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Edda: «Io e Gianni Maroccolo come Totò e Peppino»

Stefano Rampoldi racconta l’album della coppia ‘Noio; volevam suonar’ registrato durante la quarantena cantando senza microfono, direttamente nell’iPad. L’isolamento, però, non lo preoccupa: «Io vivo sempre così»

Per molti è l’ex cantante dei Ritmo Tribale, ma Edda – nome di battaglia di Stefano Rampoldi – dopo il suo ritorno sulle scene musicali come solista (nel 2008) è ben più di un ex. Un anno fa ha pubblicato il suo quinto album solista Fru fru e in pieno lockdown ha accettato la proposta di Gianni Maroccolo (Litfiba, CCCP, CSI, PGR, Marlene Kuntz) di realizzare insieme un instant album: Noio; volevam suonar.

A pochi minuti da un acquazzone potente come un attacco di mitraglieri, mi trovo a chiacchierare con Edda, al momento chiuso in casa a Milano in ligia osservanza delle misure anti-Covid. È sempre pronto alla battuta e a regalare punti di vista limpidi, profondi nella loro disarmante sincerità, come quando ammette di non avere sentito la versione finale del disco che ha appena terminato di incidere. Lo ascolterà insieme a noi il prossimo 30 giugno, data a partire dalla quale sarà disponibile gratuitamente in tutti i formati (LP e CD compresi, ma solo con il pre-order fino al 15 giugno, con un contributo per le spese postali). «È la prima intervista che rilascio dall’annuncio».

Come nasce questo album? È un disco della quarantena, mi pare di capire.
Io ero lì in piena quarantena – forse 20 giorni fa, adesso non ricordo – quando mi è arrivata la prima e-mail. Era Gianni che diceva: “Ho una proposta indecente, facciamo un disco”. E io un po’ pensavo scherzasse. Non era nei miei piani fare un disco, quindi non sapevo…

Anche perché ne hai fatto uscire uno relativamente da poco.
Sì e infatti non gli ho risposto subito. In realtà mi aveva già chiesto, pochissimo tempo prima, di fare una cosa, di registrare una canzone per il suo disco Alone Vol. 4. E poi subito dopo – forse lo stesso giorno o il giorno dopo – mi ha fatto questa proposta indecente. C’era scritto proprio così nell’e-mail e non sapevo cosa rispondere. Non perché non volessi fare una roba con lui, anzi figurati non mi pareva vero… ma ho il mio gruppo i Pappagallones – col quale ho fatto Fru fru – e pensavo che da qui a maggio/giugno saremmo andati in sala prove a provare le nuove canzoni. E invece è successo tutto quel che è successo, è saltato tutto. I Pappagallones non sanno neanche che io avevo intenzione di fare questa cosa con loro… e adesso si vedono uscire un disco.

Erano ignari di tutto?
La cosa l’ho tenuta nascosta, nel senso che è tutto in mano a Maroccolo, io semplicemente canto, lui invece la notte lavora… ha lo studio… si sbatte, quindi è tutta roba sua. Mi manda le canzoni… se me le invia in un formato di un certo tipo posso ascoltarle, se le manda in un altro non riesco. Quando mi ha chiesto come mi pareva il disco ho risposto: “Va benissimo”. Ma le canzoni non le ho ascoltate, soprattutto le ultime. Ma va bene, anche perché non c’era bisogno che dessi il mio ok… cioè voglio dire: è una cosa che sta producendo lui, per cui io voglio che sia lui contento del risultato, in primo luogo. Poi se quello che ne esce non mi piace glielo dirò, ma non credo proprio andrà così.

Maroccolo e Edda durante la session in quarantena

Praticamente lui ti mandava le basi già registrate? Come avete lavorato?
Sì, sono 11 canzoni. Almeno mi sembra di aver capito che sono 11… 5 canzoni mie o 4/5 sue e 2 cover. Sono canzoni mie e canzoni sue. Per sue si intende pezzi. Lui non scriveva la melodia, mandava queste musiche e io continuavo a dirgli: “Guarda che non riesco a metterci niente, gira strano, non capisco… ma che tempo è?”. E lui dice: “È un 5/4”. E io: “Cos’è? Non esiste!”. Però volevo davvero mettere la voce sulle sue canzoni, sui suoi pezzi. E alla fine ce l’ho fatta. Gli mandavo le mie voci separate ma io avevo solo l’iPad, ho lavorato solo con l’iPad.

