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«Ecco che cosa mi ha insegnato sull’ansia mio padre Chris Cornell»

La figlia del cantante dei Soundgarden e della manager degli Alice in Chains conduce su Instagram interviste sulla salute mentale: «Papà raccontava le sue crisi di panico e mi diceva: solo gli stupidi non provano ansia»

Lily Cornell Silver

Foto: Jovelle Tamayo per Rolling Stone

Verso la fine di aprile, Lily Cornell faticava a mantenere il proprio equilibrio mentale. Era da un mese in lockdown e solo poche settimane la separavano dal terzo anniversario della morte del padre Chris Cornell. Poteva contare su familiari, amici e terapisti con cui parlare delle sue ansie, ma è comunque andata su internet per avere un supporto in più ed è rimasta delusa dalla scarsità di risorse.

«Stavamo vivendo un’esperienza collettiva senza precedenti e in giro non c’erano risorse utili sulla salute mentale nel contesto di una pandemia, del resto a meno che non si abbiano tipo 100 anni, nessuno l’ha vissuta in prima persona», spiega collegata via Zoom dalla sua casa a Seattle. «Non avendo trovato nulla del genere, ho deciso di farlo io».

La salute mentale è perciò al centro di una serie settimanale di interviste chiamate Mind Wide Open condotte da Cornell e ospitate sul suo profilo Instagram. «Ovviamente non sono un’esperta, sono solo una studentessa universitaria che ha vissuto dolori e traumi. È importante interfacciarmi con degli esperti».

Cornell ha lanciato la serie il mese scorso in occasione di quello che sarebbe stato il 56° compleanno del padre con una chiacchierata con la dottoressa Laura van Dernoot Lipsky, fondatrice del Trauma Stewardship Institute e autrice di diversi libri sul trauma. «L’idea è di destigmatizzare la salute mentale e di normalizzare la discussione su di essa». Tra i vari ospiti c’è stato anche il bassista dei Guns N’ Roses Duff McKagan. «Lily» dice «ha avuto il coraggio di esporre i suoi alti e bassi. Mind Wide Open è un tuffo nella realtà e nelle soluzioni a cui tutti noi dobbiamo aggrapparci. Lily sta ancora affrontando i suoi problemi e il fatto che abbia scelto di fare una cosa del genere dimostra quant’è forte di carattere».

Perché hai voluto fare questa serie su IGTV?
Ci ho pensato attorno all’anniversario della morte di mio padre. Lui capiva, condivideva e convalidava i miei problemi di salute mentale. Ho lanciato la serie in suo onore: so che sarebbe stato orgoglioso della mia vulnerabilità. Mi ha insegnato lui ad aiutare gli altri e seguire le mie passioni.

Per quanto riguarda il tema della salute mentale, ho lottato per una vita con ansia, dolore e disturbo da stress post traumatico. E in quarantena ho sofferto. Davvero credo che l’inaccessibilità e lo stigma che circonda la salute mentale sia una parte enorme del motivo per cui la gente fa fatica a superare i suoi problemi.

Da dove viene il titolo Mind Wide Open?
Da papà. All’ultimo anno di liceo frequentavo un corso di poesia, una cosa che fa molto Seattle (ride). Ci assegnarono un compito: dovevamo scrivere una poesia su un oggetto legato alla storia di famiglia. Mio padre mi ha dato alcuni testi anni ’90 e c’era questa strofa che mi è rimasta impressa: “Half alive / Heard the most brilliant lie / Sleep is eyes closed to the light / Death is the mind wide open” (“Mezzo vivo / Ho sentito la bugia più brillante / Il sonno è occhi chiusi alla luce / La morte è la mente aperta”).

Quando si parla di salute mentale, ci sono tanti modi per avere la mente aperta. Queste conversazioni e l’idea di destigmatizzare il dibattito sulla salute mentale sono il mio modo di tenere la mente aperta. Perdere qualcuno in modo traumatico e lottare con l’idea di suicidarsi mi ha spinta a chiedermi in quali altri modi in cui si può tenere la mente aperta. Questa serie è uno di essi.

Parlavi di depressione con papà?
Abbiamo parlato delle cose da cui eravamo passati entrambi. Ho avuto attacchi d’ansia fin da bambina e lui mi ha rassicurato. Quando avevo suppergiù 12 anni mi diceva: «Quando avevo io 12 anni, la notte stavo sveglio sul letto e sentivo il cuore battere forte», e intanto si batteva il petto imitando il battito cardiaco. «Mi sembrava di avere un infarto». Diceva sempre: «Ho combattuto con questa cosa per tutta la vita», ed era un modo per rassicurarmi, per dirmi: starai bene.

Un’altra cosa che mi diceva sempre e che mi faceva impazzire era: «Solo gli stupidi non provano ansia. Ti preoccupi di come andranno le cose, analizzi ogni possibile opzione, ti preoccupi di tutti i modi in cui le cose potrebbero andare male perché sei molto intelligente e perché il tuo cervello lavora velocemente. Questa cosa fa schifo e rappresenta un peso, ma troverai un modo per utilizzarla a favore tuo e degli altri».

Ti ha mai dato consigli pratici su come gestire ansia e depressione?
Sì, mi ha insegnato esercizi di respirazione e mi ha consigliato di rivolgermi agli altri per avere un aiuto. Se avevo paura di salire su un aereo, mi ricordava il numero di ore di esercitazione che i piloti dell’Alaska Airlines devono fare (ride).

Penso che sia importante avere nella propria vita qualcuno con cui puoi essere aperta, senza preoccuparti del suo giudizio. È un ruolo che ha anche mia madre.

È stato difficile affrontare il dolore data la fama di tuo padre?
Vivere a Seattle ha vantaggi e svantaggi. Lui è ovunque e questa cosa è bella, ma può anche essere difficile. Non molte persone vedono dappertutto murales dei loro cari o vengono riconosciute per strada. È una cosa che racchiude sia bellezza che dolore. Ed è anche la prova del fatto che ha toccato parecchia gente. In tanti sono venuti da me dicendomi: «Ho avuto problemi di salute mentale e la musica di tuo padre mi ha aiutato a sentirmi visto, ascoltato e validato nella mia lotta». È una gran cosa.

Perché hai scelto Don’t Follow degli Alice in Chains come breve sigla delle interviste?
Avevo commissionato la musica dell’introduzione, ma non c’era nulla che mi convincesse. Mia madre (Susan Silver, manager degli Alice in Chains e in passato anche di Screaming Trees e Soundgarden, ndr) mi ha detto di prendere in considerazione un pezzo degli Alice in Chains. Don’t Follow da Jar of Flies è il primo su cui ho cliccato. Layne [Staley] aveva ovviamente problemi di salute mentale e di dipendenza. E ho imparato un sacco da quei ragazzi sulla forza d’animo, la resistenza e il superamento del dolore e della perdita.

Jerry Cantrell è un sostenitore la serie?
Ne abbiamo parlato, sì. Ho il sostegno di persone come lui, Matt Cameron, Mike Inez, Sean Kinney. Sono figure paterne nella mia vita. Sono come zii. È la mia comunità.

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