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Edoardo Bennato: «Viviamo ancora nella ‘Torre di Babele’»

L'album del 1976, quello di 'Cantautore' e 'Venderò', è stato ristampato con allegato un live inedito. «È un concept sul caos e l'incapacità degli uomini di trovare un punto d’incontro»
Edoardo Bennato intervista Non c'è

Foto: Daniele Barraco

“Tu sei bello, tu porti la verità, tu non sei un comune mortale, a te non è concesso barare”. È un frammento del testo di Cantautore, il brano con cui Edoardo Bennato, nel 1976, analizzava la categoria di cantanti che oramai erano trattati alla stregua di santoni e nel ruolo ci si trovavano molto bene. Lui no. Anche oggi, alla tenera età di 75 anni, anche quando pensi che oramai abbia dato tutto, ecco che te lo ritrovi nelle polemiche più accese nella posizione del situazionista beffardo, come quando accettò l’invito a suonare al raduno nazionale dei 5 Stelle dopo che aveva sbeffeggiato Grillo in una canzone, e di fatto eseguendo un concerto dalla scaletta provocatoria, o il famoso selfie con Salvini in camerino dopo un concerto.

Bennato d’ altronde è un capitone, l’anguilla di cui parlavano i 99 Posse nel loro pezzo, quello che Alessandro Colombini chiamava anarchico: uno che ha la lingua affilata e le corde della chitarra sempre tese e mette in crisi le certezze della gente. E a proposito di rock, lo abbiamo intervistato in occasione della ristampa in versione Legacy Edition dell’album La torre di Babele del 1976 in un nuovo mastering e con l’aggiunta di un disco dal vivo inedito di quello stesso anno, per capire se davvero da allora non è cambiato nulla o il salvabile è stato salvato.

Da Io che non sono l’imperatore sei passato a La torre di Babele, da un disco sperimentale a una via di mezzo, un lavoro che parla maggiormente alla gente e la cui formula sarà perfezionata nel best seller Burattino senza fili.
È una formula che ho seguito fin dall’album I buoni e i cattivi, che in effetti è il mio vero primo album perché come sai Non farti cadere le braccia non era stato rimandato a settembre, ma proprio bocciato. Il direttore della Ricordi mi aveva detto che siccome le radio non intendevano trasmettere quei brani e siccome la legge del baraccone rutilante della musica era ed è questa, loro più di tanto non potevano fare. Quindi mi misi di fronte al fatto compiuto, cioè al fatto che la Rai, nella fattispecie, non voleva trasmettere le mie canzoni perché considerava la mia voce sgraziata… Quindi fin da I buoni e i cattivi ho utilizzato gli album per parlare di un argomento.

Quindi quel disco è stato il tuo primo concept album…
Sì, la copertina ironica e beffarda in cui due carabinieri erano ammanettati a vicenda ironizzava su questa superficiale classificazione che si fa dell’umanità in buoni e cattivi. Mentre io e te stiamo parlando, la fazione dei buoni si scontra ferocemente con la fazione dei cattivi e gli interessi della collettività passano in secondo piano rispetto agli interessi di queste due fazioni che di fatto si contendono il potere. Ora, la responsabilità non è certo dei caporioni o dei capintesta di una delle due fazioni, o dei dieci o dei cento o dei mille governanti o sindaci o assessori che fanno parte ufficialmente della vita politica. La responsabilità è delle masse che non partecipano in modo costruttivo e propositivo alla vita sociale e politica. Laddove per fare politica non si intende essere militanti di una fazione così come si è tifosi di una squadra di calcio. No, fare politica significa partecipare e condizionare i delegati, cioè quelli che sono stati eletti. Questo meccanismo avviene in modo corretto e propositivo a certe latitudini, come in Scandinavia o in Canada, dove è più alta la maturità sociale.

Ma chi è davvero Edoardo Bennato? Perché è chiaro che non si tratta solo di un musicista…
C’è una complementarietà tra il cantante pazzaglione, il saltimbanco, il cantautore o come vogliamo chiamarlo e il sociologo, l’urbanista, l’architetto. Il sociologo utilizza il pazzaglione per promuovere le proprie idee e viceversa il pazzaglione utilizza il sociologo per dare un senso alle sue canzoni. È il meccanismo che mi porta a utilizzare la copertina dell’album Io che non sono l’imperatore per promuovere la mia idea di trasporti collettivi nell’area urbana ed extraurbana di Napoli. L’obiettivo non è parlare di sociologia o di politica, ma dare buone vibrazioni con la musica. Quando salgo sul palco o preparo un album ho un obiettivo: che sia comprensibile, che sia godibile anche da un bambino di 7 anni. E tornando a La torre di Babele, anche questo è un concept album. Tengo a precisare che questa iniziativa di ristampa non è mia, ma della Sony, perché non è che sia peccato mortale riproporre un album del 1976, però io l’anno scorso ho completato un album che si chiama Non c’è.