Quando gli mandavi i tuoi spunti musicali cosa facevi? Gli mandavi dei riff di chitarra, degli abbozzi di struttura?
Mandavo, registrando con Garage Band, linee di voce e chitarra… tutto distorto al massimo!

E poi lui lavorava su questi file?
Sì. Gli mandavo le voci separate e le chitarre. Io però ho solo l’iPad: ho fatto tutto con l’iPad. Invece lui non so cosa abbia a casa, forse ha un micro Apple. Ecco sì… il Mac Mini!

Una cosa mi ha colpito del comunicato: dice che è tutto realizzato con l’iPad, il Mac Mini e il basso. Però immagino ci siano altri strumenti, anche perché tu mi hai citato la chitarra…
Che ne so io? Penso di sì. Penso che lui faccia tutto col basso. Forse ha anche una tastiera. Poi c’è, mi sembra, una canzone dove c’è Flavio Ferri dei Delta V, credo alla batteria. E poi qualcos’altro. Però questa musica l’ha fatta lui… l’ha fatta tutta lui. E ci sono le mie chitarre sui miei pezzi ovviamente. Solo sui miei.

C’è dunque anche qualche intervento esterno.
Sì. C’è anche una canzone di Alex Grazian dove Alex stesso ha suonato la chitarra acustica. L’avevamo scritta insieme tanti anni fa, ma io l’avevo buttata via. Gli ho chiesto: “Ti ricordi quella canzone che avevamo fatto?”. Lui ha detto di sì. E io: “Te la faccio risentire”. Gliel’ho fatta riascoltare e ha commentato: “Mi fa veramente cagare: l’hai rovinata”. Allora gli ho domandato di mandarmi la versione originale, ed era molto bella. Quello stesso giorno mi ha chiamato anche Maroccolo ed è finita che gli ho dato anche quella canzone lì. C’è quindi anche un pezzo di Alex Grazian.

Come sonorità immagino sia abbastanza eterogeneo come disco, oppure c’è un genere a cui accostarlo?
Non l’ho ancora ascoltato!

Ok, chiedevo perché nel comunicato c’è una frase che mi ha colpito e parla di attitudine punk. Però forse si riferisce a come è stato realizzato l’album.
Esatto. L’attitudine punk si riferisce… è un modo per indicare il “come” lo fai. Gianni mi ha fatto incidere anche una cover di uno che in America è famosissimo e registrava le cassette, solo le cassette, col mangianastri, e noi abbiamo fatto anche questa cover. Ma era questa l’intenzione. E poi ci si riferisce anche alla qualità sonora un po’ lo-fi… penso alla voce, che probabilmente sarà la cosa forse più penalizzata: cantavo nel microfono dell’iPad, neanche in un microfonino esterno. Ma alla fine questo era il progetto: un’idea che nasce da Gianni, che voleva fare un disco lo-fi.

Caspita sono proprio curioso di sentirlo.
Anch’io! (Ride)

Senti, c’è qualche filo conduttore che unisce i testi?
No, ma sei matto? I miei testi? Figurati… diciamo che per far diventare canzoni le musiche, chiamiamole così, le musiche di Gianni, ho dovuto cercare… ho sperimentato. È una parola grossa, però ho sperimentato un po’ di soluzioni che nelle mie cose non uso. Ho dovuto trovare il modo di cantare su quelle canzoni.

Quindi sei andato un po’ fuori da quello che era il tuo terreno.
Esatto: dal mio modo di scrivere.

Qualche titolo di brano me lo puoi dire?
Sì, c’è un plagio alla canzone dei Baustelle che si chiamava La guerra è finita, poi c’è Noio, Servi dei servi… mi sto ricordando le mie… ci sono anche le sue, ma adesso mi sto emozionando e non me le ricordo!

Senti, la copertina è ovviamente una citazione di Totò… come mai?
Non so come, ma a un certo punto mi è scattata questa cosa di Totò e Peppino. La prima idea era di fare delle foto noi due, ognuno a casa sua, vestiti con la pelliccia e il colbacco. Però poi era difficile. Invece Marco Olivotto ha avuto questa intuizione di mettere i nostri visi sul fotogramma del film. Forse a quel punto avevo già suggerito l’idea del titolo Noio; volevam suonar.

