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Elvis Costello: «Non sarei qui se non avessi sfogato la rabbia nelle canzoni»

Ma anche passione, dolcezza, tristezza. Conversazione con un artista che non ha mai smesso di cambiare e di mettere pezzi di vita nei dischi, compreso il nuovo 'Hey Clockface'

Elvis Costello

Foto: Lens O'Toole

9408 km è la distanza che separa Vancouver da Cirò Marina, Elvis Costello dalla sua intervistatrice. Opposti, da un lato all’altro del mondo, dal freddo al caldo, sembrerebbe tutto impossibile se non fosse per la musica. Lui seduto su un divano a righe blu, piccole e grandi, una tuta, gli occhiali e lo sguardo sempre vivo, parete bianca in legno con vetrata alle sue spalle. Dall’altra parte del pc io, una sedia, giacca nera, chitarra dietro le mie spalle e la consapevolezza di dover intervistare quello che Rolling Stone ha inserito tra i migliori 100 artisti di tutti i tempi. Inizia timidamente Elvis Costello con il chiedermi dove sono. «Calabria», gli rispondo semi urlando anche il paese da cui provengo. Lui è entusiasta del Sud, mi racconta che una volta è stato a Lecce, in Puglia.

Fermi sui nostri divani, a distanza di 9408 km, riusciamo a viaggiare attraverso il suo nuovo album Hey Clockface. Passiamo per Parigi, sorvolando Liverpool, fermandoci un po’ a Helsinki, uno scalo veloce a New York, per poi tornare tra le braccia delle persone care. E barattiamo distanze con i pensieri che ci possono accomunare. Scambiando le paure di questo tempo e le sue passate personali con le emozioni di un album che sembra uscito da una delle sue innumerevoli tempeste emotive. Da un lato è completamente ghiacciato, dall’altro fuoco con fiamme altissime. E quello che è sempre stato Costello: il più intelligente di tutti (musicalmente), curioso, arrabbiato, passionale, dolce, profondo e triste. Dotato di una scrittura che va oltre la semplice dimestichezza con la creatività. Avendolo davanti, per assurdo, la prima domanda che salta in testa è: chissà se ha paura di un tornado. E la risposta è che Elvis Costello non può avere paura di un tornado: è lui il tornado. Dove passa spazza via tutto e ha solo lui la capacità di ricostruire anche meglio di prima.

Il suo ventiseiesimo album (non calcolando le innumerevoli collaborazioni) è la coscienza musicale perfetta di un artista che non ha mai evitato gli altri stili musicali oltre al rock, ma ha sempre attraverso tutto e tutti, diventando così non solo il cantastorie, ma la fiaba stessa. E come se fossimo nel primo verso dell’Orlando furioso: le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese di Declan Patrick McManus io canto.

Nella canzone che dà il titolo all’album dici: “Time is just my enemy”. Cosa intendi?
Da una parte dico che il tempo sta passando in un modo che mi fa paura, dall’altra parte la canzone parla del momento in cui aspetti il ritorno della persona amata. Il tempo si muove troppo lentamente quando si è distanti e invece quando è il momento di lasciarsi il tempo si muove troppo in fretta. Così inizi a credere che l’orologio, proprio il quadrante sia come un rivale. In realtà è un verso comico, non è una particolare e profonda idea filosofica sul tempo che passa. È solo il tempo che ti separa dal tuo amore.

In We Are All Cowards Now chi sono i vigliacchi? E che significato ha questo termine per te?
È avere paura. Nascondersi dietro la paura, nascondersi dietro le divisioni, i conflitti. Ho scritto questa canzone perché mi capita di infuriarmi per qualcosa che accade nel mondo e non riesco a provare amore per gli essere umani. Credo onestamente che l’unico modo per vivere meglio sia la comprensione. Anche se non sei d’accordo, ci deve essere comprensione. Questo è quello che dico in We Are All Cowards Now e in un qualche modo tutti possiamo e dobbiamo trovare il modo di amare, fare qualcosa di meglio per il mondo perché essere sempre divisi e in lotta tutto il tempo non ci fa arrivare e costruire nulla. A volte senti dire «quelle persone sono davvero cattive». Ok, ma perché credi che siano cattive? Devi provare a capirlo prima di giudicare.

