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Editors, fuga dalla realtà

Intervista a Tom Smith: i testi scritti per scappare da «un mondo spaventoso» e lo stile gotico-dance di ‘EBM’ «Se non cercassimo di battere nuove strade, non saremmo ancora qui a fare musica»

Editors

Foto: Rahi Rezvani

C’è stato un momento in cui sembrava che gli Editors potessero sparire dalle scene. È stato quando il chitarrista Chris Urbanowicz, durante la lavorazione dell’album del 2013 The Weight of Your Love, decise di mollare la band. «Ho pensato davvero fosse la fine, per fortuna siamo riusciti a riacquisire lucidità senza più guardare al passato», ha dichiarato una volta passata la bufera il frontman Tom Smith.

Così, al netto dei cambi di line-up, il gruppo di Birmingham è andato avanti, e lo ha fatto continuando a ridefinire il suo sound: se nei primi Duemila, con singoli come Bullets, Munich e Papillon, gli Editors avevano contribuito in maniera significativa al revival post punk e new wave in atto all’epoca, in seguito hanno spinto sui synth e ricercato una maggiore accessibilità. Scelta rischiosa, quando sei riuscito a costruirti una fanbase come ci erano riusciti loro, ma Smith, che abbiamo raggiunto via Zoom per parlare del nuovo album della band, rivendica con orgoglio: «Amiamo tentare nuove vie, se non fosse così non saremmo ancora qui a fare musica».

E così eccoci a EBM, disco targato Play It Again Sam che porta una novità non da poco: l’ingresso nel gruppo, come membro a tutti gli effetti, di quel Blanck Mass – nome d’arte del producer Benjamin John Power – che aveva già collaborato con gli Editors per il precedente Violence e sulle Blanck Mass Sessions del 2019, considerabili a posteriori un banco di prova di questo settimo album il cui titolo, acronimo di Editors e Blanck Mass, è anche un manifesto d’intenti. Il riferimento è all’Electronic Body Music, dance intrisa di oscurità industrial emersa negli ’80 e dalla quale gli Editors si sono divertiti ad attingere. «Volevamo fare un disco da club, da ballare, con atmosfere gotiche», spiega Smith, classe 1981, in collegamento dalla sua casa a Gloucester.

Facciamo un passo indietro: com’è avvenuto che Blanck Mass è entrato nel gruppo? Perché sai, un conto è collaborare, un altro è diventare un membro effettivo…
Con lui il punto di svolta è arrivato quando fummo invitati da un festival in Europa per un concerto esclusivo, nel senso che ci era stato chiesto di pensare a un set basato su riletture di vecchi brani del nostro repertorio. L’idea era di far sentire al pubblico canzoni che già conosceva, ma in una versione inedita, sostanzialmente techno. Purtroppo con la pandemia è saltato tutto, ma riparlando del materiale che avevamo preparato in vista di quell’evento, Ben ci disse che gli sarebbe piaciuto lavorare con noi a dei pezzi nuovi. E quando, non molto dopo, mi ha mandato un paio di idee sono andato fuori di testa, non potevo credere alle mie orecchie.

Cioè?
Mancavano ancora testi, cantati, qualche melodia, non c’era una struttura vera e propria, però ho subito sentito che da lì potevano affiorare delle canzoni incredibili. Così siamo andati avanti e da una traccia ne è nata un’altra e poi un’altra ancora, finché ne abbiamo messe insieme sei o sette. E mentre diventava sempre più evidente che, causa Covid, non avremmo suonato dal vivo per un po’, abbiamo deciso di chiedere a Ben se voleva entrare nella band e pubblicare con noi quei brani all’interno di quello che oggi è EBM. Ha accettato e se fino a quel momento il dialogo si era svolto perlopiù tra me, lui e in parte Elliott (Williams, tastiere e synth, nda), non appena si è potuto ci siamo riuniti in studio anche con gli altri ed è stato un passaggio importante, perché è lì che la nuova formazione è nata sul serio. Ora posso dire che era un cambiamento necessario, sono contento di questa svolta.

