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È tornata la musica senza confini dei C’mon Tigre

Il nuovo album ‘Scenario’ è una sorta di reportage musicale che racconta il mondo senza bisogno di tante parole, con l'aiuto di Tommaso Colliva, Colin Stetson, Xenia Rubinos, Mick Jenkins. L’intervista

C'mon Tigre

Foto: Margherita Caprilli

Sin dal primo album omonimo del 2014, i C’mon Tigre hanno messo al centro della loro musica la volontà di mescolare le proprie radici di musicisti anconetani cresciuti sul Mediterraneo con un caleidoscopio di altri suoni dal mondo, in particolare dall’Africa e dal Medio Oriente, per dare forma a un linguaggio fatto di commistioni con il jazz, le ritmiche dell’hip hop, il funk. La seconda prova Racines, del 2019, aveva arricchito questo approccio con uno slancio verso la cultura del dancefloor che li aveva spinti a usare macchine e synth per manipolare un ricco comparto di strumenti acustici e vecchi talk box per trattare le voci.

Il nuovo disco Scenario, uscito il 25 marzo, torna a sapori maggiormente acustici, impreziosendo la palette del collettivo di stanza a Bologna di rimandi all’universo brasiliano. Non che l’elettronica e il desiderio di evocare, pur se in maniera personale, il pianeta clubbing siano spariti: l’anima resta quella di una musica libera, senza confini, geograficamente tentacolare, basata sul desiderio di pescare dalle tradizioni come dalla contemporaneità e per questo sospesa nello spazio e nel tempo. Fondamentale in tal senso la dimensione collaborativa: decisi a non legare il loro progetto ai propri nomi, i due fondatori dei C’mon Tigre hanno sin dagli esordi puntato tutto sulla dimensione collaborativa, coinvolgendo nei loro lavori musicisti di varia provenienza, tutti di livello, e proponendosi come un collettivo aperto, più che come una band.

Per Scenario, nonostante le difficoltà dovute alla pandemia, hanno fatto lo stesso, affidando il mix a Tommaso Colliva, coinvolgendo, tra gli altri, la cantante e polistrumentista Xenia Rubinos, il rapper Mick Jenkins e quel genio del sax che è Colin Stetson in tre featuring, e non tradendo nemmeno il loro amore per le arti visive, come spiegano in quest’intervista.

Come si colloca questo album nel vostro percorso? Nell’insieme mi è sembrato un po’ più acustico di Racines.
Sì, è vero, anche se lo abbiamo scoperto alla fine, nel senso che solo dopo che ci avevamo lavorato in modo spontaneo ci siamo resi conto che c’era una dominante di strumenti acustici suonati, e tra questi gli archi, che non avevamo mai usato prima. Del resto, questo disco nasce anche dalla volontà di portare avanti un’evoluzione musicale e su questi binari ha preso anche traiettorie differenti rispetto a quelle che abbiamo esplorato in passato. Per esempio, per Kids Are Electric abbiamo utilizzato una sezione ritmica che fa riferimento alla tradizione musicale brasiliana, al forró, e questo è un altro aspetto che si collega alla preponderanza acustica, visto che il lavoro sulla parte percussiva è molto suonato sulle pelli, laddove in Racines avevamo usato perlopiù macchine elettroniche e drum machine.

Perché il titolo Scenario?
Perché l’album è strettamente legato al lavoro del fotoreporter Paolo Pellegrin, di cui abbiamo raccolto gli scatti in un libro di oltre 60 pagine che sarà venduto con l’edizione speciale del vinile (disponibile dal 30 marzo, nda). Lo abbiamo conosciuto appena prima della pandemia e le sue immagini ci hanno ispirato in maniera diretta e indiretta: ciò che abbiamo fatto è stato ricorrere al suo sguardo di fotografo per ricollegarci un po’ con il mondo, visto che per due anni, a causa del Covid, siamo stati fondamentalmente impossibilitati a osservarlo di persona. È come se ci fossimo appoggiati sul suo occhio.