In Newspaper Pane canti “I don’t spend my time perfecting the past, I live for the future”. Considerato il momento in cui stiamo vivendo, che senso ha dire “vivo per il futuro”?
Quando l’ho scritta stavo pensando a come esaminiamo gli errori del passato. Dobbiamo riconoscerli, ma ci si consuma a vivere con il desiderio di correggere il passato. Correggere il passato non è la stessa cosa di capirlo e imparare da esso. Disperdi un sacco di energie cercando di cancellare gli errori che hai fatto, perché facendolo fai sì che gli errori stessi diventino ancora più forti. Invece devi riconoscerli e cercare di fare di meglio. Per quanto riguarda il futuro, dobbiamo mantenere alto il nostro spirito anche se è difficile, dobbiamo credere che andrà tutto nel verso giusto e dobbiamo lavorare affinché diventi migliore, perché non possiamo cadere nei conflitti e nelle paure.

Questa cosa così particolare che ci sta tenendo chiusi in una stanza alla fine si risolverà, la scienza troverà una soluzione e quello che possiamo fare nell’immediato è affrontare tutto con il buonsenso. L’informazione deve trasmette fiducia. Noi in Canada siamo stati fortunati, ci hanno dato consigli con calma e per il nostro bene, non per motivi politici. Negli Stati Uniti tutto ha assunto un significato politico e così la maggior parte delle persone non si fida di ciò che gli viene detto. E non fidarsi di chi ti governa è pericoloso. Poi io devo pensare per forza al futuro, ho dei figli di cui occuparmi, mia mamma che ha 93 anni e ha bisogno di me… dobbiamo pensare al futuro!

In The Whirlwind c’è un piano delicatissimo, ha un suono profondo da spezzare il cuore. Sembra uscita da un carillion o da quelle sfere di vetro natalizie che se le capovolgi scende giù la neve. E la tua voce sembra sempre di più uscita da una fiaba. Insomma, una musica che riempie tutto lo spazio: ce ne parli?
È un gran complimento quello che stai facendo ai musicisti con cui ho suonato a Parigi. C’era una grande comprensione dell’emozione che ci stava dando questa canzone. Non c’era orchestrazione, niente era stato pianificato, tutto è stato improvvisato. Suonare questa canzone è stato fantastico. È l’ultima che abbiamo registrato a Parigi. Siamo riusciti a registrare otto canzoni in due giorni e questo è straordinario. I musicisti mi hanno incoraggiato a fare una canzone in più in quella session. È la numero nove ed è la mia preferita di questa session. Quello che accomuna me e Steve Nieve (il suo tastierista, ndr) è una grande condivisione e comprensione. Suona con me da 43 anni. Gli altri musicisti non li conoscevo bene, ad esempio il giovane batterista che suona in tutte le canzoni, e poi ci sono clarinetti, violini, trombe. Eravamo una piccola orchestra e per questo il suono è così particolare ed emotivamente coinvolgente. Eravamo tutti molto concentrati e tutti riuscivamo a sentire le emozioni della musica che stava venendo fuori.

What Is It That I Need That I Don’t Already Have? è molto intima, anche musicalmente: cosa ti manca che non hai?
La canzone parla di ricerca, della sensazione che deve esserci sempre qualcosa dietro la porta, deve esserci qualcosa dietro l’angolo che mi può rendere la vita migliore. Non siamo mai contenti e non ci basta quello che abbiamo, che poi a ben guardare è davvero tanto. È l’idea di sforzarsi a capire che bisogna essere soddisfatti di quello che si ha in questo momento.

Hai registrato a Parigi ed Helsinki, due città completamente differenti che però rispecchiano le differenti anime di questo album.
Sì, sono davvero molto differenti in tutti i sensi. Sono andato a Helsinki in pieno inverno. Prendevo tutti i giorni un traghetto dal centro di Helsinki che sta a 20 minuti da questa isoletta dove si trova lo studio di registrazione. Mi svegliavo la mattina con l’aria gelida che mi soffiava in faccia e poi tornavo al mio hotel. Così è stato per tutti i giorni che mi sono fermato lì. E poi Parigi, dove è ripresa la vita sociale di tutti i giorni, con altre persone. Poi da lì siamo andati a Liverpool dove abbiamo aperto il tour nel Regno Unito. Nel giro di due settimane mi sono reso conto che sarebbe stato irresponsabile continuare a suonare e chiedere alle persone di venirci a vedere. Ho anche pensato che c’era il rischio di rimanere lontano dalla mia famiglia e quindi bisognava sbrigarsi e tornare a casa. Così alla fine ho completato l’album con l’aiuto del mio amico Michael Leonhart, con alcuni musicisti di New York che mi hanno mandato Newspaper Pane e la musica di Radio Is Everything. Sebastian Krys, il co-produttore dell’album precedente Look Now, ha mixato tutto.

