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Ecco come Aaron Dessner dei National ha cambiato il suono di Taylor Swift

Il musicista racconta 'Folklore', che ha contribuito a scrivere: la nascita delle canzoni, l'intesa con Swift, il concept. E la segretezza: nemmeno chi ci ha suonato sapeva che si trattava del nuovo album della pop star

All’inizio di marzo, Aaron Dessner dei National è tornato negli Stati Uniti da Parigi, dove viveva con la famiglia, per rinchiudersi nel Sonic Ranch Studio di Tornillo, in Texas, e lavorare al nuovo album dei Big Red Machine con Justin Vernon (Bon Iver). La pandemia ha scombussolato i suoi piani. È riuscito a spostarsi a New York con la famiglia per il lockdown e si è subito adattato alla nuova vita: aiutava i figli a studiare e si concentrava sulla musica come non faceva tempo a causa dell’attività live dei National.

Poi, nel bel mezzo di quello che descrive come uno dei momenti più produttivi della sua carriera, l’ha chiamato Taylor Swift.

Da tempo fan dei National, Swift ha chiesto a Dessner se voleva collaborare a distanza alle sue nuove canzoni. Aveva molto materiale pronto, ma di taglio sperimentale e in più non si era mai avventurato nel mondo pop che la cantante domina da un decennio. Lei gli ha detto di mandargli tutto quel che aveva sottomano.

«Credo fosse interessata alle emozioni che sentiva nella musica che ho scritto», dice Dessner. «Quindi le ho mandato una cartella con le ultime cose che avevo registrato. Qualche ora dopo mi ha risposto con la versione completa di Cardigan. Era come se un fulmine avesse appena colpito la mia casa».

Nei mesi successivi, Dessner e Swift hanno dato forma a buona parte dell’ottavo album della popstar, Folklore, che è uscito a sorpresa il 24 luglio. Folklore è l’ennesima mossa affascinante di Swift, che si muove verso un suono indie folk (alla National, ovviamente) che sembra ancora distintamente swiftiano, come se avesse sempre suonato questa musica. Anche nei testi Swift gioca con personaggi e miti in modi nuovi – da qui il titolo del disco – rievocando la grande tradizione folk americana.

Dessner non è l’unico collaboratore dell’album; Swift ha scritto diverse canzoni con lo storico produttore Jack Antonoff e con il cantautore William Bovery, di cui non ci sono molte notizie. Anche Vernon ha contribuito con due pezzi, e canta in uno dei più riusciti del disco, Exile, mentre il fratello e collega nei National, Bryce Dessner, ha collaborato alle orchestrazioni con un mix di musicisti raccolti in tutto il pianeta (al momento delle registrazioni nessuno di loro sapeva a cosa stesse lavorando).

Dessner ha raccontato a Rolling Stone com’è lavorare con Taylor Swift, com’è nata la loro intesa, la segretezza che ha avvolto l’album e molto altro.

Quando Taylor ti ha contattato aveva già un’idea precisa di come sarebbe stato l’album? 

Era un po’ criptica. Per un po’ non sono stato sicuro che stessimo facendo un disco. Sembrava solo che volesse collaborare con me. Poi ci siamo ritrovati con sei o sette canzoni, tutte scritte nel giro di un paio di settimane, e mi ha raccontato il concept di Folklore. Ha aggiunto che aveva già scritto alcune cose con Jack Antonoff che secondo lei si incastravano perfettamente con le nostre. È stata una collaborazione esaltante, un processo quasi interamente in remoto. Abbiamo lavorato alla velocità della luce, ma in un certo senso sembrava che facessimo tutto faccia a faccia.

Dopo Cardigan, come si sono sviluppate le canzoni? Credi che Swift ti abbia spinto verso nuove direzioni? 

Quando lavori con una persona nuova ci vuole un po’ per capire come lavora il suo istinto e che cosa può fare. Ha scritto Cardigan, poi Seven e infine Peace. Quei pezzi sono diventati una sorta di mappa: Cardigan era una ballata sperimentale, la cosa più vicina a un pezzo pop di tutto il disco, anche se non lo è davvero. È un brano emozionante, ma allo stesso tempo pieno di suoni strani. Seven è un pezzo folk nostalgico. Anche prima che lo cantasse sentivo la nostalgia, e penso che lei gravitasse attorno a questi sentimenti. Peace, invece, ha mostrato quanto sia incredibilmente versatile. In quel pezzo ci sono tre bassi armonizzati e un sintetizzatore. Amo suonare il basso in quel modo – suoni una linea, poi la armonizzi varie volte. È un trucco che ho rubato a Vernon, perché l’ha fatto in tanti pezzi a cui abbiamo collaborato. Anche il synth è suo, mi aveva mandato quella parte e mi aveva chiesto di farci qualcosa. Ma quando lei ha scritto il pezzo, che mi ricorda un po’ Joni Mitchell, ho pensato che potesse succedere qualunque cosa.