Parliamo di un disco che è nato nella quarantena, quindi al massimo in un mese. Hai trovato difficoltà a creare in questa clausura?
No. E non la definirei nemmeno clausura, perché in fondo io un po’ vivo sempre così. Al di là dei concerti non sono uno che va in giro, quindi…

In questo momento bizzarro – per non dire pazzesco – che stiamo vedendo tu come ti senti? Cosa fai? Come stai vivendo?
Io all’inizio di questa storia mi sentivo in colpa perché uscivo la mattina alle 5 e andavo a correre. Poi magari beccavo il portinaio che stava mettendo fuori la spazzatura e vedevo che mi guardava veramente male. E come lui altri. Sto parlando ancora del primo mese, ma ti assicuro che andavo a correre dove c’è il canile dietro al Forlanini e lì non c’era mai nessuno. Poi alla fine mi sono chiuso in casa anche io.

E hai abbracciato anche tu la reclusione.
Sì ma poi, siccome sono lentissimo, ho visto che posso correre anche in casa… pensa, c’è mio padre che mi vede andare avanti e indietro per un’ora tutti i giorni, così, in casa. E poi è una reclusione con mio padre, che è una persona anziana, e come compagno di cella lo apprezzo. Non è più tanto presente a se stesso, però devo dire che quando non è molto in sé lo apprezzo di più: quando è un po’ fuori di testa mi piace. Quando invece è lui lo sbatterei giù dalla finestra.

Perché avete avuto dei contrasti in passato, immagino…
Mio papà non mi ha fatto mai niente, sono io che una volta ho rischiato di mettergli le mani addosso: avevo 15 anni e gli volevo tirare un calcio. Lui non mi ha mai fatto niente. Però io con mio papà mi son sempre trovato male fin da bambino, quando mi portava sempre al Forlanini a giocare a pallone, non so se avevo 5 o 6 anni, oppure mi portava allo stadio di San Siro a vedere l’Inter, oppure – un’altra cosa orrenda – mi portava al Museo di Scienze Naturali. Mi sentivo a disagio con lui. Magari c’è gente che si bacerebbe i gomiti per avere un padre come il mio, però io non riesco… anche perché non parla.

Non avete legato, mi par di capire, proprio a livello di personalità.
Non so cosa sia successo nella nostra vita, però adesso mi ritrovo qui con lui… sono venuto a Milano perché, appunto, ho capito che stava accadendo qualcosa di grosso. Ho capito che dovevo essere qua.

Adesso la tua giornata tipo com’è? Hai una routine?
Mi lascio andare all’ispirazione. Fino a qualche giorno fa avevo il disco di Maroccolo che mi ha tenuto compagnia per tutto questo mese. Quindi mi mettevo lì a cantare. Non so i vicini cosa pensassero sentendomi cantare e ricantare…

Ora sanno che hanno un artista come vicino.
No, un deficiente, avranno pensato. Però va be’: si vede che non cantavo poi troppo forte, perché mi mette a disagio cantare e sapere che la gente può sentirmi.

In questo casino che stiamo vivendo tu vedi una fine? Stai pensando già a quando si uscirà, oppure aspetti e basta che le cose si evolvano?
Da una parte ho paura per ciò che potrebbe accadere dal 4 maggio, quando usciranno tutti e tutti saranno contenti… sono gli altri che si sono omologati a me in questi due mesi. Quando sei così, senza lavoro, non sai mai il domani cosa ti porta… l’incertezza e la precarietà fanno parte dei miei ultimi 8-10 anni. Ma ci servirà.

Quindi qualcosa di positivo potrà uscire da questo disastro?
Parlo per me. Io in questo periodo sono riuscito a fare una cosa – non ti dirò cosa perché non voglio – ed erano quasi 50 anni che ci provavo. Spero che questa volta sia la volta buona, non so… potrebbe succedere, quindi mi sono tolto questo peso o, quanto meno, sto vedendo che riesco a vivere senza questa schiavitù. Però non ti dico qual è.

Ho riascoltato da poco Fru fru e devo dire che mi è piaciuto tantissimo a distanza di tempo. Ci hai perso qualcosa a livello di promozione?
In realtà avevo già perso prima perché verso Natale la tournée col gruppo l’ho dovuta interrompere e quindi sono andato avanti da solo però si pensava appunto che per l’estate si sarebbe ripreso. Anche perché i Pappagallones sono forse la band migliore che c’è in Italia: hanno un cantante fantastico (ride) e soprattutto delle belle canzoni. Quel disco è bello perché è difficile da suonare, devi esser capace – infatti io suono pochissimo. Nel disco non suono, faccio il cantante.