Perché Helsinki?
Sembra pazzesco, potevo andare ovunque, posti dove sono già stato, una rotta sicura, come per te è andare da Roma in Calabria. Mi sono detto che volevo registrare in un posto dove non ero mai stato. Così dieci giorni prima che iniziasse il tour da Liverpool mi sono detto: Helsinki. E sono partito da solo, senza band. Sai, quando ho registrato il mio primo vero disco non avevo una band, dovevo prenderla in prestito e non sapevo esattamente cosa stessi facendo in studio. Questa volta volevo riprovare la sensazione che ti ho descritto ora, da solo con una chitarra e una vecchia batteria italiana. Tutto quello che senti è semplicemente quello che abbiamo registrato io e il mio fonico. Tutto quanto era finalizzato a riscoprire il divertimento di suonare rock’n’roll senza regole. È così è stato, come puoi sentire ad esempio in No Flag. Non riuscivo a trovare da nessuna parte il suono di quella stanza. Mi sarebbe piaciuto registrare più canzoni del genere, ma non avevo più tempo.

Perché sei così “estremo” nelle tue canzoni?
Forse ora sono pronto a trovare una forma di bilanciamento fra gli estremi, mentre un tempo non avrei messo emozioni contrastanti nello stesso disco. Non c’è motivo per non farlo: queste sono le canzoni che avevo in mano. La pandemia mi ha impedito di registrare a Londra e a Los Angeles in primavera e in estate. Di conseguenza, sono stato obbligato ad ascoltare con attenzione il materiale che avevo già in mano e le due canzoni che Michael Leonhart mi ha spedito da New York. Dovrò aspettare per registrare le altre 30, forse 40 canzoni che ho. Non le devo pubblicare tutte subito. Sarà per l’anno prossimo o per quello dopo ancora.

La rabbia è una costante delle tue canzoni, da sempre e anche ora: da dove proviene?
Il punto è esprimersi attraverso musica. Sono sicuro che i sentimenti espressi in No Flag, dove canto “I’ve got no religion, I’ve got no philosophy”, sono quelli di tante altre persone rispetto a come va il mondo. Quand’ero giovane ho pubblicato tante canzoni arrabbiate. Non sarebbe stato saggio condividere a parole i miei pensieri col mondo intero, non saremmo qui se l’avessi fatto, e perciò ho lasciato che a parlare fossero le canzoni. Ho sempre lasciato che fossero belle dirette. Tutto quel che ho imparato lo devo alle canzoni e a musicisti con cui condivido il mio lavoro, come Pete Thomas e Steve Nieve. Siamo sempre in contatto, sempre in cerca di una buona occasione per cantare e suonare assieme.

Una domanda banale per chi ha avuto un tumore due anni fa e ne è uscito vivo e ora come tutti vive la pandemia: sei felice?
Lo sono, lo sono. Sono felice perché sono con la mia famiglia, dove sento tutto l’amore e il conforto del mondo. Non ho mai passato tutto questo tempo ininterrottamente con i miei figli piccoli. I musicista professionisti sono spesso lontani dalla famiglia, ho fatto anche degli errori quand’ero giovane, mi ficcavo in situazioni in cui non sarei dovuto essere, mancavo per un bel po’ di tempo. Sono sempre in tour, specie invecchiando, perché i dischi non sono più un business. Sono felice, sì, perché finalmente sto con la mia famiglia.

Hey Clockface riporta alla mente la spiegazione di Henri Bergson sul senso della parola “esistere”: per un essere cosciente, esistere significa mutare, mutare significa maturare e maturare significa creare continuamente sé stesso. È quello che Elvis Costello fa da sempre e continua a fare in Hey Clockface, album di una coscienza musicale (la sua) che muta, matura e si ricrea.

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