Il vostro sound era già cambiato parecchio rispetto agli inizi e come sappiamo certe evoluzioni non sono sempre accolte bene dai fan. Ironizzando potrei chiederti: chi ve lo fa fare?
Sperimentare e spingere la band verso nuovi territori ci è sempre venuto naturale. È probabilmente la ragione della nostra longevità: ci piace l’esplorazione, ci diverte, anzi, ne siamo dipendenti. Siamo consapevoli che ogni volta che ci distanziamo più o meno radicalmente dal passato ci sarà qualcuno che non apprezzerà, ma siamo abbastanza egoisti da questo punto di vista: non possiamo fare musica se non per noi stessi. E per noi progredire, anziché stare fermi su determinate sonorità, è stimolante, aiuta la creatività, l’ispirazione, e non importa dove vai, a un certo punto puoi anche tornare indietro, quel che fa la differenza è non sapere cosa accadrà quando ti metti al lavoro su un nuovo album. Non abbiamo pianificato nulla di tutto ciò, sono cose che accadono, però ci vuole anche parecchio coraggio per agire così.

È vero che durante la lavorazione di EBM avete parlato molto dei Rammstein?
Sì, tutto nasce dal fatto che Ed (Lay, batterista, nda) e Russell (Leetch, bassista, nda) hanno gusti parecchio metal, e anche nel background di Ben c’è molto di quello. Quindi è vero, è capitato che ci siamo confrontati sui Rammstein, ci siamo guardati i loro video e di recente siamo andati a vederli in Germania. E c’è poco da dire, i loro show così teatrali, di una potenza incredibile. Dentro c’è dell’intrattenimento, ma ciò che a me personalmente affascina è come ogni cosa che fanno sia la realizzazione perfetta di quello che hanno in mente, come riescono a realizzare le loro idee curandone ogni dettaglio, dalla musica all’estetica, dai video ai live. Non sono una di quelle band che da adolescente mi hanno cambiato la vita, tipo i Radiohead, però li trovo fantastici. Così come gli svedesi Ghost, altro gruppo dall’approccio teatrale che ho scoperto da poco. Insomma, EBM è frutto non solo, ma anche di questi ascolti. È un album elettronico, ma con un cuore essenzialmente rock. E sai cosa mi piace della musica rock?

Dimmi.
Chi l’ascolta, perché il pubblico rock è fedele, è leale, non si lascia influenzare dalle mode, da ciò che altri ritengono figo o meno.

Capisco cosa intendi. Aggiungerei che ascoltando EBM vengono a tratti in mente i Depeche Mode, ma in più punti anche i Duran Duran, che tra l’altro sono di Birmingham come voi: vi conoscete?
Ma dai, pensa che quest’estate ce li siamo ritrovati in un ristorante, c’era Simon Le Bon che girava per la sala con due bottiglie di champagne! Non mi definirei un fan dei Duran Duran, ma hanno scritto grandi canzoni e in effetti loro e i Black Sabbath sono stati punti di riferimento importanti della scena di Birmingham. Pur non avendomi formato come ascoltatore, i Duran Duran in qualche modo mi risuonano, penso in particolare alla fase di Ordinary World. Vale anche per i norvegesi A-ha: mi sento connesso con quel tipo di songwriting. Noi Editors non siamo mai stati snob nei confronti del pop, anzi, amiamo la musica pop e pur restando nel nostro mondo sonoro non abbiamo mai avuto paura di inserire più melodia nei nostri pezzi, né di ricercare una maggiore accessibilità nella scrittura delle canzoni.

In effetti da un certo punto in avanti ho avuto la sensazione che voleste arricchire la vostra produzione con canzoni-inno da stadio; penso a Ton of Love, ma è solo un esempio. Ciò detto, quest’anno festeggiate 20 anni di attività: è stato tra il 2002 e il 2003 che tu, Russell ed Ed avete dato il via a quest’avventura che dopo qualche cambio di nome vi avrebbe portati a essere gli Editors. La domanda è: quanto è difficile durare?
Intanto ci teniamo molto, alla longevità. Credo che la cosa fondamentale sia prendersi cura dell’amicizia: se in una band non si è amici non può funzionare e per noi questo aspetto è centrale, ci sentiamo come fratelli che condividono una passione e la coltivano insieme. Ma per durare ci vuole anche fortuna. E serve la voglia di osare musicalmente di cui parlavamo prima; poi a qualcuno piacerà, a qualcun altro no, ma resta che quello è un fattore essenziale, se si aspira a portare avanti un percorso a lungo.

Evitate di parlare di politica, attualità o questioni potenzialmente divisive?
Mmm (ride, nda). Ogni tanto parliamo anche di queste cose, ma al tempo stesso ci piace parlare di calcio e di roba futile. Non abbiamo un approccio così intellettuale, possiamo discutere di post Brexit nel Regno Unito e un secondo dopo passare alla Champion League. È anche una questione di equilibrio.

