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Ecco di cos’aveva bisogno il pop italiano, dei Thru Collected

Compilation o disco pieno di featuring? Hyperpop o trap? Lucidi o matti? Ambiguità e fluidità sono i segni distintivi di 'Discomoneta', l'album italiano più folle e creativo di queste settimane

Thru Collected, nella cucina di Rainer

Foto press

Un giorno d’estate mi sono imbattuto in due videoclip. A colpirmi era lo spiazzante clash tra i protagonisti, una banda di giovani appariscenti e singolari della Gen Z, e una scelta musicale che masticava una quantità di generi, suoni e ispirazioni visuali che travalicavano quella stessa generazione. I video erano Atlante e Artemoneta, a caricarli un profilo YouTube chiamato Thru Collected. Sbirciando all’interno del canale, ai tempi, si trovavano altri due clip, Fatti a pezzi e Homework (pensare a finire le cose) di Alice e Dronememorie, uno short film su un duo dall’assurdo nome Specchiopaura. Ma cos’era Thru Collected? Un collettivo, una superband, un’etichetta? Non si capiva, ma che rappresentasse qualcosa di fresco, fico e nuovo era già evidente.

Il 30 settembre, dopo un’estate silenziosa, è uscito Discomoneta, un album collettivo a nome Thru Collected, in cui a passarsi il microfono sono sei artisti (sia donne che uomini), Alice, Specchiopaura, Sano, Lucky Lapolo, Altea, che si alternano sulle produzioni di Riccardo, Rainer, Giovanni, Specchiopaura. Tutti molto giovani, tra i 17 e i 25 anni. Il disco è una follia di citazioni, riferimenti, cambi di direzione insensati, impensabili, stimolanti. C’è la trap e il pop, la UK garage e la drum’n’bass, l’hyperpop e l’anti-pop, il ballo e la melodia. Tanta confusione, ma tante, troppe cose valide e originali per passare inosservate in un oceano di mediocrità giovanile. Avevo quindi bisogno di capirci di più.

«Non è un limite quello di non essere definiti da chi ci ascolta», mi spiega Riccardo, una delle menti fondatrici di Thru Collected che ho raggiunto in una videochiamata su WhatsApp, «l’ambiguità è la chiave stessa di questo progetto. Abbiamo un determinato approccio fluido nello scrivere, registrare, pensare la musica. Questo influisce sulla percezione dall’esterno. Il disco, ad esempio, non si capisce se è una compilation o l’album di un artista che fa featuring con altri artisti; ma è una scelta voluta. Vogliamo avere la possibilità di essere cosa vogliamo».

Ma quindi stiamo parlando di un collettivo artistico, dei Brockhampton italiani o di qualcosa di differente? «Noi, prima di tutto, siamo un’etichetta, un ponte tra mercato discografico e underground. Ma considera che noi stessi, in primis, siamo musicisti e videomaker e partecipiamo sia nella produzione musicale che visuale dei nostri artisti. Ti spiego anche il significato del nome perché non lo abbiamo ancora mai detto: thru, nel mondo audio, è un segnale che passa pulito per quello che è; collected, invece, rappresenta il senso di collezionare un archivio di questi segnali. Discomoneta invece è un disco collettivo di tutti gli artisti e le artiste con cui stiamo collaborando ora. Il nostro criterio è chiaro: un progetto discografico non deve puntare solo ai numeri, ma deve avere una propria coscienza musicale. È questo che fa la differenza».

Con queste prime informazioni, cominciamo a tracciare qualche (non) confine a questa geografia di iper-stimoli video-sonori chiamata Thru Collected. Una label che, di fatto, è un collettivo di persone che rifiutano le etichette e i generi e si stimolano, motivano, influenzano reciprocamente nella costruzione di percorsi singoli e comunitari, come appunto è evidente nelle singole narrazioni quanto in un album/compilation così ampio (la scaletta conta 20 tracce). «Siamo aperti a qualsiasi cosa, senza alcun riserbo. Per star qui assieme abbiamo imparato a dirci in faccia “questa cosa è bellissima, o questa cosa fa schifo”, se non vuoi sentir la verità, non puoi far parte di tutto questo. In studio ci affidiamo agli stimoli primordiali, senza pensare alle reazioni esterne».

Nello studio, insieme a Riccardo, c’è Alice, il primo progetto di Thru Collected nonché la voce che, in un certo modo, accompagna l’ascoltatore nel districarsi di questo album. Riccardo, per questo, la definisce «la sciamana occulta di Discomoneta». Alice ha una voce eterea, ma appesantita dallo spleen della Gen Z, ed è sicuramente il progetto più ambizioso e pronto dell’intero gruppo. «In questo universo mi sembra tutto così naturale, fare musica qui è una serata tra amici in cui ci si siede al tavolo e ci si racconta cose mentre qualcuno mette musica in sottofondo», mi spiega. Ma come si possono unire tutte queste personalità così differenti per età e background all’interno di un macro-progetto comune, quali sono le linee guida? «Come cultura di base abbiamo la musica suonata degli anni ’80 e ’90. Ma dentro trovi influenze shoegaze, noise, drum’n’bass quanto di elettronica, techno, ambient. Non diresti mai chi ascolta cosa o chi porta certe influenze qua dentro. Vuoi che ti facciamo un nome che leghi tutto noi? Direi Burial».

Un ulteriore campo di interesse del progetto è la cura estetica per i videoclip. Thru Collected, infatti, nasce dalle mani di due videomaker, Riccardo e Gabriele, e il tocco è evidente in tutti i lavori finora pubblicati, dall’ambizioso Dronememorie (15 minuti di short film) ai clip di cui si parlava ad inizio articolo, Atlante e Artemoneta. «Abbiamo un approccio cinematografico, un’immagine impostata per narrare piuttosto che per essere guardata solamente perché bella e patinata. La nostra idea è fare la cosa meno adeguata rispetto a quanto siamo abituati a vedere. In Dronememorie, per rappresentare l’appartenenza a una tribù che – da giovanissimo – ti sembra enorme e che, in realtà, è piccolissima, ci siamo riferiti a simboli dei ’90 come Trainspotting e Kids. Abbiamo messo una lente d’ingrandimento su questa realtà piccolissima per raccontare come, in adolescenza, la tua tribù, il tuo gruppo, è tutto ciò che hai», mi racconta Gabriele. «In Dronememorie ritrovi anche le dinamiche del ballo e della festa, che sono parti della nostra vita. Intendiamo il ballare inteso come strumento culturale e rituale, non coreografico come accade oggi con la trap. Thru Collected è dare voce ad una serie di cose che si pensano finite, ma che in realtà stanno cercando solo altri modi per arrivarti».

Superando i limiti della Gen Z, della trap e degli ascolti Spotify, zigzagando tra i canoni e gli stilemi di generi e industria, Thru Collected è una sferzata di vernice fluo su un muro nero di noia. È una ventata di libertà artistica e creativa che balla sull’algoritmo da playlist. È un faro per le nuove generazioni che, al contempo, rincuora anche noi Millennial; qualcuno sta iniziando a ribellarsi al piattume costretto della trap di oggi. Meno male.

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