Ma questa torre di Babele in realtà cosa rappresenta? Il potere?
Rappresenta il caos, la confusione. Rappresenta l’incapacità delle fazioni politiche di trovare un punto d’incontro. Ti faccio un esempio. La famiglia umana è riuscita per quanto riguarda costruire edifici, ad arrivare a un’intesa, nel senso che la scienza delle costruzioni è un codice che mette tutti d’accordo tutti. Mentre io e te stiamo parlando, ingegneri, geometri, muratori in Corea del Nord costruiscono in base allo stesso codice dei loro colleghi della Corea del Sud. Invece per tutti gli altri problemi etici, morali, religiosi, razziali, politici e tecnologici il caos è totale. La torre di Babele era attuale nel 1976 e più che mai è attuale adesso nell’ottobre del 2021. Quel fatterello biblico è semplicemente un modo per far capire che se non si rispettano le leggi della natura e se non si parte da un principio o da un codice il caos è totale. Ho cercato di tirare fuori questa simbologia sia nelle canzonette sia nella copertina, che mi è costata più fatica che scrivere le canzoni dell’album.

La Legacy Edition dell’album ‘La torre di Babele’

Nella copertina si parte dalle frecce per arrivare ai siluri, fino alla conquista dello spazio.
La Bibbia dice gli uomini volevano sfidare la natura, volevano una torre che arrivasse fino al cielo, ma la divinità, Dio o se vogliamo la natura stessa, confuse le loro idee per cui non si capivano più l’uno con l’altro, parlavano lingue diverse, e la torre rimase incompiuta. Ho pensato di fare io uno schema, un disegno. Sono partito da strutture architettoniche, ma poi confondevano le idee e quindi ho pensato che dovevano essere soltanto uomini, essere un immaginario scatto fotografico dell’umanità che da 4000, 10.000, 20.000 anni fa la guerra. Quindi in basso a sinistra c’è un uomo della preistoria con la clava in pugno, man mano che si procede da sinistra verso destra e dal basso verso l’alto le armi diventano più sofisticate. Mia madre alla fine mi consigliò di colorare nell’apice della torre un missile che si suppone vada in un’altra galassia, su un altro pianeta dove ci sono esseri viventi, pensanti, che comunque hanno capito che la guerra non serve a niente, anzi.

Anche se c’è questo missile che sottende una tensione verso l’alto, tutto sembra cadere verso il basso. Come se, nella sua brama di conquista, l’umanità non andasse da nessuna parte.
Anche se c’è da precisare che la famiglia umana comunque va avanti. E anche determinate conquiste fanno parte del progresso e della conoscenza: perché se non ci fosse stata la possibilità nel 1492 di attraversare l’oceano noi non avremmo mai saputo cosa c’era dall’altra parte. Sembra che siamo sull’orlo della catastrofe, ma facciamo un passo indietro e due davanti, quindi pur sempre uno in avanti. Lo strumento che in questo momento io e te abbiamo tra le mani, che sia un iPhone o un tablet, questo aggeggio con il quale possiamo comunicare in tempo reale con i nostri simili su tutto il pianeta è stato inventato da noi umani. O i vaccini contro la poliomelite, per citare Sabin, un personaggio di cui ho grande stima e che purtroppo è sconosciuto. Ecco, questo è emblematico della nostra società: viste le premesse che abbiamo fatto dovrebbe essere una società apparentemente evoluta, dotta, sensibile, acculturata, lucida e nonostante ciò è in balia degli eventi, tanto da non riuscire neanche a controllare quelli che sono i meccanismi perversi che ci riguardano.

Secondo il mio punto di vista La torre di Babele è la terza parte di una trilogia punk iniziata proprio con I buoni e i cattivi e proseguita con Io che non sono l’imperatore. Sei d’accordo?
Beh, brani come Salviamo il salvabile o Ma che bella città sono a tutti gli effetti punk, laddove per punk si intende un modo musicale, un atteggiamento schizofrenico nel dire le cose che risponde in questo modo a una società che si autoproclama lucida e acculturata ma che è completamente dissociata. E quindi io fui costretto, dopo la bocciatura di Non farti cadere le braccia, a mettermi per strada a Roma, one man band con un aggeggio che mi ero costruito a Londra, il famoso tamburello a pedale e il portarmonica a fare questi brani, sì, punk. Senza volerlo forse ho anticipato un po’ i tempi, perché mettersi per strada e fare cose come lo sfottò al presidente della Repubblica Leone nel ’73 era punk.

