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Editors, l’indie rock è ancora vivo

Di sicuro lo è questa band, che torna con un disco epico: 'Violence'. «Le nostre canzoni hanno un peso, una passione e uno spessore che il nostro pubblico richiede. Per noi ha molto valore».
Credit: Rahi Rezvani

Credit: Rahi Rezvani

«Questo hotel è molto rock’n’roll», mi dice la responsabile del lussuoso albergo dove gli Editors stanno rilasciando interviste – una specie di astronave atterrata tra Termini e il Mercato Esquilino a Roma, un contrasto molto affascinante – anche se a quanto pare sono l’unico ad aver accusato la sveglia alle 8 di mattina: «Ormai ci siamo abituati», mi risponde Tom Smith.

Non è per vantarmi, ma prima ancora di leggere il comunicato stampa con l’elenco di addetti ai lavori all’album, ho pensato che Violence fosse stato prodotto da qualche mago: le nove tracce sono di una qualità superba. E infatti: «Ci siamo fatti dare una mano da diversi produttori. L’apporto principale al sound l’ha dato Benjamin John Power, in arte Blanck Mass. Abbiamo deciso di contattarlo quando abbiamo ascoltato il suo ultimo disco, World Eater, che è strepitoso. Lui è davvero uno dei producer britannici più interessanti degli ultimi anni. I nostri brani sono passati attraverso di lui e hanno assunto un’ulteriore energia».

Il sesto album della band di Birmingham non si discosta dalle radici, ma è un’evoluzione in termini di qualità e di potenza. Probabilmente è la scelta più sensata – progredire in questa direzione, anziché rivoluzionare un’identità affermata – ma non faccio in tempo a esprimere il concetto che Justin Lockey gioca d’anticipo: «So già dove vuoi arrivare, ho sbirciato sul tuo taccuino! (Ride) Siamo paragonati a decine di altre band, da sempre. Gli Interpol, gli U2, i Joy Division. Anche i Simple Minds, sono una costante. A volte ho paura di ritrovarmi Jim Kerr di fronte in piena notte, forse è nascosto qua dietro da qualche parte, ehi Jim? Jim, mi senti? (Ride) È come dici tu, l’impronta è quella e non vogliamo cambiarla, però ci facciamo contaminare da molte altre cose come appunto Blanck Mass o Bon Iver». A questo punto parte un dibattito sulla pronuncia corretta di Bon Iver, dal quale esce fuori che il francese è una lingua inutile. Tutti d’accordo. Il senso di colpa con il quale vivo le interviste a band in tour promozionale – sveglia all’alba e sempre le stesse domande da anni – si dipana rapidamente, i ragazzi sono ben disposti e si divertono quando gli chiedo del loro rapporto con i propri strumenti, c’è del feticismo?

Credit: Rahi Rezvani

Avete qualche fissazione?
SMITH Più che per gli strumenti stiamo in fissa a livello di plug-in. Soprattutto nei periodi di registrazione, praticamente non parliamo d’altro, credo sia una gran rottura di coglioni per chi ci frequenta al di fuori della band.

C’è qualcosa che è stato fondamentale per il timbro di Violence?
SMITH Abbiamo utilizzato parecchi strumenti analogici, nella mia testa li considero cose dell’epoca Vangelis ed è stato bello mischiarli con le diavolerie elettroniche di Blanck Mass che invece sono davvero all’avanguardia.

Chi è il nerd?
SMITH Lui sta un po’ in fissa con le tastiere e i synth (Tom e Justin Lockey indicano Elliott Williams senza un attimo di esitazione, nda), sta sempre su YouTube a guardare i video. Per farti un esempio: siamo in studio, cazzo, tutti che suoniamo, ed lui sta in un angolo a leggere il manuale di istruzioni della drum machine.

WILLIAMS Non prendetemi per il culo, è fondamentale se stai registrando. Bisogna saperne il più possibile, soprattutto in ambito di musica elettronica: ogni sfumatura e ogni dettaglio possono variare tantissimo il suono.

Già che si parla di dettagli, a quale brano di Violence avete lavorato di più?
SMITH Magazine è il pezzo più vecchio, l’ho scritto 10 anni fa, circa, ma non trovavamo una quadra. A un certo punto abbiamo anche pensato di abbandonarlo, anche perché a quei tempi la prima line-up della band stava passando un periodaccio e per questo motivo non ci abbiamo lavorato subito. Poi l’abbiamo ripreso, ed è uscito come primo singolo.

Poi ci sarebbe No Sound but the Wind, il pezzo più introspettivo del disco, che eseguite dal vivo già da parecchi anni, finito come demo nella colonna sonora di Twilight e addirittura in cima alle classifiche in Belgio.
SMITH Sì, quello è un pezzo molto amato dai nostri fan. È da tre dischi che proviamo a registrarla, ma nessuna versione ci soddisfaceva veramente. Sappiamo che è una grande canzone e abbiamo voluto farcela a tutti i costi per questo disco, anche perché c’era bisogno di un momento di riflessione e respiro nella tracklist. È una canzone che ho scritto dopo aver letto La strada di Cormac McCarthy, quindi parla di un padre che cerca di proteggere il proprio figlio, di preservare la sua innocenza, almeno dal mio punto di vista. In generale la maggior parte dei contenuti va in questa direzione in Violence: focalizzarsi sulle persone, sulle interazioni umane.

Il tempo stringe e a proposito di tempo, sono passati quasi vent’anni dall’avvento della scena indie-rock britannica di inizio millennio…
LOCKEY Stai dicendo che siamo dei vecchi? (Justin è decisamente il più simpatico, nda) Diciamo che in una scala da zero a Simple Minds possiamo ancora essere considerati giovani. Tante band che sono uscite insieme a noi sono ancora sul pezzo, quest’anno ci saranno un sacco di uscite: i Franz Ferdinand, forse anche i Bloc Party? Anche gli Arctic Monkeys.

WILLIAMS Sicuramente sono lontani gli anni in cui quella scena è esplosa, però, magari in maniera meno eclatante, tutte quelle band continuano ad avere successo, a suonare in giro…

Forse questo è in parte dovuto all’assenza di una nuova generazione di band alle quali passare lo scettro…
SMITH Storicamente ci sono sempre delle fasi cicliche in cui “il tizio con la chitarra” non è attraente, e questo è uno di quei periodi, secondo me. I ragazzi ascoltano molto più hip hop o pop, rispetto a quando abbiamo iniziato. Ma al di là di questo, è anche un discorso economico: prima dovevi fare trecento concerti in garage vuoti, prima di arrivare a fare un disco. Ora passi un po’ su internet, fai un disco e semmai inizi a fare concerti. Non c’è la stessa concezione del tempo, o esplodi subito oppure sei già bollito al primo Ep, è molto più difficile emergere e anche il pubblico è cambiato parecchio.

E il vostro pubblico quanto è cambiato?
SMITH Credo che il nostro pubblico rispetto ai primi anni sia composto da molte più ragazze, all’inizio c’erano solo ragazzi, dico davvero, non è una battuta. E poi mi sembrano tutti molto più giovani, ma forse sono solo io che sto invecchiando. Quello che non è cambiato è il tipo di interazione che abbiamo con loro, le nostre canzoni hanno un peso, un tipo di passione e uno spessore che il nostro stesso pubblico richiede e per noi questo ha molto valore. Siamo molto orgogliosi quando qualcuno viene nel backstage e ci mostra un tatuaggio con il verso di una nostra canzone.

Anch’io ho un tatuaggio con un vostro verso.
SMITH Davvero?!

No, scherzo.
SMITH (Ride) Vaffanculo!

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