creato La Tempesta, che è una società i cui unici soci siamo io, Davide e Luca (Toffolo e Masseroni, nda), quindi i Tre Allegri Ragazzi Morti.

La prima immagine ufficiale dei Tre Allegri Ragazzi Morti, scattata nel 2001 da Alice Pedroletti

Ma allora è vera quest’immagine delle major che pensano solo ai soldi?
In parte sì. Sicuramente sono grandi aziende, quindi fanno altrettanto grandi investimenti di cui poi devono rientrare, altrimenti è un problema. Però col tempo ho scoperto che sono società fatte da gente sinceramente appassionata, quindi la verità è un po’ nel mezzo. È il paradosso di quando vendi arte: si risponde anche ai numeri.

Perché, da Tempesta per esempio come funziona?
Le indipendenti come noi sono più libere e lasciano margine di manovra agli artisti. Anche di sbagliare, eh. Ma se vogliamo pubblicare un disco estremo, lo facciamo senza farci pensieri; decidi di metterlo sul mercato a costo zero, tieni in conto che non ne avrai un rientro economico e amen. L’importante non sono i soldi, per noi, ma pubblicare musica valida. In questo modo, l’insieme delle etichette indipendenti crea un sottobosco di artisti che sfuggono alle major stesse, perlomeno finché queste non decidono finalmente di investirci.

E nel 2000 c’era già un sottobosco di etichette in Italia?
Assolutamente, anche se per crescere mi sono studiato soprattutto la gestione di quelle americane, che erano molto più avanti delle nostre, come per esempio la Dischord Records.

Quali furono i primi passi di Tempesta?
Inizialmente era una cosa nostra: pubblicavamo solo lavori dei Tre Allegri, e curavamo tutto noi cercando dei legami con i vari operatori collaterali – dalle agenzie di booking agli stampatori e agli uffici stampa. Molti di questi rapporti esistono tutt’ora.

Eravate liberi, insomma.
Sì, chiaramente pagavamo il prezzo che pagavano gli indipendenti – e cioè il totale disinteresse di radio e tv che c’era allora – ma era il prezzo della libertà di suonare come volevamo.

Quindi La testa indipendente è stato un disco più libero di Mostri e normali.
Considera che Mostri e normali è stato prodotto da Marco Dal Lago, un nome che non dico che ci fosse stato imposto dalla BMG, ma comunque era ampiamente caldeggiato da loro (ride). Sia chiaro: non rinneghiamo niente di quell’esperienza, è stata molto formativa e in termini di visibilità ci ha portato tantissimo. Però sì, con La testa indipendente ci siamo mossi come volevamo.

Tant’è che in copertina campeggia una parola: “Indipendente”. Era un motivo d’orgoglio?
Lo è.

E quello era un disco indipendente, immagino.
Per farti capire quanto fossimo liberi: stavamo quasi per entrare in studio – tutto prenotato, tipo – e all’ultimo ci chiama Giorgio Canali per dirci che voleva produrre il nostro disco. Ne approfitto per chiedere scusa alle persone a cui abbiamo dato buca (ride), ma non ci abbiamo pensato due volte a passare da lui. Che all’epoca era nei C.S.I./PGR, era stato il fonico dei Litfiba e, insomma, rappresentava davvero un nome grande per noi.

E tra l’altro è stato proprio suo il primo album non vostro che avete pubblicato con La Tempesta. Un bel capovolgimento di ruoli!
Esatto, Giorgio Canali & Rossofuoco, nel 2004. Tra l’altro su proposta sua: assurdo. Quando ce lo disse fui preso in contropiede. Ma poi mi decisi di sì, assolutamente, figata. Il fatto che lui ci chiedesse di pubblicare un suo lavoro significava che La Tempesta aveva raggiunto una certa strutturazione, che potevamo permettercelo insomma.

Immagino soprattutto grazie a internet e il passaparola.
Col passaparola senz’altro. E poi con le riviste, all’epoca c’era ancora una stampa specializzata forte, e uscire con una recensione su un giornale era il primo passo per farsi conoscere. Infine, soprattutto, i concerti. Specie i primi tempi stavamo sempre in giro, suonavamo ovunque (pure le pizzerie, tieni conto) e questo ci ha consentito di farci un sacco di contatti. Internet non era diffuso come oggi; al contrario, i live erano una bella occasione per conoscere e farsi conoscere.

