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Emis Killa: «Se partecipassi a Sanremo e vincesse Diodato mi girerebbero i coglioni»

Abbiamo approfittato del debutto della versione italiana di ‘Yo! Mtv Raps’ per fare due chiacchiere con il rapper, dalle polemiche con le femministe al festival. «Niente gara, voglio condurre con Amadeus»

Emis Killa

Da oggi arriva su Mtv Italia (canale 130 di Sky e in streaming su NOW TV, ogni giovedì alle 22) la versione italica di Yo! Mtv Raps, storico programma americano crocevia di storie, persone e artisti nato per comprendere pienamente la street culture. Nello studio della trasmissione ogni artista che farà capolino (da Jake La Furia a Roshelle, fino a Random) si trova in una dimensione simile a quella dove ha mosso i primi passi. Non manca un palco per le esibizioni. Al timone ci sono Valentina Pegorer ed Emis Killa, che ha fatto uscire in contemporanea il nuovo singolo Andale, in collaborazione con Westside Gunn. Cogliamo l’occasione per fargli qualche domandina.

Emis, torni in tv. Non è che stai pensando a una carriera sul piccolo schermo?
Non penso che questo sia un programma che mi porterà sempre più in tv. È destinato al pubblico che già ho, non ho dovuto mettere in mostra tutte queste doti da conduttore. Sono molto a mio agio, è il mio ambiente. Tratto la materia che mi appartiene, gli ospiti sono quasi tutti miei amici, gioco in casa.

Ma un programma sul rap ha ancora senso?
È il genere dei giovani, ma non dei giovanissimi, focalizzati sulla trap anche se siamo tutti la stessa famiglia. Il rap è genuino, senza filtri, parla di attualità usando il linguaggio della gente dei quartieri. È un micromondo che oggi ha una grande esposizione.

Ecco, visto che parli di micromondo, non pensi sia un po’ troppo autoreferenziale quello del rap?
Probabilmente sì, ma è anche il suo bello. Chi si appassiona deve andare a capire, a scavare, per comprenderne i contenuti. L’ho sempre trovato affascinante. Ma ci sono molte canzoni rap che possono essere capite e condivise da chiunque. La differenza tra noi e il pop è che l’autoreferenzialità induce la gente ad ascoltarti, perché vuole sempre sapere gli affari tuoi. Preferisco questa formula a quella del pop che, in un disco, fa dieci canzoni d’amore che sono finte. La trovo molto annacquata quella formula, preferisco uno che mi parli della sua giornata, anche se non capisco tutti i riferimenti.

Emis Killa e Valentina Pegorer

Nell’intro di Yo! Mtv Raps parli di lockdown, della situazione appena vissuta.
La musica può intrattenere e far riflettere la gente. Durante la reclusione forzata ho fatto musica e ne ho approfittato per essere più indipendente in casa.

Non hai mai ceduto?
L’ho vissuta con nervosismo perché la gente non capiva quello che stava succedendo. C’è stata anche la frustrazione: ero pronto a suonare, ma invece niente. Sono sempre al lavoro, comunque: ho della musica da far uscire.

A questo proposito, oggi è uscito il tuo nuovo singolo Andale. Com’è nata la collaborazione con Westside Gunn?
Sono suo fan. Lui è molto rispettato, ma forse fa parte di una realtà ancora underground: ha meno ascolti di me su Spotify, nonostante sia americano. Il suo gruppo, i Griselda, ha fatto il disco che ho ascoltato maggiormente nell’ultimo anno. Gunn è uscito recentemente con l’album solista: l’ho ascoltato, l’ho contattato, gli ho detto che sono fan della sua roba e avrei voluto collaborare con lui.

E lui?
Si è prestato magicamente, l’ho sentito anche molto coinvolto. Aveva ascoltato i freestyle sulla mia pagina Instagram, gli sono piaciuti e voleva fare una cosa con quel sound. È stato bello. Quando compri una strofa da un americano che non sa nemmeno chi sei è tutta un’altra cosa. Qui c’era interazione. Ed è molto più figo.

Il testo di Andale parla di te, della realtà dell’hinterland, la mula, la pula…
È il mio lato più tamarro, di strada. Un lato che per un periodo della mia carriera ho accantonato, virando sul mainstream con sfumature melodiche. Il primo Emis Killa, anche se su altri beat, aveva l’attitudine di Andale, che non è un pezzo ragionato: ho scritto quello che mi veniva da dire quando sentivo il beat.

Westside Gunn, invece, intercala le strofe con la parola con la n. Non credi che, di questi tempi, possa essere tutto un po’ travisato?
Per loro è come dire “fratello”. Dagli anni ’80 a oggi non c’è un pezzo dei rapper americani in cui non si dica “nigga” con la “a” finale. È il loro modo. Ho saputo che anche là c’è qualcuno che non è molto d’accordo, ma loro possono dire quello che vogliono. Ho molti amici in America, a Brooklyn, e chiamano così pure me, anche se sono bianco. Come diceva Denzel Washington a Ethan Hawke in Training Day, Significa “il mio uomo”, “il mio bro”. È cultura.

Non pensi sia anacronistico e razzista?
Secondo me no, è una cosa che non ha niente a che fare col razzismo. Penso che loro siano i più fieri di dire quella parola adesso. È come se fossero schierati, come se si fossero fatti forza l’uno con l’altro. Certo, se l’avesse detto un bianco l’avrei trovato fuori luogo.

