C’è qualcosa di paradossale nel nuovo romanzo di Emidio Clementi, Prima dell’incendio (edito da Playground), che è ambientato nel 1993 ma sembra parlare più del presente di tanti libri ambientati nella contemporaneità. Nella villa marchigiana di Livia, infatti, si ritrova una compagnia di giovani artisti, musicisti e universitari arrivati da Bologna, tutti alle prese con quella fase della vita in cui si cerca disperatamente di capire chi si vuole diventare da grandi. Al centro della storia c’è Guido, attore, musicista e figura magnetica, ispirato al ricordo di Dario Parisini, fondatore dei Disciplinatha (e per un biennio musicista dei Massimo Volume), incarnazione di un’idea radicale: lasciare un segno nel mondo senza piegarsi alle aspettative altrui.
Da oltre trent’anni Clementi racconta personaggi sospesi tra appartenenza ed estraneità. Lo fa nei libri e lo ha fatto con la sua band diventata «nel bene e nel male» di culto, che ha contribuito a ridefinire il linguaggio rock portando la letteratura al centro della canzone. In questa intervista, siamo partiti dal romanzo ma siamo arrivati alla sparizione delle sottoculture, a come sono cambiati i centri sociali, alla trap la cui distanza «non mi sembra poi così enorme», fino al rapporto complicato tra arte e mercato.
E non ha mancato di chiarire vecchie diatribe: il giudizio tranchant di Faust’O sui Massimo Volume, le discussioni sul Primo Maggio («un gran baraccone») con Elio e le Storie Tese, oltre alla proposta di Manuel Agnelli per i Suoni dal futuro: «Una scena nuova deve uccidere i vecchi re». Oppure una riflessione sull’America di oggi, con la quale «si è spezzato il legame culturale» o sulle difficoltà di integrazione che ha vissuto di persona: «Penso spesso a quanto ci si senta nessuno in un luogo che non ti riconosce, è una delle condanne peggiori». Mentre sullo sfondo rimane la domanda che attraversa il libro: cosa succede quando una generazione smette di immaginare il futuro e comincia a misurarsi con ciò che resta dei propri sogni?
Prima dell’incendio è ambientato nel 1993, ma non sembra un romanzo nostalgico. Sembra invece il racconto di un momento in cui una generazione poteva ancora inventarsi da sola. È così?
Mi fa piacere che tu l’abbia notato. Ricorda la mia giovinezza e le persone che ho conosciuto, e l’ho ambientato nel ’93 perché ci sono delle differenze con la giovinezza di oggi, però ho cercato di andare al cuore di quello che è il momento di profonda insicurezza che c’è nella giovinezza e credo appartenga all’esistenza umana di ogni generazione. Se qualcuno pensasse di farci un film sarebbe un film in costume, perché sono passati quarant’anni ed è cambiato tutto.
Perché hai scelto di raccontare il momento prima della fine e non la fine stessa?
All’inizio pensavo di raccontare le vicende umane dei personaggi fino ad oggi, poi mi sono reso conto che quella scenografia che avevo allestito, quella della villa, non era più sostituibile. E c’è un tono vagamente elegiaco, perché la voce fuoricampo fa intuire che un giorno quella villa non ci sarà più e che ai personaggi accadrà qualcosa, ma nello stesso tempo andare oltre mi avrebbe creato dei problemi nello sviluppo della storia. Per cui quel futuro, che viene evocato, rimane nell’immaginazione del lettore.
I protagonisti non sanno cosa diventeranno, noi lettori sì. È questo che favorisce l’immedesimazione?
Lo spero. È come un dipinto di William Turner, dove non capisci bene se è un sogno o la realtà. In fondo è un libro dove i personaggi sono delle presenze, hanno qualcosa di fantasmatico. Sappiamo che la villa non c’è più, che quel momento è passato, e ho cercato di trattenere il più possibile quell’atmosfera. Lo accosto, senza voler fare paragoni, a Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, dove rivive la propria giovinezza. Lì c’era più dolore, io ho cercato di trattenerlo in modo più asciutto emotivamente.
Alla fine scrivi che i giorni più inutili possiedono il bagliore di un incendio.
Sì, perché parlando con l’editore mi domandavo cosa succedeva quando eravamo giovani, e lui mi ha risposto: «Non ti ricordi che non succedeva mai niente?». Mi ha rasserenato, perché è vero che un po’ è sempre stato così. Non mi sarebbe piaciuto seguirli nei momenti topici della loro giovinezza. A un certo punto ci sono cinque giorni che prendo quasi a caso, con lo sforzo di capire qual è la loro vita e quale sarà il loro futuro. Come se la cinepresa fosse fissa in un punto con dietro uno scenario che non cambia.