Insomma, mi svegliavo ogni mattina cercando di essere produttivo. Mad Woman l’ho scritta poco dopo quel momento, e dal punto di vista del sound sembra molto vicina a Cardigan e Seven. Ho un modo di suonare il piano molto melodico, emotivo, e a volte è splendido che chi canta non segua esattamente la melodia del pianoforte. Con Taylor c’era una certa intesa, era chiaro dal modo in cui reagiva alle mie idee.

Epiphany nasce da un suo spunto, a cui ho aggiunto questi suoni glaciali, islandesi, con accordi distesi e un’atmosfera classica. È un altro brano che abbiamo scritto e immaginato insieme. Lei ha una mente musicale istintiva e brillante, ed è riuscita a scrivere cose molto vicine a quello che le presentavo. Io mi limitavo a stuzzicarla. È stato esilarante e anche surreale, eravamo scioccati dalla nostra intesa (ride). Credo che il calore, l’umanità e l’energia della sua voce e di quello che ha scritto nel disco… tutte queste cose c’erano già nelle prime note vocali che mi inviava.

Credi che questa intesa dipenda dal fatto che è una grande fan dei National, e viceversa?

Abbiamo incontrato Taylor a Saturday Night Live nel 2014, quando presentava Lena Dunham. Era la prima volta che conoscevamo una vera pop star. Poi è venuta ad ascoltarci a Brooklyn, la scorsa estate, ed è scoppiato un temporale assurdo, torrenziale: ha visto tutto il concerto ed è rimasta con noi anche dopo, ha parlato molto con me e mio fratello. Era affascinante e incredibilmente umile. Questa è la cosa più bella di Taylor, e di molte persone che ho incontrato e che hanno avuto lo stesso tipo di successo. È bello che riesca a essere una persona come un’altra, a chiacchierare normalmente. Insomma, sapevamo che era una grande fan e abbiamo molto apprezzato l’album 1989. Il nostro collaboratore islandese, Ragnar Kjartansson, è un suo fan, quindi abbiamo vissuto la sua musica attraverso di lui. Sono sempre stato colpito dalla sua abilità nel fare le cose. Ho sempre ascoltato i suoi album e li metto in questa categoria rarefatta… penso: ma come fa? Come si fa Blank Space? All’inizio ero intimidito, non perché la sua musica sia meglio della nostra… ma è di un mondo diverso.

Ci sono canzoni, album o artisti a cui avete fatto riferimento per questo disco? 

Per Betty, una canzone che ha scritto con William Bowery, voleva fare qualcosa come il primo Bob Dylan, l’epoca di Freewheelin’. Epiphany sembrava da subito uno strano incontro tra Kate Bush e Peter Gabriel. Abbiamo parlato di queste cose, sì, ma non molto. Credo che si sia fidata del mio istinto, di dove avrei portato la sua musica. È stato così anche nel mix. Volevamo che la sua voce restasse umana, l’opposto della plastica, se possibile. È stata una battaglia: tutto nel pop sembra scolpito, sorridente, spinto per funzionare in radio o chissà dove. Può succedere anche con i pezzi dei National: se cambi il mix ti sembreranno canzoni diverse. Lei si è fidata molto, è stata la prima a fare scelte diverse.

Hai nominato William Bowery. Ma chi è? 

È un cantautore, ma per colpa del distanziamento sociale non l’ho mai incontrato. Ha scritto la base di Exile, che Taylor ha completato. Non so di più, a essere sincero.

Stiamo cercando di raggiungerlo, ma su internet non ci sono sue tracce. 

Io non lo conosco granché, so solo che ha scritto Betty ed Exile con Taylor. Ma sai, lei è molto collaborativa, quindi sarà un altro cantautore.

Non è l’alias di qualcuno? 

No, no, no. In realtà non lo so, non sapevo nulla del video di Cardigan, e l’abbiamo scritta insieme (ride). Quindi non lo so. Ma sono sicuro che sia un vero autore. A Taylor piacciono questi piccoli misteri.

Nei National tu e tuo fratello scrivete la musica, Matt Berninger si occupa dei testi e poi mettete tutto insieme. Con Folklore è andata nello stesso modo? 

Taylor è molto collaborativa in questo senso: tutte le volte che mi mandava una memo vocale c’era già un testo completo, e mi ha sempre chiesto cosa ne pensassi. A volte discutevamo di certi versi, ma in generale lei è ovviamente un’autrice molto forte. Mi chiedeva un giudizio, dava versi alternativi e io le dicevo cosa pensavo. Poi, quando abbiamo iniziato a registrare le voci, a volte suggerivo qualcosa. Taylor rispetta molto il processo collaborativo, e vuole che chiunque lavori con lei si senta incluso in questo processo. È una cosa di cui parla direttamente, con il giusto tatto. È un’altra cosa che ho apprezzato molto, perché volevo esplorare tutte le possibilità, prendermi dei rischi e magari sbagliare. Quando succede serve sempre un momento prima di ricominciare a lavorare.

