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Elton John, l’intervista: «Se dovessi fare altri concerti, non canterei i grandi successi»

Il modello? Gli show di Kate Bush del 2014. Qui parla del box set 'Elton: Jewel Box', del periodo "americano", del prossimo album. E di quando suona dal vivo un pezzo nuovo e voi andate in bagno

Elton John e Bernie Taupin (a sinistra) nel 1973

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Non molti artisti possono vantare più successi di Elton John. Pezzi come Your Song e Tiny Dancer vengono suonati dalle radio da decenni, sono presenze stabili nei suoi concerti, hanno fatto da colonna sonora al film biografico del 2019 Rocketman. E le hit non sono che una piccola parte delle canzoni scritte dal musicista col paroliere Bernie Taupin dal 1967 in poi. Lo si capisce ascoltando il cofanetto Elton: Jewel Box che uscirà 13 novembre. Curato dalla coppia, contiene pezzi meno noti tratti dagli album, lati B, canzoni scritte prima del successo, fra il 1967 e il 1969, quando i due autori cercvaano dispersamente di farsi notare. Sono 148 canzoni in totale, di cui 60 inedite, accompagnate da note scritte da John e Taupin.

«Sono un nerd e perciò colleziono box set», spiega John, «ma a volte contengono poche informazioni. Questo è diverso: lo apri ed è come libro. Contiene un sacco di cose interessanti. M’inorgoglisce».

All’inizio, Taupin aveva qualche dubbio sull’opportunità di pubblicare i primissimi pezzi. «Temevo che la loro ingenuità m’imbarazzasse», spiega. «All’epoca non avevo idea di come si costruisse una canzone. Scrivevo e basta, mettevo nero su bianco le idee senza pensarci tanto, in assoluta libertà. Ce ne ho messo di tempo a trovare la mia voce».

Come Down in Time, dall’album del 1970 Tumbleweed Connection non è inclusa nel box set, ma per festeggiare il cinquantesimo anniversario dell’album John ha pubblicato una versione inedita jazzata in un singolo a edizione limitata a 10 pollici con Ballad of a Well-Known Gun sul retro.

Il box set è pieno di pezzi che non avevo mai sentito.
Nemmeno io (ride). O meglio, non li sentivo da anni. Non ascolto spesso le vecchie incisioni e ho dovuto farlo per il box set. Ci sono cose che neanche ricordavo. È stato come viaggiare nel tempo ai primi anni in cui scrivevo con Bernie, a volte senza di lui.

È stata un’esperienza toccante. Lo scrivo nelle note di copertina, nel cofanetto ci siamo noi due che iniziamo a gattonare. Si vede che impariamo a camminare, poi a correre, infine a volare. Si vede com’è evoluto il nostro rapporto, comprende le ingenuità e le canzoni zuccherose.

Non volevo pubblicare outtake tratte solo dagli ultimi dischi. Questo è un documento storico. Doveva essere accurato. Ho riascoltato il vecchio materiale ed è stata un’esperienza amabile, mi ha ricordato che conosco Bernie da 54 anni o quanti sono, mi ha fatto apprezzare la strada che abbiamo percorso, la bellezza del viaggio che abbiamo fatto assieme.

Dimmi di Come Down in Time.
È una outtake dalle session di Tumbleweed registrata ai Trident. Non la ricordavo. Quando me l’hanno spedita non volevo credere alle mie orecchie. Non la ricordavo per niente.

È molto jazzata.
Credo perché suonavo con Caleb Quaye e Roger Pope (rispettivamente alla chitarra e alla batteria, ndr). Non ricordo chi fosse al basso, forse Dave Glover. L’ho registrata e sono andato oltre. Caleb e Roger sono musicisti molto funky. Se è uscita jazz non è stato intenzionalmente.

Hai detto che per te Come Down in Time ha segnato una svolta per l’uso degli accordi. Che cosa la rendeva diversa?
È diversa dal resto di Tumbleweed, che è un disco ispirato a Music from Big Pink della Band. L’avevamo appena sentito e ci aveva influenzati a tal punto da cambiare il nostro modo di scrivere. Ma Come Down in Time era un’altra cosa. Non aveva un testo in stile Americana. Non c’entrava con Ballad of a Well-Known Gun, Son of Your Father o Burn Down the Mission. Era una canzone d’amore ed era triste. È la mia canzone pre Sting, nel senso che è qualcosa che Sting avrebbe potuto scrivere quando ha iniziato. È un’anomalia e mi piace che sia stata pubblicata, la adoro.