Nel corso della sua carriera Pellegrin, fotografo membro dell’Agenzia Magnum Photos, ha coperto anche molti conflitti, passando dal Kosovo all’Iraq, dal Darfur al Libano. Che cosa vi ha colpito del suo sguardo? Ho dato un’occhiata ai suoi reportage e ho visto che lavora col bianco e nero.
Qualcosa a colori nella sua produzione c’è, però sì, prevale il bianco e nero, diciamo che è uno che gioca con la luce e le ombre. Ciò che ci ha colpito è che è un fotografo che torna sui luoghi a distanza di tempo, che mantiene un legame con i posti che documenta. E anche che non ruba le immagini, ma entra in simbiosi con i suoi soggetti. Che è poi una caratteristica di tanti che si muovono in zone di guerra, entrare in empatia con la situazione credo serva dal punto di vista della sopravvivenza psicologica, altrimenti non riusciresti nemmeno a usare la macchina fotografica, a giustificare il fatto di trovarti lì a immortalare delle tragedie, anziché ad aiutare le vittime delle stesse. Ciò detto, la selezione di immagini che abbiamo fatto con lui è più umana che catastrofista, anzi, è una sorta di ode all’umanità realizzata attraverso degli scatti che rappresentano sia la dimensione della tragedia, sia quella della gioia.

Stando alla cartella stampa, nel disco la traccia più concretamente connessa con i suoi reportage è Migrants, pezzo strumentale con registrazioni d’ambiente che mi hanno incuriosita: sembra ci sia qualcuno che batte un bastone nell’acqua, di che si tratta?
In effetti Migrants è il punto di congiunzione più sostanziale tra noi e Pellegrin, con cui abbiamo nel cassetto un altro lavoro sulle migrazioni del 2015 dalla Siria e non solo verso l’isola di Lesbo. Rispetto a questo progetto, Migrants è un brano narrativo che include field recordings catturati in quei luoghi. Tra questi, i colpi che battono sulla lamiera che hai sentito, che dunque sono reali. Mentre la parte con l’acqua è stata realizzata con delle vasche e con noi che percuotevamo l’acqua stessa. Il che ha a che fare con il nostro legame con il mare inteso anche come apertura verso altri mondi, in tutto il suo portato simbolico.

Si potrebbe dire che l’amore per il Mediterraneo vi ha portati a spingere la vostra ricerca musicale verso ciò che sta oltre, per avviare un dialogo, uno scambio. Non posso non chiedervi come state vivendo quello che sta accadendo in questi giorni in cui i migranti sono anche quelli che arrivano dall’Ucraina: cosa vi va di dirmi?
Ovviamente non ci aspettavamo tutto questo, al tempo stesso i fatti di questi giorni sollevano temi per noi fondamentali da sempre e che non a caso in Scenario siamo tornati a trattare. Basti pensare a No One You Know, singolo che parla proprio del sentirsi stranieri in casa propria, in quel mondo che dovrebbe essere di tutti. Per il resto, non si trovano nemmeno le parole per commentare la tragedia cui stiamo assistendo, siamo atterriti e forse lo eravamo già da prima per altri territori nelle stesse condizioni. È tutto talmente assurdo…

No One You Know, con alla voce Xenia Rubinos, artista statunitense di madre portoricana e padre cubano che come voi ama la contaminazione, è uno dei tre featuring del disco; gli altri due sono Flowers in My Spoon, con il rapper Mick Jenkins, già al vostro fianco in Racines, e Sleeping Beauties con il supereroe del sax Colin Stetson. Come sono andate queste collaborazioni?
Di solito – e questo vale anche per i musicisti che collaborano con noi abitualmente, non solo per i featuring – tendiamo a mettere in mano agli artisti che coinvolgiamo nei nostri dischi la bozza, la struttura non definitiva dei brani, in modo che ne emerga davvero una collaborazione degna di questo nome. Il motivo è che vogliamo che chi partecipa ai nostri album possa portare un contributo importante, sostanziale, altrimenti non avrebbe senso. Xenia Rubinos ha un progetto musicale che seguiamo dagli albori e per No One You Know ha fatto un lavoro fantastico partendo da uno strumentale e scrivendoci sopra sia il testo, sia la linea vocale, cosa che non ci aspettavamo e che ci ha spiazzati, è stata una sorpresa. Con Stetson è andata altrettanto bene, è stato molto disponibile e va detto che non è da tutti mandare del materiale mettendo da parte la gelosia per qualcosa che ti appartiene. Certo, la pandemia ha reso le cose più complicate, negli ultimi due anni collaborare con artisti oltreoceano è stato complicato, perché fatichi a vederti, c’è la distanza… Tant’è che avevamo anche altri nomi nel cilindro, con cui poi per una ragione o per l’altra non è andata in porto.