Prima hai detto che dopo aver scritto sei o sette canzoni Taylor ti ha spiegato il concept dietro l’album. Com’è andata quella conversazione?
Mi ha raccontato di cosa parlavano le canzoni, poi ha spiegato il concept di Folklore. Sapevo da subito che erano canzoni narrative, spesso scritte da una diversa prospettiva… non in prima persona. Ci sono diversi personaggi, alcuni appaiono in pezzi diversi. Uno dei personaggi di Betty è collegato a quelli di Cardigan, per esempio. È una cosa che era molto, molto importante per Taylor. Almeno per questo disco, non credo che si sia messa a scrivere solo dopo essersi convinta dei temi da affrontare. Io sono abituato, almeno di recente, a un modo più sperimentale e impressionista di fare le cose, di lavorare senza sapere davvero cosa sta succedendo. Con Taylor è tutto più diretto. Sapere di cosa parlava il disco è stato molto utile e ha informato alcune scelte.

Ogni volta che mi mandava qualcosa mi raccontava la sua storia, il tema o come si inseriva nel contesto del disco. Per questo quando mi ha spiegato che Folklore era un concept, tutto aveva senso. Pensa a The Last Great American Dynasty, è una canzone narrativa che alla fine diventa personale, cambia forma. Il disco è pieno di queste storie folkloristiche, miti nati durante l’infanzia, amori perduti… È materiale personale, ma sotto forma di storie di alta gente.

Com’è stato lavorare in segreto? È un peso difficile da sostenere? 

Sì. Sono grato e onorato per l’opportunità e per l’assurda intesa che abbiamo trovato. Ma è stato difficile non poterne parlare liberamente con i miei collaboratori storici, all’inizio persino mio fratello. Non sapevo se potevo davvero dirgli qualcosa, perché di solito mi aiuta molto, si occupa delle orchestrazioni. Collaboriamo sempre. Alla fine abbiamo trovato un modo: verso la fine delle registrazioni ho detto a Taylor che volevo fare degli esperimenti, elevare alcuni momenti del disco, che avevamo tempo per andare ancora oltre. Lei mi ha chiesto cosa intendessi dire, e io le ho spiegato cosa volevo fare, e il modo in cui lavoriamo io e mio fratello. È un processo comunitario, che coinvolge persone con cui collaboriamo da tempo e che capiamo alla perfezione. Ho detto ai miei amici: “Sto lavorando a questo pezzo. Non posso mandare la voce e non posso dirvi che cos’è, ma posso spiegare cosa immagino”. È successo lo stesso con mio fratello: conosce così bene la mia musica che è stato facile prendere quel materiale e aggiungere le sue cose. È successo tutto in remoto, è stato incredibilmente veloce anche per questo, non servivano otto persone in studio di registrazione. Lavoravamo tutti in contemporanea: qualcuno in Francia, qualcuno a Los Angeles e a Brooklyn. È stato divertente. Ce l’abbiamo fatta.

Come hanno reagito quando gli hai detto che stavano lavorando al disco di Taylor Swift? 

Puoi immaginartelo. Avevano capito, per colpa della segretezza del tutto, che era una cosa grossa. Non ho potuto dire niente praticamente fino al momento dell’annuncio. Appena ha annunciato ho contattato tutti: “Sapete che c’è…” ed erano entusiasti. Nessuno sembrava arrabbiato, erano tutti eccitati e onorati. Anche Justin Vernon non aveva sentito nulla: solo Exile, neanche Peace, la canzone nata dal suo sintetizzatore. L’effetto sorpresa era importante, e sai come funzionano le cose per chi è nella posizione di Taylor, le speculazioni e le pressioni. Mantenere il segreto è stato importante per la sua libertà creativa e per permetterci di fare quello che stavamo facendo.

Tu e Justin siete amici e collaboratori da molto tempo. Com’è stato sentire Exile per la prima volta? La sua voce con quella di Taylor… 

Justin ha una voce molto versatile e un’estensione assurda, e canta con così tante emozioni… ogni volta che lo sento di persona vado fuori di testa. Con quel pezzo succede la stessa cosa. William Bowery e Taylor l’hanno scritta insieme, sono arrivati a un certo punto e poi io l’ho interpretata e sviluppata. Poi Taylor ha registrato le parti maschili e femminili, Justin ha rifatto le sue e aggiunto alcune cose. Ha scritto la parte “step right out” del bridge e Taylor l’ha ricantata. Era come guardare due dei più grandi cantanti e autori della loro generazione mentre collaborano. Io ero il facilitatore, e ho suonato tutto l’arrangiamento. Ma è stato incredibile. Ero come un fan, stavo a guardare.

C’è un momento decisivo che ha dato forma al suono del disco? 

La reazione iniziale. Quando siamo entrati in contatto, ho mandato una cartella di materiale e Taylor ha scritto Cardigan. Ha detto: “Questo non è normale. Perché hai così tante canzoni così emozionanti, che mi commuovono? Sembra destino”. Si è immersa nel materiale e ha abbracciato quella corrente emotiva. Ha mostrato un lato nuovo. È un passaggio interessante, apre altre strade, perché ora creativamente può andare dove vuole. Non c’è più la pressione di scrivere un certo tipo di… pop, o come vuoi chiamarlo. Credo sia liberatorio, e spero che i suoi fan siano entusiasti, perché io lo sono. È un disco speciale.