È così che si è formata la scuderia della Tempesta?
Sì, andando in giro magari ti capitava che un emergente aprisse un concerto dei Tre Allegri o che si suonasse insieme ai festival. Moltheni, che è il secondo di cui abbiamo pubblicato un disco, nel 2005, l’ho conosciuto nel backstage di un live a Ferrara. Pretesto: questo nostro curioso caso di omonimia (ride). Da lì ci siamo trovati bene, e il rapporto va avanti ancora oggi.

Gian Maria Accusani ed Elisabetta Imelio dei Sick Tamburo nel backstage del festival “Tutta La Tempesta”, nel 2019. Foto: Fabio Cussigh

Sempre a Ferrara avete scovato Le Luci della Centrale Elettrica.
In realtà Ferrara è proprio un luogo chiave: fra il 2007 e il 2008, nello studio di Manuele Fusaroli in cui avevamo prodotto La testa indipendente, sono stati registrati e pubblicati dalla Tempesta anche La seconda rivoluzione sessuale dei Tre Allegri, Andate tutti affanculo degli Zen Circus, Dell’impero delle tenebre del Teatro degli Orrori e appunto Canzoni da spiaggia deturpata di Le Luci. Che andò esaurito già nelle prenotazioni, pensa un po’.

Te lo immaginavi un successo così, per lui?
Sincero: sì. Ci fece da tramite Giorgio Canali, andai ad ascoltarlo in un locale a Ferrara in cui suonava da solo una chitarra mezza scordata, con intorno i suoi amici. Urlava, e urlavano anche loro. Erano le sue prime canzoni, capivo a malapena la sua scrittura, ma mi arrivava l’energia. Mi sembrava un Guccini punk. Poi me lo sono studiato: i testi, le immagini, il suo modo di comporre. Aveva tutto per fare successo, perché raccontava una storia. Canzoni da spiaggia deturpata è un disco di contenuto, pieno di immagini poetiche. Tra l’altro Vasco oggi è pure un amico: non è scontato di lavorare insieme e poi andare anche in vacanza, insieme.

Avete pubblicato anche roba più difficile, come per esempio Sfortuna dei Fine Before You Came.
Quello è un disco di cui vado molto orgoglioso, che viene fuori da una mia passione internazionale, diciamo, per l’hardcore. E dall’amicizia con Jacopo (Lietti, frontman del gruppo, nda).

Andrea Appino degli Zen Circus sul palco del Rivolta. Foto: Claudia Muraro

E poi gli Zen Circus: anche da loro ti aspettavi questo successo?
Sì, e me lo aspettavo anche prima di quando in realtà l’hanno raggiunto. Hanno scritto degli inni popolari, per me, ma il bello è che anche in quel contesto sono riusciti a metterci sempre degli elementi di ricerca, di particolarità.

Indipendente era sinonimo di alternativo, in Italia, dieci anni fa?
Direi di sì, sicuramente molto più di oggi. Non era un genere, è vero, però era un modo di interpretare la musica in maniera diversa, appunto alternativa, al mainstream. Oggi non è più così: se dici indipendente allora dici indie, e se dici indie dici pure itpop. Che è tutto tranne che indipendente.

Che ne pensi di questa scena?
Mi sembra che dicano tutti un po’ le stesse cose. Rispetto a un Canzoni da spiaggia deturpata, per esempio, mi pare ci sia meno carne al fuoco.

Quindi i nuovi non sono figli di dischi come quello?
No, non direi. Però sicuramente dischi come quello o in generale quelli che ti citavo del 2007 hanno preparato il pubblico a livello culturale: sono stati fra i primi che, seppur coi loro numeri, hanno portato un certo concetto di musica indipendente al grande pubblico. E questo fa sì che uno come Gazzelle oggi riesca – dal niente e con le sue forze – a riempire il Forum di Assago, bruciando le tappe.

