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Elena Tonra (Daughter, Ex:Re): «Forse saboto la mia vita per scrivere canzoni»

L'artista inglese ci racconta 'Ex:Re', il suo splendido album solista, che nasce da un amore finito: "La colonna sonora della mia vita"

L’ultima volta che ho parlato con Elena Tonra, a proposito dell’ultimo album dei Daughter (Not to Disappear, 2016), eravamo al telefono, lei si trovava dentro un auto, e dalle sue parti pioveva. L’audio non era eccellente.

Questa volta ho il piacere di trovarmela di fronte nei confortevoli uffici milanesi della sua etichetta, e l’effetto, credetemi, è molto più piacevole. Elena sta promuovendo il suo primo, intenso, album da solista, sotto il nome polisemico di Ex:Re – che sta sia per “a proposito dell’ex”, sia per “in risposta all’ex” –, da poco uscito. Non ci vuole molto, quindi, per capire che si tratta dichiaratamente di “break-up album”, ovvero quel genere di disco nato da un cuore infranto che ha una tradizione lunga e nobile, che va da Rumours dei Fleetwood Mac fino a For Emma, Forever Ago di Bon Iver, passando per Sea Change di Beck (il preferito dal sottoscritto) e Back to Black di Amy Winehouse (selezione parziale e personalissima).

Quando hai deciso che Ex:Re sarebbe stato un progetto solista?
Tutto è nato perché cercavo un modo per processare una separazione. Non avevo intenzione di fare un album, inizialmente. Buttavo giù questi lunghi testi che non erano racconti, né pagine di diario, e nemmeno delle poesie. Erano resoconti di com’erano andate le cose. L’album è la versione fissata su un supporto della colonna sonora della mia via, dopo la fine di quella relazione.

Dal punto di vista sonoro è molto diverso, ci sono poche chitarre.
L’album è molto vario in termini di stile e di strumentazione, mi piace immaginarlo come la versione cinematografica di quel periodo della mia vita. Nelle mie intenzioni la musica descrive scene che si sono svolte in luoghi diversi, come una colonna sonora.

L’esperienza per il videogame Life Is Strange, per cui hai curato le musiche, ha influito su questo progetto?
Penso di sì. Ho sempre pensato a questo album in un modo visuale, inedito rispetto ai primi dischi dei Daughter. In realtà la separazione – oddio, così sembra un po’ troppo epico, “La Separazione” – era avvenuta prima del lavoro per Life Is Strange. All’epoca, però, dovevo occuparmi di quello e quindi ho spinto quello che provavo sotto il tappeto. Ma è probabile che qualcosa sia affiorato anche lì. Sotto questo punto di vista i due lavori sono interconnessi.

C’è stato un momento in cui hai pensato: “Oh, oh, questo pezzo suona un po’ troppo come i Daughter, devo cambiarlo”.
Più che canzoni continuano a sembrarmi dei flussi di pensiero, per questo non vedo troppe somiglianze con il sound dei Daughter. Sono partita dall’idea di raccontare eventi, non creare canzoni. Da un punto di vista compositivo cambia molto, a mio avviso.

C’è un artista solista che hai preso come riferimento?
Non sono stata davvero influenzata da nessuno. Mentre scrivevo non ascoltavo niente, per non inquinare l’ispirazione. Avevo già la testa piena di rumore di cui dovevo sbarazzarmi, per isolare i pensieri. Questo è un disco di influenze esterne, influenze umane. Ho sempre avuto questa paura, di copiare qualcosa e poi dimenticarmene e dire che è roba mia.

Qui, per timore di gap culturali e linguistici, non me la sento di condividere con Elena il riferimento che mi viene in mente, quindi lo faccio con voi: le sue parole mi ricordano Il merlo maschio, il film con Lando Buzzanca ispirato al racconto Il complesso di Loth di Luciano Bianciardi. Il protagonista, un compositore sbeffeggiato da tutti i colleghi, un giorno ha finalmente un’ispirazione improvvisa e scrive di getto un’opera melodiosa, perfetta. Tutto soddisfatto la fa ascoltare a tutti, si rende conto di avere riscritto per filo e per segno La gazza ladra di Rossini.

Possiamo dire che Ex:Re è ufficialmente un “break-up album”?
Anche io sono tentata di chiamarlo così, perché è una tradizione nobile, è vero. Ma questo personaggio dell’ex, che come un fantasma incombe nell’album, in realtà non è affatto presente. Ed è probabilmente il motivo per cui l’album ha preso vita: quando ho finalmente processato quello che era successo sono stata meglio. Come quando si supera un lutto. E ho potuto mettermi al lavoro.

Il tuo album per cuori infranti preferito?
For Emma, Forever Ago di Bon Iver. Prima di tutto perché è stupendo. Poi è incredibilmente incoraggiante, se si considera che è stato scritto in uno stato di sofferenza. C’è qualcosa di molto invitante nell’idea di rinchiudersi in una capanna nel bosco, lontano da tutti, e scrivere canzoni per superare una delusione d’amore.

Molte canzoni dell’album raccontano una realtà vista attraverso una lente distorta. Citi spesso l’alcol.
Metà di quello che racconto dell’album è avvenuto in momenti in cui ero ubriaca, e scrivere mi ha aiutato a capire che non era il modo di affrontare la cosa. La mia missione personale era quella di capire se potevo essere felice, anche senza dimenticare quello che era successo. E anche se il dolore non è passato, credo e spero che oggi siamo entrambi più felici. L’altra persona di sicuro lo è (Ride).

Nelle note di produzione che accompagnano il disco ci sono pensieri molto intimi. Non tutti gli artisti hanno il coraggio di esporsi così.
Se penso alle cose migliori che ho fatto, sono quasi tutte nate in momenti personali difficili. Quindi a volte ho avuto il sospetto di sabotare inconsciamente la mia vita personale, solo per avere il pretesto di creare musica. Credo che sia qualcosa che succede a molti artisti. Ma forse non tutti sono abbastanza onesti da ammetterlo.

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