Perché è uscito il tuo nome per X Factor anche se non sei nel cast?
Non ne ho idea. Non ho spiegazioni da darti.

Non è che, per caso, eri in lizza e, all’ultimo momento, non ti hanno preso?
No, non lo so. Boh.

Però nei tweet e nelle stories hai detto di esserti proposto.
Un anno fa mi era preso ‘sto grillo, mi stavo rompendo i coglioni e ho detto: vado a fare il giudice a X Factor (ride, nda). Ho fatto il colloquio con uno, mi è stato detto che gli sarebbe piaciuto, ma erano già in trattativa avanzata con un’altra persona (la quota rap/trap dello scorsa edizione del talent è stata coperta da Sfera Ebbasta, ndr).

E tu?
Gli ho risposto che se un giorno mi vorranno chiamare mi farebbe piacere. Stop.

Ma hai fatto un provino?
È stata una cosa molto amichevole. Ho fatto una chiacchiera informale con questa persona, davanti a un caffè.

Restiamo in tema di talenti. Recentemente nelle tue stories hai affermato che se uno è davvero bravo alla fine viene fuori. È veramente così?
Sì.

Quindi chi non è bravo non viene fuori.
No, alt, non ho detto così. È ovvio che ci sono anche degli scarti che escono, però questo non esclude l’altra cosa.

Cioè?
Chi veramente ha qualcosa da comunicare sicuramente ce la fa. Per quel che riguarda gli altri, alcuni escono, alcuni no, e a volte arriva pure qualche scarso.

Chi ti piace tra i rapper usciti dopo di te?
Lazza è più in forma di tutti: ha il margine di miglioramento più forte. Poi mi piacciono Massimo Pericolo, Not Good, che sto producendo. E Silent Bob, un ragazzo pelato, molto piazzato, non è ancora una realtà famosa, ma spaccherà.

Cosa non ti piace della scena rap attuale?
C’è troppa ostentazione: una gara a chi è più ricco, a chi ha più gioielli, emulano gli americani in una maniera imbarazzante, anche nello slang. Faccio quasi fatica a capirli. Non è più una corsa al pezzo migliore. Sembra che a nessuno fotta più un cazzo di fare la musica. Parlo, ovviamente, di quelli nuovi. Poi non si può fare di tutta l’erba un fascio, c’è pure chi ci tiene. Però, ecco, mi sembra che prendano questa cosa della musica come un mezzo per farsi vedere.

L’ultima cosa che hai ascoltato e che non ti è piaciuta?
Non voglio fare l’ipocrita, ma non mi va di dirlo, poi sembro il vecchio brontolone rosicone. Se ci sono ragazzi che non mi piacciono, ma si divertono invece di fare un lavoraccio, sono contento.

Ecco questa cosa che hai detto è un po’ da vecchio eh!
Però da vecchio buono, non rosicone.

Vabbè. Senti, altro giro, altra polemica. Hai fatto pace con le femministe, dopo che hai dichiarato che ti hanno rotto i coglioni?
Quelle non sono femministe. Le femministe in realtà ridevano. Se la nicchia che mi ha attaccato leggesse le cose cattive che mi hanno scritto le femministe nei loro confronti, vorrei vedere che scuse avrebbero. Ci sono andate molto più pesanti.

È vero che hai rifiutato di duettare con la Carrà nel suo disco di Natale?
Sì, ma non è stato niente di antipatico. Raffaella è un’amica. Io ho sempre tenuto il piede in due scarpe: sono un rapper rispettato dall’ambiente, ma ogni tanto tiro fuori il pezzo che strizza l’occhio al grande pubblico. Per preservare la credibilità che ho nella scena rap devo limitare certe uscite e, in quel momento, uscire con un pezzo natalizio avrebbe annientato la mia credibilità. Mi sono tutelato. Nulla contro di lei. Raffaella è un mito.

E che mi dici di Sanremo?
Continua a essere una cosa che non mi interessa. Non riesco a essere fan di quel mondo lì.

Perché?
Ho visto gli ultimi due anni. Quando Achille Lauro ha portato Rolls Royce avrebbe dovuto vincere a mani basse. Il pezzo era troppo innovativo. È arrivato nono, ma è come se avesse vinto. Parlavano tutti di lui, ma a me sarebbero girati i coglioni.

Per cosa?
Mi girerebbero se andassi lì con un pezzo che so essere vincente e vincesse Diodato. Per quanto bravo, non mi piace, ha trionfato la solita roba, la canzone italiana ben cantata. Quei brani che mi rompono i coglioni. Quindi mi girerebbero le scatole.

Comunque l’anno di Rolls Royce ha vinto Mahmood.
Hai ragione! Mahmood ha portato un pezzo fresco, è stata comunque una novità, bisogna ammetterlo. Io però non mi vedo così poppizzato. Per assurdo sarebbe stato meglio quando ero giovane.

Come mai?
Crescendo mi sono chiuso un po’, in quel senso lì.

Senti un po’, tornando a Yo! Mtv Raps, se tutto andasse per il meglio e ti proponessero altri show, cosa ti piacerebbe condurre?
Il Festival di Sanremo.

Ma come? Non ci parteciperesti, ma lo condurresti?
Se mi chiamasse Amadeus lo farei, andremmo sicuramente d’accordo. Tra l’altro anche lui è stato bersagliato dalle femministe.

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