Guido è un personaggio affascinante: attore, musicista, outsider. È ispirato a una persona reale?
Il libro è dedicato a Dario Parisini, un mio amico, oltre che un musicista e un attore. Quindi, quando ho costruito il personaggio di Guido, soprattutto in una prima fase, ho avuto lui in mente. Poi succede sempre qualcos’altro con i personaggi: l’ho arricchito di gesti che non sono i suoi, ma forse non sarebbe esistito se non lo avessi conosciuto. In più, di Dario mantiene la necessità del martirio. Che forse apparteneva a quell’epoca: per essere forti e ammirati bisognava buttare tutto quello che si possedeva.

Oggi sarebbe ancora possibile una figura così nell’era degli algoritmi?
Mi sembra di no. Dal punto di vista dell’ambiente musicale l’eccentricità c’è sempre stata, con un certo individualismo, però si aveva un gran pudore nella promozione di se stessi. C’era anche una grande ingenuità. Poi si è scoperto che quell’eccentricità poteva essere sfruttata promozionalmente. A noi della vecchia guardia ha sempre un po’ stupito. La strada era quella che ci indica Guido: devi rinunciare al cinema se ti rende famoso, ma in un modo un po’ ridicolo, cioè nella maniera che non vorresti.
Il successo per il successo?
Esatto, perché Guido vorrebbe fare i film ma se può vestirsi e comportarsi come nella vita di tutti i giorni. Se gli danno una parte da soldato di naja o da matricola del Dams non vuole interpretarla perché è convinto che lo avvilisca. È un atteggiamento ingenuo, però allora si ragionava un po’ in questo modo.
Colpisce anche il personaggio di Livia, una ragazza privilegiata economicamente, ma profondamente inquieta. Ti interessava raccontare il disagio anche dentro il benessere?
Sì, perché c’è un non detto. Parlo di un mondo alternativo che al 70% era formato, e forse lo è ancora oggi, da gente benestante. Certo, ci si vergognava di quel benessere. Ma Livia no, è talmente pigra che non ha voglia di fingere di essere una morta di fame. Il mondo degli alternativi è di privilegiati. Siccome mi hanno sempre affascinato la borghesia e il lusso, anche per non cadere nei soliti cliché su come è stato raccontato l’ambiente degli alternativi, avevo bisogno di un personaggio come il suo e di quella villa, che è l’emblema della solidità ma che alla fine risulta fragile.
Nel romanzo i ragazzi arrivano a Bologna da province diverse e cercano un posto dove essere eccentrici. Che cos’era quella città negli anni ’90?
Bologna era il centro del mondo raggiungibile. Sapevamo che esistevano Londra e New York, ma erano troppo al di là delle nostre possibilità. Bologna era collegata con l’Europa, musicalmente attiva e lì ho trovato quello che cercavo e che forse non sapevo di cercare. Ho frequentato, come racconto nel libro, una comunità di provinciali che a casa loro erano disadattati, mentre a Bologna formavano una comunità seducente. Gli altri ci guardavano come quelli che avrebbero voluto essere, ma non riuscivano a essere.
E la Bologna di oggi?
La città è profondamente cambiata, ma spero che i giovani di oggi possano trovare comunque una loro dimensione e degli stimoli come li ho trovati io. Io credo che la nostalgia nasca dal fatto che tutti noi siamo sopravvissuti al passato. Può averci fatto male, averci lasciato delle ferite, ma siamo ancora vivi. Sul presente non sappiamo ancora cosa farà di noi, per questo ci spaventa. Io sono arrivato a Bologna a metà degli anni ’80 ed era un presente inquieto. Non c’era niente di quello che oggi può sembrare avvolgente o seducente. La scena musicale avrebbe voluto essere nata da qualche altra parte, in un ambiente più mitteleuropeo. Poi, vista a 30 o 40 anni di distanza, sembra essere diventata l’Eldorado della musica italiana.
La differenza rispetto all’oggi è la percezione del futuro?
A un certo punto la gente ha gettato i mobili in legno di casa, che però rappresentavano un passato caratterizzato dalla solidità, per sostituirli con della formica in stile moderno che rappresenta la sostituibilità. Perché si credeva nel futuro, in quello che sarebbe arrivato. È una bella sensazione, c’era l’idea di costruire e fare cose diverse. A un certo punto ci siamo accorti tutti che il futuro era più deperibile, per cui siamo tornati a rivolgerci al passato. Che è un po’ terribile come condizione.