Mi piace il testo di Bernie, la parte sul “cluster of night jars”.
È uno dei miei versi preferiti. Canto i pezzi da Bernie da una vita e più lo faccio e più mi rendo conto di che gran autore è. Avrà avuto 19 anni quando ha scritto Come Down in Time, forse ne stava per compiere 20. Come Down in Time sta a quell’album come Your Song stava a Elton John. È un testo molto adulto e solido, che è rimasto nel tempo. Ecco perché non mi stanco mai di cantarlo. È il tipo di canzone che potrebbero cantare Diana Krall o Sting. Anzi, Sting credo che l’abbia proprio cantata. Ne vado orgoglioso.

Avevamo un tetto di spesa per le incisioni di quei dischi. Tumbleweed ed Elton John sono stati registrati uno dopo l’altro. Forse non ricordo la versione jazz perché non avevamo molto tempo, l’abbiamo probabilmente registrata in fretta per passare alla canzone successiva. Dovevamo tirare fuori un album da tre, quattro giorni di registrazioni.

Mi piace pensare a voi due, poco più che adolescenti, che scrivete un album su un’America che avevate visto solo al cinema. Non ci eravate mai stati.
A Bernie piaceva la musica country. I suoi eroi erano Marty Robbins e Bob Dylan, era lui il Brown Dirt Cowboy, io Captain Fantastic. Sarà pure nato nel Lincolnshire, ma dentro è sempre stato un cowboy. Credo che scrivere Tumbleweed abbia significato realizzare un sogno, almeno dal punto di vista della scrittura. Sull’album Elton John non c’era niente del genere.

Tornando al boxset: ci sono delle vecchie canzoni che avevi dimenticato e che ti hanno sorpreso? 

Ricordavo bene Regimental Sgt. Zippo, come si fa a dimenticare un titolo come quello? Altre invece no, soprattutto quelle che non ho scritto con Bernie. Non ricordo i pezzi con Nicky James.

Odiavo The Tide Will Turn for Rebecca, viene dall’epoca in cui eravamo con Dick James e dovevamo scrivere per altra gente. Non le volevo cantare, erano scritte per gli altri e ignorate perché terribili. I Can’t Go On Living Without You è stata scritta per l’Eurovision e l’ha cantata Lulu. Non è così male come ricordavo. Ma le canzoni che volevamo fare davvero erano Angel Tree, Scarecrow, cose del genere. I testi erano esoterici, tipici dell’epoca, la fine degli anni ’60.

Da quei pezzi siamo passati a Empty Sky, quelle canzoni erano un bel passo in avanti. Poi è arrivato l’album omonimo Elton John, che è decisamente più bello. Se ci ripenso mi chiedo: come abbiamo fatto a crescere così velocemente?

Avete iniziato alla fine del 1967, subito dopo l’uscita di Sgt. Pepper. Un sacco di artisti cercavano di suonare psichedelia, voi invece andavate in una direzione completamente diversa. 

Beh, era anche l’era di Nick Drake. Avevo fatto delle sue cover per la Island, volevano farle suonare più commerciali per vedere se qualuno le avrebbe registrate. Era la fine dell’era degli autori puri, prima dell’avvento dei cantautori. Produttori come Roger Cook e Roger Greenaway ci incoraggiavano. Poi, quando sono usciti artisti come Nick Drake, gli editori volevano guadagnarci facendo registrare quei pezzi ad altri. Ma il suo stile era talmente persona che nessun altro poteva farle. Io ho registrato alcune cover e la Island mi ha pagato, ma se conosci le versioni di Nick Drake sai che non è possibile fare di meglio. Era un esperimento fallito in partenza, ma amavo suonare quelle canzoni, sono splendide.

Cat Stevens aveva appena iniziato. È venuto in studio, abbiamo scritto e registrato un pezzo insieme. Era il periodo in cui tutti ascoltavano Simon and Garfunkel e James Taylor. Stavamo entrando nell’era degli artisti che si scrivevano da soli le canzoni.

Non avevo mai sentito parlare dell’album abbandonato Sgt. Zippo del 1968. Sei contento che non sia uscito?
Non sarebbe uscito comunque. Abbiamo scritto quelle canzoni per lavoro. Non erano quello che volevamo fare. Pezzi come The Tide Will Turn for Rebecca esistono perché ci costringevano a scrivere, prendevamo 15 sterline a settimana, un anticipo per i diritti di edizione.

Quando Steve Brown ha preso il controllo della nostra carriera, è andato alla Dick James Music e ha detto: «Sentite, state perdendo tempo voi e i ragazzi. Devono scrivere cose in cui credono, non roba commerciale. Non ne sono capaci».

Io non mi sono mai messo lì con l’idea di scrivere una canzone commerciale. Ho scritto parodie come Crocodile Rock ed è diventata una hit. Ho scritto Philadelphia Freedom come tributo alla musica di Gamble & Huff. Don’t Go Breaking My Heart esiste perché io e Kiki Dee eravamo in vacanza nelle Barbados e pensavo fosse divertente registrare una canzone con lei. A parte questo, se sapessi come scrivere una hit sarei davvero ricco (ride). Sai cosa voglio dire. Non siamo mai stati bravi in quel genere di cosa.