Cosa puoi dirmi dei testi di EBM, c’è un fil rouge che li lega?
Abbiamo lavorato al disco pensando ai palchi dei grandi festival e a quel tipo di situazioni in cui si crea una comunanza tra una massiccia quantità di persone. Per cui scrivendo i testi è questo che ho ricercato, una possibile connessione con quel tipo di contesti. Dopodiché nei testi di questo album penso emerga una sorta di escapismo, un desiderio di fuga dalla realtà, e questo è un prodotto dei lockdown e dei tempi che abbiamo vissuto e che in parte stiamo ancora vivendo. Sono padre e sebbene sappia che ogni epoca ha i suoi spettri, questo periodo storico, tra Brexit, guerre e cambiamenti climatici, è opprimente. Senza contare che si osserva una crescita dei partiti di destra in molti Paesi e per me questo è difficile da accettare. Però, nonostante l’ansia che tutto questo provoca, bisogna continuare a dedicarci a ciò che amiamo, a ciò che conta per ciascuno di noi: che si tratti della famiglia, degli amici o del lavoro, non ci si deve rassegnare. Benché sia indubbio che al momento il mondo è un posto spaventoso.

Che cosa ricordi di quando hai iniziato a suonare e quando hai capito che la musica poteva diventare il tuo mestiere?
Mi sono avvicinato alla chitarra attorno alla metà degli anni ’90 e dopo aver imparato un po’ di accordi e a suonare qualche pezzo degli Oasis mi sono messo a scrivere canzoni mie. E non so spiegarlo, ma ho sentito immediatamente che era ciò che volevo fare nella vita. O forse non sapevo cos’altro fare. Poi, quando all’università ho messo su la band… Beh, di quel periodo ricordo di quando in sala prove si suonava Bullets, perché con quel pezzo è come scattata una scintilla, un quid che trascendeva le singole individualità: è lì che ho percepito la potenza dell’essere una band, un gruppo di musicisti che suonando insieme tirano fuori qualcosa che va oltre i singoli. Di lì a breve abbiamo iniziato a fare un sacco di concerti in città e c’erano parecchi A&R che venivano a vederci. Non che sia successo in un attimo, ci è voluto del tempo, ma è stato allora che è cominciato tutto. Non molto dopo sarebbero arrivati pezzi come Munich e Fingers in the Factory

Per un po’ vi siete mantenuti con altri lavori, o sbaglio?
È così, di giorno lavoravamo – io in un call center – e la sera ci dedicavamo alle prove, ai concerti oppure andavamo a vedere altre band; all’epoca a Birmingham c’era grande fermento. Per me che ero cresciuto in provincia era sempre stato un casino andare ai concerti, per cui dopo che mi sono trasferito a Birmingham con gli altri… Sì, è stato allora che per la prima volta mi sono sentito parte di una scena.

Ieri mi sono guardata il filmato di un vostro live del 2005 in cui apparivi piuttosto timido. Avendovi visti in concerto più volte nel corso degli anni, devo dire che è sorprendente quanto tu sia cresciuto come performer. Che rapporto hai con il palco?
Hai ragione, ero più timido. Il fatto è che già ai tempi prendevamo la nostra musica molto seriamente e questo faceva sì che vivessimo tutto in maniera estremamente intensa, quindi anche con una buona dose di ansia. Ci ho messo un po’ a rilassarmi sul palco, e probabilmente anche a lasciarmi andare come songwriter. Adesso non dico di essere uno showman, ma mi piace l’idea di essere lassù e coinvolgere la platea, mi diverto, è come se di album in album mi trovassi sempre più a mio agio con quel personaggio che accidentalmente è scaturito dalla mia persona e che in tour porto sul palco. È solo una parte di me, ma mi ci riconosco sempre più. Diventi ciò che hai creato, capisci? Che poi non tutti gli artisti la vivono così, alcuni portano là fuori se stessi e basta, ma io… Quel che voglio dire è che il Tom sul palco non è lo stesso che sta parlando con te ora o che fa colazione con i suoi figli.

Chiaro. In tutto ciò c’è una band che più di altre ti ha ispirato? In quest’intervista hai citato Radiohead, Oasis…
Radiohead e Oasis hanno avuto un forte impatto su di me, ma sopra tutti metterei i R.E.M. Avevo 14 anni quando li vidi dal vivo la prima volta, era il 1995. Li avevo scoperti con Automatic for the People e non li ho mai più traditi. Passavo il tempo ad ascoltarli, a leggermi le interviste, a cercare di capire il loro percorso, come la loro musica si evolveva man mano, come Michael Stipe scriveva i pezzi e cresceva come performer. Sono stati dei maestri.

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