E l’ispirazione a Stefano Rampoldi come arriva?
In questo periodo sto cercando di capire cos’è l’ispirazione. Mi faccio delle domande. E mi è venuta in mente l’idea delle applicazioni. Mi spiego… le applicazioni ti vengono date: tu le scarichi, ma in realtà esistono già, sono lì a disposizione. Ecco le canzoni, l’ispirazione, sono già scritte, ti arrivano. Tu hai semplicemente l’accesso… perché non è che creiamo qualcosa. Se no i Beatles avrebbero continuato a scrivere canzoni belle. A volte sei lì, magari da una settimana, e non combini niente… io cerco tutti i giorni di suonare, di creare qualcosa, ma a volte non ti arriva niente… boh, provi e riprovi…

Soprattutto quando ti metti lì e dici: adesso voglio scrivere qualcosa.
Infatti! Per questo cerco sempre di fare qualcosa tutti i giorni. Se avessi una scadenza tipo una data per fare un disco figurati, sarebbe un incubo. Invece è proprio così: ti metti lì, passa una settimana, due, tre, quattro, un mese. Poi magari a un certo punto in tre giorni ne fai cinque di canzoni. Questo mi fa pensare che proprio arrivano e basta, finita lì. Se arrivano bene, se non ti arrivano ti eserciti.

Tu canti spesso al femminile: come ti viene? È una cosa spontanea?
No, prima è nato un po’ come un vezzo, forse per fare qualcosa di strano. Prima lo giustificavo anche dicendo che era perché l’anima è femminile… vabbè, ma chissenefrega, l’anima è veramente femminile, però va be’. Adesso ho scoperto che nei pezzi all’inizio parto al femminile, poi cambio. In questi nuovi con Maroccolo in realtà ancora non so neanche se l’ho fatto. Comunque conoscevo un tizio che nell’arco della giornata dalle 8 a mezzogiorno era donna!

Ok…
Quindi veramente… boh? Diciamo che è così. Si fa, ma non c’è un motivo vero.

C’è sempre anche un grosso peso della componente sessuale nelle tue canzoni e in Fru fru si sente ancora di più, in contrasto con la solarità del sound.

È un’ossessione che mi porto dietro. Per me il sesso è sempre stata una valvola di sfogo per le mie disfunzioni emotive, insomma. Quando mi sento male o mangio o vorrei fare sesso. Sono due cose molto deleterie nel mio caso, hanno effetti collaterali abbastanza negativi, per cui devo cercare di contenerle.

Tra l’altro nel comunicato del disco con Maroccolo c’è una tua dichiarazione in cui ti riagganci all’argomento del sesso e dici: “Doveva essere un blind date, è diventato un bukkake”. Mi ha fatto molto sorridere…
Sì perché doveva essere una cosa così… poi mi auguro che questo progetto non sia la Caporetto di Maroccolo! Gli ho detto una volta: “Tu sei Vittorio Veneto e io sono Caporetto”. Però alla fine, Caporetto è stata anche un trampolino di rinascita: abbiamo vinto quella guerra proprio forse per via di Caporetto… a volte le sconfitte ti consentono di reagire. Invece da Vittorio Veneto, forse, è partita quella prosopopea della vittoria e tutto quello di brutto che è successo dopo… quindi a volte le sconfitte portano bene.

Leggo che il disco con Maroccolo sarà praticamente dato in regalo, come nasce quest’idea?
Di questo veramente dovremmo chiedere tutto a Gianni. Io in realtà lo vendo il disco: ho già deciso che vado alla Contempo, gli porto via qualche scatolone e dopo vendo i dischi a 100 euro più spese postali (ride). Invece lui ha fatto una sua scelta… non ho capito bene. Forse andrebbe intervistato lui su queste cose, ma diciamo che credo sia una scelta di coerenza di Gianni. Lui ha una visione che ha cercato di spiegarmi, ma ancora non ho afferrato. Comunque è tutta farina del suo sacco: io lo vendo a 100 euro… il disco più costoso sul mercato (ride).

È appena uscito il lavoro nuovo dei Ritmo Tribale. Hai avuto modo di sentirlo? Cosa ne pensi?
L’ho ascoltato, certo. Lo trovo un disco molto Ritmo Tribale, proprio bello. Mi ha emozionato davvero tutto l’album, ma in particolare Buonanotte, il pezzo di chiusura. È una canzone che era su Mantra e Andrea Scaglia l’ha rifatta per sola voce e pianoforte.

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