Oggi si parla di identità individuale ma poco di appartenenza. Le sottoculture sono state sostituite dai social?
Penso proprio di sì. A Bologna l’ambiente che frequentavo io era rappresentato da determinati locali dove potevi incontrare determinate persone come te. Non si frequentavano i luoghi dei “normali”. A un certo punto quella condizione si è trasformata in un ghetto. Ricordo gli anni in cui ho vissuto nelle case occupate di via del Pratello, solo che dopo un po’ non si usciva più da quella strada perché tutti arrivavano lì. A un certo punto ho sentito il bisogno di scoprire il mondo di fuori, perché mi sentivo molto limitato. Ma esisteva un mondo alternativo, come quello dei centri sociali, dove andavi a sentire musica che non conoscevi e acquistavi i dischi sul posto perché non li trovavi nei negozi tradizionali.
Oggi i centri sociali sono tornati al centro del dibattito pubblico, dopo gli sgomberi di Askatasuna e del Leoncavallo, ma per una questione di sicurezza.
È un po’ di tempo che non frequento i centri sociali, ma quando li frequentavo ho potuto notare che, dalla metà degli anni ’80, erano luoghi profondamente culturali. Poi, piano piano, è venuta un po’ meno la spinta di novità. Anche musicalmente mi è sembrato che, da un certo periodo in poi, i gruppi che si esibivano fossero più o meno gli stessi che si potevano ritrovare altrove. Si è un po’ persa quella freschezza e quella spinta dei primi anni.
Se avessi vent’anni oggi occuperesti ancora un centro sociale?
Dopo l’occupazione del Pratello, che non è stata politica, una televisione ci concesse una puntata dove erano presenti l’assessore all’Urbanistica e i rappresentanti istituzionali per dibattere. Oggi una cosa del genere sarebbe impensabile. Credo che ci sia un nucleo di me stesso che è rimasto invariato, mentre un altro inevitabilmente no. Come quando rileggo dei libri che ho amato in gioventù e adesso, alla soglia dei 60 anni, non mi piacciono più. Quindi devo ammettere che si cambia un po’ in tutto.
Oggi l’attenzione ai testi nelle canzoni sembra venire meno. È cambiato il pubblico o l’idea stessa di canzone?
Ci sono tanti autori, cantautori o gruppi italiani che si sono rivolti di più al proprio mondo. Quelli della nostra generazione, come me, si commuovevano per un brano di Neil Young o per un paesaggio che non avevano mai visto, con un esotismo legato all’America. A un certo punto è emersa la consapevolezza di rivolgersi a ciò che si aveva attorno, che è stato un passo avanti. Non sono così attento alla scena attuale, ma sento in giro dei bei testi: I Cani, Fulminacci, Giorgio Poi scrivono molto bene.
Forse prima c’era un filtro più selettivo, mentre oggi chiunque può pubblicare e fare numeri sui social.
Una volta c’erano quattro o cinque critici musicali e dovevi passare attraverso di loro, altrimenti era difficile imporsi. Oggi c’è maggiore libertà. La critica musicale, come quella letteraria, non esiste quasi più, ma c’è anche un’attenzione media molto diminuita. A un autore si concedono pochi minuti e manca un vero approfondimento. Succede anche a me su Spotify: un autore che non conosco lo ascolto, ma gli concedo molto meno tempo di quando acquistavo un disco fisico.
La trap, per certi atteggiamenti, è stata simile al punk oppure bisogna valutarla con altri parametri?
È vero che è un genere povero: non serve un gruppo e con delle basi basta rapparci sopra. Io ci sono arrivato in ritardo su quella scena e forse non la conosco abbastanza per capire se dentro c’è della qualità. Prima parlavamo del personaggio di Guido, mi pare che oggi nella trap ci sia molta più consapevolezza di sé e di ciò che si vuole raggiungere. Magari esistono anche sottogeneri più attenti ai testi e al sound. Mia figlia mi dice di ascoltare dei trapper, ma quando li sento non ci trovo granché di interessante.
Lo scrittore Walter Siti ha analizzato i testi di alcuni fra i trapper più famosi e dice di averci trovato le basi della poesia moderna.