Ma anche la tua voce sembrava un po’ alla John Lydon. Prima ancora che lui prendesse il microfono in mano avevi intuito quel modo teatrale, grottesco di usare la voce e la mimica, molto avanti per i tempi. Infatti anche la title track de La torre di Babele nella sua versione inglese è glam punk.
Ammesso che sia così, non viene riconosciuto, perché noi abbiamo molto pudore nell’evidenziare certi aspetti della nostra italianità. Nessuno farà notare che pubblicare due album insieme l’ho fatto io nell’80 prima di Springsteen (per la precisione, Uffà! Uffà! e Sono solo canzonette vennero pubblicati a un mese distanza l’uno dall’altro, non contemporaneamente come Human Touch e Lucky Town, ndr) perché la situazione di disagio morale nei confronti del baraccone culturale e musicale anglo-americano è tale che i cosiddetti operatori del settore, i giornalisti, hanno difficoltà ad evidenziare certi aspetti del genere come quello che magari c’è questo pazzaglione di Napoli che ha anticipato il punk. Si guarderebbero bene dal fare certe affermazioni.

In Venderò tuo fratello Eugenio scrive un testo meraviglioso su come stanno le cose ancora oggi: “Ti fanno fuori dal gioco / se non hai niente da offrire al mercato”.
Nella mia carriera non c’è soluzione di continuità da un brano a un altro, anche dal punto di vista di costruzione musicale, per cui Venderò è molto simile a Pronti a salpare. E non solo, addirittura nell’inciso si cita Raffaele, a distanza di decenni. Quindi diciamo che il punto è questo: non c’è soluzione di continuità tra quello che blaterava Bennato nel ’76 e quello che va blaterando adesso.

In questa ristampa c’è una tua versione dal vivo di Deportee di Woody Guthrie. Già allora, prima di Pronti a salpare, avevi una particolare sensibilità per i temi dell’immigrazione.
Il flusso migratorio è in atto da migliaia di anni e caratterizza la famiglia umana. Cioè l’apparente diversificazione delle razze è dovuto allo spostamento latitudinale, e serve a noi per affermare – ammesso che ce ne fosse bisogno – che in questo pianeta non ci sono diverse razze ma solo la razza umana. Che si è solo apparentemente diversificata, nel senso che chi ha la pelle nerissima ha le stesse capacità fisiche e morali di chi ha la pelle bianchissima. E l’indole di un individuo prescinde dal colore della pelle e anche dalla latitudine a cui è nato. L’indole di un individuo deriva dall’affetto e dalle attenzioni che ha ricevuto da bambino e che ne hanno fatto una persona in grado di restituire positività e affetto agli altri. Nonostante la tecnologia che ci circonda siamo in balia dei luoghi comuni, in una situazione di Babilonia totale. Siamo i personaggi de La torre di Babele, l’Italia del 2021, l’Europa, il mondo.

Ma chi è parla di quelli che ti venivano a contestare negli anni dell’autoriduzione. A un certo punto sfiora il noise percussivo, la cacofonia più totale, è uno dei pezzi più allucinanti e forti del disco.
È stato scritto molto prima che scattassero le provocazioni degli autoriduttori. Eravamo in uno studio televisivo di Torino io e Tony Esposito che ci divertivamo a ironizzare su tutto e su tutti, e su noi stessi. C’erano tutti questi personaggi nello studio televisivo con dei camici bianchi, sembrava di essere in un ospedale. Allora io dissi a Tony «ma chi è, ma chi so’?». Ed era il primo esperimento di coniugare un certo tipo di formula blues con il dialetto napoletano, cosa che ho continuato a sperimentare nel tempo con Chi beve, chi beve e con un musical intero e un album intero in cui Napoli era lo scenario. Scenario anche di un film tratto dall’album con Lino Banfi, Renzo Arbore e io nella parte di Joe Sarnataro e di suo nonno, in cui la napoletanità e il dialetto napoletano vengono compenetrati dal blues. Tanto è vero che Renato Carosone in quel periodo, nel ’92-93, dopo un concerto disse a mia madre nei camerini: «Signò, vostro figlio è il mio erede». Per dire, se tu ti senti Cantanapoli, Torero, Tu vuo’ fa l’americano e poi senti Sotto Viale Augusto che ce stà?… ecco, quella potevano cantarla Carosone e Gegè Di Giacomo.

