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Elizabeth Cook, la rock star che viene dal country canta la vita e la morte senza filtri

Nel nuovo ‘Aftermath’ la cantautrice mette in musica storie dolorose, tra cui la malattia dei genitori, senza rinunciare a un tocco glam. «È tra i Rolling Stones e il Tom Petty anni ’80», dice il produttore Butch Walker

Elizabeth Cook

Foto: Jace Kartye

Nel nuovo album di Elizabeth Cook Aftermath c’è un assolo di steel guitar che non somiglia a nessun’altra steel guitar. Tortuoso e luminoso invece che acido e piagnucoloso, suonato con un pedale flanger, il solo in Perfect Girls of Pop è più Giorgio Moroder che George Jones. Dura appena 30 secondi, ma è un breve viaggio trascendente che centra perfettamente il punto: questo disco, il sesto di Cook, è molto lontano dal country tradizionale.

A essere onesti, la cantautrice di Wildwood, Florida, che nel 2002 ha debuttato per una major con Hey Y’all, fa più di un passo per allontanarsi dai suoni di Nashville di Exodus of Venus (2016), una raccolta di ballate atmosferiche e pezzi rock-blues. Ma Cook, con il suo accento del Sud e un certo lirismo genuino, è ancora strettamente associata al genere. È la preferita di matriarche come Tanya Tucker e Carlene Carter, ha suonato al Grand Ole Opry circa 400 volte (più di qualsiasi altro non membro), è la voce di Outlaw Country, un programma su SiriusXM.

In Aftermath, invece, è una rockstar.

Cook ha registrato il disco con il produttore Butch Walker nello studio di lui a Santa Monica, California, accompagnata dalla propria band, i Gravy. Noto per aver lavorato con Green Day e Fall Out Boy, Walker ha aiutato Cook a mettere insieme un disco grandioso tanto quanto le tute in stile Bowie che la cantautrice indossa sul palco.

«Ero nella posizione di registrare il disco con produttori di grande successo, ma non mi sarei sentita a mio agio. Non era quel che volevo fare con queste canzoni», dice Cook dalla sua casa di Nashville. Dopo essersi lamentata della situazione con un amico, il musicista Aaron Lee Tasjan, ha ascoltato il suo consiglio: contattare Walker. Cook gli ha scritto un messaggio su Instagram.

In quanto ascoltatore fedele del suo programma su SiriusXM, Walker era già un fan. «Sentendo il suo show mi sono innamorato di lei senza nemmeno averla conosciuta», dice il produttore. «È magnetica. Credo che sia un fattore molto importante quando faccio un disco con qualcuno. Quando si siede e suona la sua musica, racconta le sue storie, molte delle quali ispirate alla sua vita, è affascinante. Chi ha vissuto come lei riesce a essere profonda. Per qualcuno raccontare certe cose sarebbe un’impresa, non per lei».

In realtà è stato tutto meno che semplice. Cook teneva molto ai suoi genitori – entrambi cantanti amatoriali – e ancora oggi quel legame è ciò che la motiva ad andare avanti. Nel 2008 ha perso la madre Joyce, mentre nel 2012 ha vissuto una serie incredibile di lutti, tra cui quello del padre Thomas. All’epoca aveva 40 anni e, nonostante avesse 10 fratellastri, si sentiva sola e perduta.

«Amavo molto i miei genitori, siamo stati vicini per tutta la vita. Ma quando sono nata erano già avanti con l’età e c’è sempre stato un elefante nella stanza: sapevamo che quando se ne sarebbero andati io sarei stata giovane», dice. «Ogni volta che ho avuto problemi psicologici, o che prendevo medicine che mi inducevano a comportamenti compulsivi o mi facevano pensare al suicidio, mi sono rimessa in sesto pensando che non dovevo deludere i miei».

Cook ha sfogato parte del lutto in Exodus of Venus, ma non era passato abbastanza tempo per guarire completamente. «Mi guardo indietro e mi accorgo che rumigino ancora su quel che è accaduto». Ora Cook rivisita tutto quanto in Aftermath, un disco che descrive come «un punto di vista privilegiato su quel che ho vissuto». Bones, la traccia d’apertura, è l’omaggio di una figlia ai genitori scritto in perfetto stile Cook. “Indosso le tue ossa sul collo / Sono il custode della fiamma”, canta la musicista che indossa davvero una collana con le ceneri dei genitori. Nel videoclip, invece, esplora un mondo post apocalittico armata di mazza da baseball.

In Daddy, I Got Love for You è decisamente più tenera, ma non meno schietta. Canta di un padre con «il cancro al quarto stadio, la bocca piena di tabacco e di ogni possibile risposta». Stanley By God Terry, una canzone su un triangolo amoroso, è basata su giochi di parole. Cook ama accoppiare frasi del lessico contemporaneo con allusioni vecchia scuola. Nella splendida e vertiginosa Bayonette dice: “ballo a downtown con una bomboletta di gas lacrimogeno / e una piñata con la forma del tua viso”.

Cook ha dovuto mettere freno alla sua verbosità per non rendere Aftermath troppo lungo. Walker l’ha sfidata a tagliare i versi che non servivano alle storie che raccontava, liberando spazio che il produttore ha riempito con quelli che lei definisce «fioriture sonore». Si tratta della scheletrica drum machine di Bad Decision o delle percussioni distorte in Perfect Girls of Pop, il brano con quell’incredibile assolo di steel guitar di Whit Wright, uno dei membri dei Gravy. L’altro chitarrista, Andrew Leahey, dà al pezzo un suono tipicamente jingle-jangle con una serie di arpeggi alla R.E.M. raddoppiati dalla 12 corde di Walker. In più Lehaey, il bassista Steve Duerst, Cook e Walker si occupano delle splendide armonie vocali.

«L’atmosfera di questo disco è tra gli Stones di Sticky Fingers e il Tom Petty degli anni ’80», dice Walker. «Aggiungere i colpi sui timpani e i suoni dell’era Pet Sounds è stato divertente. E lei voleva che fosse così. Non pensava a un disco lo-fi. Oramai quella roba l’ha fatta chiunque».

Secondo Cook, il grande pregio di Aftermath è la precisione. Dalla riscrittura fino allo sfinimento di un testo al ritmo giusto messo a punto con Walker e il batterista Herschel Van Dyke, nessun particolare è irrilevante. «Ogni dettaglio è fondamentale».

Il che non significa che abbia pianificato tutto all’eccesso. Cook è creativa solo quando si lascia andare, non importa se sta presentando il programma di pesca per Circle TV («Chiacchieriamo e beviamo, poi qualcuno monta tutto»), scrivendo (non è così, al momento) o suonando in tour (è felice di non fare questa intervista dal bus).

«Uno psicologo una volta mi ha detto che non sopporto l’obbligo di esibirmi», dice ridendo. «Amo esibirmi, ma odio l’obbligo». Sarà, ma Aftermath è il suo disco riparatore, e scrivendolo ha rispettato un obbligo che aveva nei confronti di se stessa.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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