Può essere, anche se a me, ascoltando diversi trapper, non è capitato nulla che mi abbia catturato al punto da portarmi in un mondo che non è il mio o da spingermi ad approfondire. Noi Massimo Volume siamo stati la band più faticosa del nostro periodo, molto attenta alla parola in maniera letteraria, forse persino troppo. E la distanza con la trap non mi sembra poi così enorme: c’è un parlato leggermente in rima. Un tempo sembrava impensabile. Ai nostri inizi metà del pubblico se ne andava quando si rendeva conto che io non cantavo. Qualcosa di vicino, come potenzialità, lo sento. Poi forse sono arrivato tardi per apprezzarlo.

Massimo Volume. Foto di Simone Cargnoni
Quando ti sei accorto che i Massimo Volume erano diventati una band di culto?
Quando siamo passati dalla gente che se ne andava alla gente che, se qualcuno parlava o disturbava, gli diceva di stare zitto ad ascoltarci. Siamo stati, nel bene e nel male, un po’ santificati.
Fa bene a una band o è anche un peso difficile da sopportare?
È gratificante, gli artisti hanno bisogno di gratificazione, però è pericoloso. Da un lato hai una formula che funziona, a cui puoi sempre rivolgerti; dall’altro viene meno la spinta verso la ricerca, che spesso il pubblico accetta con fatica. Succede a tutti quelli che hanno una lunga carriera. Il disco nuovo diventa quasi un impiccio, perché la gente viene per ascoltare soprattutto i pezzi con cui è cresciuta o di cui si è innamorata. Però è un po’ frustrante per l’artista, perché vorrebbe sempre proporre il nuovo repertorio.
Non a caso ai concerti oggi sembrano andare solo i fan, con buona pace della scoperta.
È così. E si ripropongono dischi usciti venti o dieci anni prima. Tutto assume una retorica che non fa benissimo alla musica.
Il secondo album dei Massimo Volume Lungo i bordi (1995) venne prodotto da Faust’O, che anni dopo vi ha criticati dicendo che facevate sostanzialmente lo stesso disco da vent’anni. Ti ha ferito quella critica o la interpreti come un gesto d’affetto?
Venendo da Faust’O l’ho presa con tanto affetto. In parte ha ragione. Se uno non è un ascoltatore approfondito e sente un pezzo di Stanze, che è del 1993, e uno de Il nuotatore, che è del 2019, può sentire uno che parla e sotto c’è della musica. A grandi linee si può dire che abbiamo sempre fatto quello, però è anche lo stile che ci ha caratterizzato. Ma dentro tutti i nostri dischi, per un ascoltatore più attento, credo che ci siano delle diversità.
Nel 2013 invece sei stato tu a criticare Elio e le Storie Tese per la loro parodia Complesso del Primo maggio. Negli ultimi anni anche il Concertone è cambiato. Rifaresti quell’appunto?
Quella critica in realtà era una battuta, forse venuta male, ma il Primo maggio di oggi mi sembra un gran baraccone gestito dalle case discografiche senza capo né coda. Un po’ lo è sempre stato, ma era molto ambito. Era una possibilità di farsi conoscere da un pubblico non solo di addetti ai lavori e di appassionati. Insomma, una bella vetrina ma sempre inondata di retorica.
Il vostro Club privé del 1999 è stato prodotto da Manuel Agnelli. Oggi lui sta cercando di ricreare una scena indipendente attraverso il sostegno a giovani band. Lo vedi possibile?
Spero di sì. Ma una scena nuova che nasce è una scena che deve uccidere i vecchi re. Quindi deve imporsi in modo autonomo e con un proprio linguaggio. Per tanto tempo la scena degli anni ’90 ha resistito. Siamo stati longevi. Fino a oggi qualcuno continua a fare dischi e ad avere un seguito, per cui non siamo completamente spazzati via dalla scena successiva. Forse arriverà il giorno in cui una scena prenderà totalmente il nostro posto e noi sembreremo vecchissimi, per poi essere magari recuperati vent’anni dopo.
Come Agnelli, per caso vi sono mai arrivate le sirene dei talent?
No, mai. Perché siamo sempre stati troppo periferici rispetto alla scena e alla televisione. Ma se mi avessero chiamato non avrei accettato, non sarebbe stato il mio ruolo. Manuel lo ha fatto benissimo il giudice, perché è stato credibile persino per gente che non lo conosceva. Ma lui è più preparato di me su quel tipo di realtà ed è anche più musicista di me.
Il poeta Emanuel Carnevali è un riferimento importante per te. Attraverso di lui hai raccontato il sogno americano infranto. Che cosa pensi dell’America di Donald Trump?