Bennato all’epoca. Foto press

Il brano simbolo de La torre di Babele, ovvero Cantautore, mette i puntini sulle i. Tra l’altro registrato da tuo fratello Giorgio in un modo che oserei dire pre lo-fi, in concerto. A un certo punto c’è l’ unica distorsione che io abbia sentito uscire dalla tua dodici corde, una roba veramente weird, stranissima. E nel finale c’è un reprise strumentale bizzarro, solo jazz band.
Cantautore fa parte del concept dell’album, nel senso che uno che fa un’analisi sociale politica e geopolitica di questo tipo ironizza sui tic, sulle frustrazioni e sui paradossi schizofrenici della famiglia umana, allora è giusto che ironizzi su se stesso e soprattutto su quello che gli altri pensano debba essere il suo ruolo.

A proposito di ironia amara, ci sono un paio di brani che secondo me sono speculari e parlano di due cose particolarissime. Il primo è Franz è il mio nome che parla del muro di Berlino e dei passaggi illegali da est a ovest, nella quale evochi uno scenario incredibilmente profetico una volta che il muro verrà smantellato anni dopo: gente che finirà in vetrina dopo aver tanto sognato la libertà.
Il muro cadrà solo nel 1989, ma io ero stato a Berlino prima di scrivere Franz ed era un posto emblematico del caos, della confusione, della Torre di Babele, dell’incapacità degli umani di controllare la situazione, della schizofrenia galoppante, della lotta costante tra buoni e cattivi, est contro ovest, occidente contro oriente… e quindi mi aveva colpito Berlino perché era il primo esempio sul pianeta di carcere alla rovescia. Cioè il carcere è un luogo chiuso, circondato dalle mura e chi si trova dentro le mura non può uscire, e tutt’intorno c’è la libertà. A Berlino nel ‘73, quando andai la prima volta, era esattamente il contrario: dentro si poteva essere liberi ma tutto intorno c’era il carcere.

Il secondo pezzo a cui accennavo è Fandango, che è un prodromo del rock demenziale italiano. E c’è questa suggestione di questa bandiera “verde con una palla nera” che io ho sempre pensato fosse riferito alla tensione italiana a fare un golpe di stampo argentino, i colonnelli. “Intanto tu diventi ogni giorno più cretina e ora ti sei messa in testa che devi partire e prendere lezioni di tango in Argentina”, con un arrangiamento folle , grottescamente solenne, con gli archi di Antonio Sinagra…
Fandango è nonsense, è provocazione, ironia, sbeffeggiamento di tutti i luoghi comuni. E quindi verde con la palla nera me lo sono inventato perché faceva rima (ride).

Ah quindi non c’è un collegamento diretto ai fatti di cronaca dell’epoca?
In quel periodo tutto quello che dicevo veniva analizzato, anche una frase come “con quei blue jeans con quella camicia gialla (…) facciamo un compromesso”…

Veniva interpretata come a una frecciatina al compromesso storico…
Sì appunto, dal momento in cui quello che canti viene diffuso e ascoltato ognuno si fa i suoi film.

Nell’illustrazione interna, che ricorda una specie di 2001 Odissea nello spazio, tu e i tuoi collaboratori siete astronauti e si notano le fisionomie di grandi ospiti come il bluesman Roberto Ciotti e il batterista dei Libra, David Walter.
Siamo tutti appena atterrati sulla Luna, e stiamo cercando di capire se è un posto migliore della Terra, dove pare sia perenne il caos totale.

Siccome il brano La torre di Babele l’hai suonato anche in versione quasi metal nel 1984, qual è quello dei tuoi album successivi che ritieni il suo erede in quanto ad attualità musicale?
Maskerate, Signori e signori, A cosa serve la guerra, Asia, Cinque secoli fa… ce ne stanno tanti a tema: la torre di Babele, la famiglia umana, quello che succede e quello che rischiamo di far succedere.

Che cosa rischiamo di far succedere?
In uno dei brani del disco, Eaa, forse il più spietato di tutti, il più violento di tutti, si parla di un pullman in cui il conducente ha perso completamente il controllo e che sbanda paurosamente giù per la discesa senza freni. I gitanti che sono dietro continuano imperterriti a cantare perché non hanno capito che cosa sta accadendo. Il conducente invece sa e quindi è pronto a saltare giù e lasciare che il pullman vada verso il burrone. Ecco, il pullman è il nostro pianeta.

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