Elasi: «Ci sono pochi spazi per gli emergenti, ma quel che conta è essere spontanei» | Rolling Stone Italia
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Elasi: «Ci sono pochi spazi per gli emergenti, ma quel che conta è essere spontanei»

La musicista alessandrina è tornata con un nuovo EP, 'Oasi Elasi', un giro del mondo con la bussola del pop. Con lei abbiamo parlato delle difficoltà di un giovane progetto ad emergere nel panorama odierno

Elasi

Foto: Soheil Raheli

Avevamo intercettato Elasi a fine 2020 per l’uscita del suo primo EP Campi Elasi, che nel suo slancio di positività sonora ci aveva fatto intravedere sprazzi interessanti delle capacità artistiche della musicista alessandrina. Ora, a due anni di distanza, è arrivato un secondo EP, Oasi Elasi, cinque brani che diventano un breve giro del mondo e che mettono a fuoco l’intento di Elasi di costruire un pop senza confini di genere, di lingue, di geografie, basato sulla capacità di saper metter da parte l’ego per collaborare il più possibile con chiunque abbia talento e visione.

«È da dicembre che io e Rocco Rampino (il produttore del disco, nda) ci stiamo lavorando», ci racconta in un accaldato pomeriggio di giugno a Milano, «dopo tanto tempo, e tanti ostacoli, mi sento finalmente capita e rispettata. Così posso permettermi di essere più libera nei miei brani». Oasi Elasi, nel suo pop globale, mostra infatti un evidente passo in avanti nello sviluppo del progetto, chiaro risultato di una continua ricerca artistica («facendo la dj ho cominciato ad ascoltare ancor più musica da tutto il mondo e mi son resa conto che anche cose lontanissime da noi, come dei pezzi vecchi giapponesi o dei canti popolari marocchini, hanno dentro tantissimi elementi pop che possono funzionare anche nella nostra musica») e umana («dopo il secondo lockdown ho davvero capito l’importanza di scambiarsi idee, condividere, chiedere consigli, anche all’interno della nostra piccola comunità di artisti underground») che hanno portato Elasi a uno step successivo della sua carriera. Non è un caso che realtà major come Trident Music e Universal Music abbiano voluto investire su un progetto ambizioso come il suo.

La vita dell’artista emergente è, però, una corsa a ostacoli che spesso rischia di essere solitaria e affannosa se alla base non c’è un adeguato supporto. Per funzionare, e crescere, un giovane progetto deve poter contare su un team capace e fedele, «non ho pensato a cosa potesse essere facile per il mercato, ho pensato a ciò che volevo fare e ho potuto farlo perché avevo un team che credeva in me. È fondamentale costruirsi una squadra su cui poter credere perché, è vero, l’ego rimane nella vita dell’artista, ma quello che è fondamentale è poter condividere il proprio pensiero artistico e arricchirlo delle idee delle persone di talento che si hanno vicine».

Ed è qui che entra in gioco il magnetismo di Elasi. Attorno a lei ruotano infatti una serie di figure fondamentali per la realizzazione della sua visione. In primis, Populous, uno dei più riconosciuti producer italiani, che oltre ad averle presentato Rocco Rampino, e prodotto due pezzi dell’EP (Samsara, XXL), le ha consigliato alcune artiste straniere da contattare. E così che sono nati infatti i sodalizi con l’artista messicana Eva de Marce, per il brano Naufragio, e la songwriter marocchina Meryem Abouloufa, per Oasi. «Mi affascina sentir lingue diverse all’interno di uno stesso brano, la musica per me è un linguaggio universale. In questo EP ho potuto giocare con lingue differenti dalla mia perché nessuno mi ha messo paletti, solo così è stato possibile». A curare l’immaginario dell’artista è stata invece la giovane artista digitale Laura Tura che per il progetto ha costruito un preciso universo surrealista. «La ricerca visiva è altrettanto fondamentale per un artista», ci tiene a precisare Elasi, «significa essere viaggiatori anche quando si è fermi in un luogo».

In quest’ultimo anno Elasi ha inoltre dato vita a Poche, un collettivo che si pone l’obiettivo di allargare la presenza delle producer e produttrici donne all’interno del panorama italiano. «Perché essere gelose dei propri contatti? L’idea di Poche è proprio quella di condividerli. Quando condividi ti tornano indietro belle cose, magari non subito, magari non pari a quelle che hai dato, ma ad un certo punto qualcosa succede. Già solo non essere soli, e non sentirsi soli, aiuta».

Ma quali sono le problematiche più difficili per una emergente? «Sicuramente la promozione; è difficile far parlare di sé, farsi ascoltare. Ci sono pochi spazi e le strategie son più o meno sempre le stesse». E vedendo anche artiste più affermate come FKA twigs, Charli XCX lamentarsi delle forzature delle case discografiche nel chiedere alle artiste di farsi TikTok, l’opinione è chiara, «non so quanti giovani che vedono o sentono una canzone di un’emergente su TikTok, poi la seguono davvero e ne diventano veri fan. E penso anche che l’overposting e l’oversharing social non siano sani, rischiano solo di annullare completamente un certo alone di mistero». Ma c’è una soluzione che possa andar bene senza rendere l’artista un giocattolo social? «Non so, ma forse nessuno la sa adesso. Ma so per certo che quello che conta, alla fine, è essere spontanei».

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