Che è terribile. Si è spezzato il legame culturale che ci univa. Adesso sento una certa distanza. Mi manca l’America con cui sono cresciuto, quella degli autori, dei musicisti e degli scrittori. Carnevali ha rappresentato quel ponte tra noi e loro. Un italiano che scriveva in lingua inglese, a metà strada tra due mondi, e che ha sofferto la peggiore tragedia che possa capitare a uno scrittore: non pubblicare in vita. Ma il paradosso è che, a distanza di cento anni, ancora lo leggiamo. A un festival letterario ho ricevuto in regalo una copia de Il primo Dio, quindi è un autore letto tutt’oggi. Qual è allora la strada giusta? Un successo immediato, magari effimero, o quello che viene riscoperto successivamente e continua a rinnovarsi? È molto affascinante la seconda ipotesi.
Hai vissuto un periodo in Svezia e hai raccontato le difficoltà dell’integrazione e dell’isolamento linguistico. Oggi assistiamo a un ritorno del razzismo e della xenofobia. Come lo leggi?
Ci penso spesso a quel periodo, perché è stato, nonostante tutto, molto prolifico per me. Quando sono tornato in Italia avevo una grande voglia di raccontare. Quindi penso spesso a quanto ci si senta nessuno in un luogo che non ti riconosce, è una delle condanne peggiori. Quando si parte per necessità è ancora peggio. Io vivo l’estero e trovo bellissimo conoscere il mondo ma, sarà un mio limite, oggi avrei paura di una vita altrove. Di essere costretto a non poter tornare e a non avere i miei punti di riferimento che mi danno sicurezza. Banalmente, poter chiamare per nome quello del negozio in cui entro. La mancanza di quella confidenza mi fa paura, forse anche perché con l’età si diventa più timorosi.
L’estremismo che arriva da destra negli ultimi tempi ti fa altrettanto timore?
Mi fa paura, ma spesso si parla di Paesi come l’Inghilterra, dove esistono diritti acquisiti qualunque sia il governo. Io mi auguro che l’Italia sia diventata una Repubblica con gli anticorpi da potersi permettere un’alternanza di governo, che mi sembra salutare.
Francesco De Gregori ha detto che trova imbarazzanti gli artisti che intervengono su temi politici e che preferisce parlare attraverso le sue opere. Sei d’accordo?
L’arte è fatta, non dico di proclami, ma di esposizione pubblica. Bisognerebbe però imparare ad accettare anche posizioni che non ci piacciono. Io sono cresciuto con libri come Fuoco fatuo di Pierre Drieu La Rochelle, che è stato un collaborazionista del nazismo ma anche un grande autore, così come Louis-Ferdinand Céline. La destra ha avuto dei grandi intellettuali a cui non possiamo rinunciare e vanno accettati anche loro, se è vera l’idea della democrazia.
In passato ho chiesto ad alcuni tuoi colleghi se sentissero una responsabilità per la situazione di oggi. Umberto Maria Giardini aveva risposto di sì, Paolo Benvegnù no. E tu?
No, perché ognuno di noi fa quello che può. La vita ti presenta già così tanti ostacoli che è difficile pensare a quello che lasceremo. Vorrei che post mortem si parlasse di me come di uno con una certa onestà intellettuale, questo sì. Mi darebbe fastidio passare per un arrivista. Ma più di questo non posso rivendicare. Non si può chiedere alle generazioni passate più di quello che possono darci. Ognuno fa i conti con il proprio presente, che è sempre difficoltoso.
Marco Belpoliti dell’Espresso, dopo L’ultimo dio (2014), per definire il tuo stile ha scritto: “La prosa e il racconto di Clementi nascondono qualcosa di inafferrabile, d’incerto, che s’intravede appena sul fondo opaco del suo racconto: un piccolo demone (oppure un dio) che egli insegue o che invece lo tallona da vicino”. Visto che ho l’occasione di chiedertelo, è più un demone o un dio?
Direi entrambi. Nel mio lavoro di scrittura c’è una frustrazione: vivo con l’impressione costante di non trovare mai la parola giusta. Quindi di adattare quello che vorrei dire rispetto a quello che riesco a dire. Infatti sono lento e non vedo l’ora di finire. Ma il libro che è uscito e che ho tra le mani, che è un cadavere perché ormai non posso più apportare modifiche, mi provoca quasi una forma di depressione, perché vorrei tornare lì, a quello stadio di frustrazione in cui non trovo mai la parola giusta, come se fosse la mia condizione naturale. Tutto questo, per rispondere alla tua domanda, mi pare che abbia i tratti sia del demone sia del dio.