Ma tu cosa cerchi in un artista?
Non per forza l’elemento di rottura; sicuramente, quello di diversità, che ti colpisca. Che dire: negli ultimi anni mi sono arrivate tantissime cose, alcune davvero ben prodotte, magari già con la copertina e il resto, però spesso non aveva quell’elemento giusto per catturarmi l’attenzione. E l’ho scartata. Ecco: se oggi venisse da me un gruppo hard rock che canta in italiano, in maniera credibile, credo che lo produrrei.

Ciò che manca, insomma.
Esatto: quest’anno abbiamo pubblicato i Post Nebbia, per dirti. Dopo vent’anni di lavoro, chiaramente, per La Tempesta è più difficile rappresentare la proposta di rottura, ma nonostante ciò è uscito con noi un gruppo del genere.

La locandina di ‘La Tempesta Sotto le Stelle’ del 2010 disegnata da Alessandro Baronciani

Però, per dire, nel 2017 avete anche prodotto il primo lavoro di M¥SS KETA, L’angelo dall’occhiale da sera. Ci avete visto lungo.
Abbiamo visto la diversità. Davide era innamorato di pezzi come Le ragazze di Porta Venezia, fra i primi della Myss, e io mi chiedevo che diamine ci trovasse uno come lui in quella roba. Poi l’ho ascoltata e me ne sono innamorato. Tra l’altro lei e il suo team erano molto legati all’idea dei singoli, come del resto tutti i giovani; noi l’abbiamo convinta a fare un album “lungo”. Perché qui si lavora un po’ alla vecchia maniera, diciamo (ride). Ah, parlando di dischi recenti, vado molto orgoglioso anche del debutto di Generic Animal (Generic Animal del 2018, nda).

Già che l’hai nominato, con lui com’è andata?
Ci mandò i pezzi in inglese della sua band precedente, i Leute. A me e a Jacopo Lietti – che è il mio vicino di scrivania – piacquero molto, però gli dicemmo che lo avremmo preferito sentir cantare in italiano. E lui: «Scrivetemi voi i testi, allora». Ebbene: Jacopo glieli ha scritti.

Mi pare che dopo anni in giro il tuo lavoro ora sia molto più uno di quelli da scrivania.
Abbastanza, sì. È stato un girare continuo fino al 2015 circa. Adesso stiamo meno fuori, e quando ci stiamo dopo aver suonato non vediamo l’ora di andare a dormire (ride). È normale, non puoi avere la stessa carica di quando hai 25 anni e vai in tour. Per quanto comunque ancora oggi, prima di produrre un disco, voglio incontrare fisicamente l’artista che me lo propone, per capire se c’è alchimia. E, soprattutto, vederlo in concerto. Però certo, sì, adesso lavoro soprattutto con le mail.

Quante ne ricevi ogni giorno?
Non lo vuoi sapere, fidati (ride).

Dai!
Mi arrivano più o meno dieci dischi fatti e finiti ogni giorno.

E li senti tutti?
No, e mi dispiace. Per anni ho cercato di dare attenzione a tutti, già dai tempi in cui i demo si spedivano fisicamente. Oggi non riesco proprio a stare dietro a questi ritmi. Ma sono ritmi pazzeschi, non trovi?

Si fa tantissima musica. Non sarà colpa della promessa – magari falsa, ma affascinante e secondo me esistente – dei soldi facili?
Non lo so, non credo. Mi piace pensare che si suoni (e che si mandi roba alla Tempesta) per il gusto di farlo, per passione. Non per soldi. Anche perché non è che con la musica si diventi ricchi.

Vent’anni difficili e divertenti, insomma.
Ne abbiamo fatte tante. Penso soprattutto ai festival della Tempesta, all’inizio era assurdo per me vedere tutti i nostri artisti salire sullo stesso palco, suonare l’uno dopo l’altro in giornata. Pensa: al Mi Ami, lo scorso anno, avremmo dovuto avere una serata tutta per noi, per festeggiare i vent’anni. Ovviamente non si è fatto niente causa Covid: peccato, davvero.

Che significa essere indipendenti oggi?
Non sottostare all’ansia dei numeri, dei soldi. Fare ciò che si vuole, dall’inizio alla fine. Anche inseguire un sogno, se necessario. Per questo ti dico che oggi mi affascina molto di più l’alternative del resto: è quella l’attitudine indipendente, nel 2021. La “testa indipendente” ragionava così vent’anni fa, e ragiona così ancora oggi.