Ma hai scritto molte hit, talmente tante che offuscano il resto della tua produzione… 

È per questo che il cofanetto va così in profondità. Sono fortunato ad aver avuto una carriera tanto lunga, che ancora continua grazie alle canzoni che abbiamo scritto insieme. Ce ne sono troppe e ovviamente in concerto – chiedi a Mick Jagger – se non le suoni la gente si incazza. Se invece fai i pezzi nuovi gli spettatori vanno in bagno.

Volevo far uscire due album di brani oscuri che amo e che vorrei suonare. L’ho fatto, ma solo un paio di volte. Quando finirò questo tour mondiale, se mai farò un altro concerto sarà simile a quello di Kate Bush all’Hammersmith Apollo (nel 2014, ndr). Ha suonato per tre settimane, 4000 persone ogni sera. Se mai lo farò, non canterò Crocodile Rock o Saturday Night’s Alright for Fighting. Sono canzoni meravigliose, mi hanno portato fortuna, ma ce ne sono altre, come Original Sin e American Triangle che ho voglia di cantare.

La gente tende a recensire gli album dicendo cose come: non scrive niente di buono dagli anni ’70. Ma non è così, nel cofanetto ci sono tante canzoni dal periodo di Songs from the West Coast, The Diving Board, The Union e dischi ancora precedenti come Ice on Fire e Made in England. I critici tendono a ignorarle, ma ci sono canzoni in quei dischi che amo molto. È per questo che le ho messe nel box set. Voglio che la gente le ascolti.

Sono felice che tu abbia inserito My Quicksand. Quella canzone mi colpisce allo stomaco, merita di essere ascoltata. 

Ho fatto quel disco (The Diving Board) in tre o quattro giorni con Jay Bellerose alla batteria e Raphael Saadiq al basso. In pratica ero tornato al trio. Più avanti abbiamo aggiunto delle cose, ma l’ho scritto e registrato in tre giorni. Quando sono entrato in studio non avevo nulla. È stato grande tornare a lavorare in trio. Tutti gli interludi di piano sono stati registrati sul momento. Erano improvvisazioni. Non ho provato e riprovato, non me le sarei comunque ricordate.

Il pianoforte di My Quicksand è nello stile che mi piace quando suono lo strumento. È insolito, perché di solito lo picchio di brutto. In questo disco invece no. È una canzone molto bella, diversa da quelle che scrivo di solito. È nel genere di Come Down in Time e Idol, da Blue Moves.

Ho sempre cercato di scrivere canzoni di generi diversi, perché amo e ascolto musica diversa. Abbiamo scritto Crocodile Rock, poi My Quicksand e Philadelphia Freedom. Amo il soul, amo il blues, amo il gospel e il country. È così perché ascoltavo tanta musica diversa da ragazzo, lo stesso vale per Bernie. E negli anni ’50, ’60 e ’70 c’era tantissima bella musica, avevi l’imbarazzo della scelta.

Amo passare il tempo con gli artisti giovani. Ho appena visto Sam Fender, che amo. Non conosceva la musica di Leon Russell. Pensava che fosse Donny Hathaway l’autore di Song for You. Era l’unica versione che conosceva. È bello insegnare cose nuove. Gli ho fatto vedere dei video di Joe Cocker, Mad Dogs and Englishmen con Leon. È andato fuori di testa. Noi cantautori siamo stati fortunati, perché abbiamo avuto tante fonti di ispirazione.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo, canzoni per un altro album? 

Ho i testi, ma non sono dell’umore giusto per fare un disco di Elton. Non mi va di scrivere canzoni alla Elton. Quest’anno mi sono dedicato completamente a Lady Gaga. Ho fatto un pezzo con i Surfaces. Ho scritto una canzone con Charlie Puth che deve ancora uscire. Poi ci sono le collaborazioni con Ozzy Osbourne e i Gorillaz. C’è anche un video con Teyana Teylor, fantastico.

Mi tengo impegnato lavorando con gli altri. E ogni settimana c’è il mio show in radio. Ma non sono dell’umore giusto per un disco. Ho i testi. Li avevo anche quando sono andato in Australia. Ho pensato: sarò in tour in Australia per parecchio tempo, ne approfitterò per scrivere canzoni. Ma ero troppo stanco per farlo, a causa dei concerti.

Sto passando il tempo con la famiglia, i miei figli e David. A essere onesto, all’inizio è stato strano. Ma mi sto abituando. Sono stati on the road con me per 18 mesi. Sto cercando di tirare fuori il meglio da questo periodo, sto cercando di trovare il lato positivo.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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