Oggi si tende a dire che in fondo grazie alle nuove tecnologie si può fare tutto lo stesso anche a distanza.
Sì, però è rischioso, può accendersi un’alchimia per cui anche senza vedersi né toccarsi si riesce a percepire la stessa onda, ma è più difficile. Ormai abbiamo metabolizzato le videochiamate ed è vero che si può lavorare bene a distanza quando i ruoli sono ben distinti, per cui uno si occupa della strumentale e un altro, come nel caso di Xenia, si occupa della parte vocale. Ma lavorare insieme agli arrangiamenti e alla tessitura di un brano è qualcosa di diverso, in quel caso incontrarsi di persona è indubbiamente meglio.

Con Stetson avete realizzato la traccia più vicina al mondo del clubbing, forse assieme a Burning Down.
Vero, con lui abbiamo trovato questa formula ed è stato bello avere la sua partecipazione, invece che su un pezzo con un groove più nostro, più tipicamente alla C’mon Tigre, in un brano così strano forse anche per lui, nonostante sia uno che sperimenta molto con lo strumento acustico portato in ambiti elettronici e quindi denaturato. Ci siamo esposti in una zona che non era né nostra, né propriamente sua, andando però incontro al suo stile, perché comunque parliamo di un sassofonista che usa lo strumento in modo anche percussivo da cui non ci aspettavamo certo un’aria estremamente melodica.

Nei vostri album la voce è immersa nel suono: che ruolo ricopre nell’universo C’mon Tigre e che valore attribuite ai testi? Dall’esterno questi ultimi potrebbero sembrare una componente secondaria, ma voi come li considerate?
Per noi sono secondari nel senso che per il nostro modo di lavorare l’elemento testuale arriva alla fine, è vero che diamo priorità ad altri aspetti. Però è altrettanto vero che la voce poi narra e quindi dà un senso al tutto, arriva in coda, ma poi stravolge la struttura e si prende i suoi spazi e a quel punto può diventare anche dominante. In Scenario ci sono dei brani molto cantati e ce ne siamo accorti banalmente per la quantità di parole scritte, vedi Supernatural, che è forse il pezzo più vicino alla forma canzone più canonica. Dopodiché tendiamo a trattare la voce come uno strumento, per cui se nelle canzoni diciamo pop la voce è molto fuori, quasi in faccia, noi la amalgamiamo con il resto, molto spesso filtrandola, trattandola. E questo ha anche a che fare con una caratteristica della nostra musica, in cui tendenzialmente non c’è un elemento che prevalga sugli altri.

La forma canzone in senso classico rappresenta il limite cui non avvicinarsi mai troppo, per il vostro modo di intendere la musica?
No, non abbiamo pregiudizi, anzi, ma ragionare in forma canzone è difficile, perché limita il pensiero e lo ingabbia in una struttura. Non ci viene naturale, però Scenario lo abbiamo realizzato in un tempo relativamente breve per i nostri standard, per motivi di produzione abbiamo dovuto stringere i tempi, e questo ci ha spinti un po’ verso quella direzione. Sarà che chiudere i brani più velocemente e dover gestire gli spazi in modo più frenetico ti costringe a fare delle scelte. Insomma, non sappiamo se è stato un caso, ma ci siamo accorti che la struttura di questo disco è più vicina a quella di un album pop con una serie di tracce di durata simile e non così lontane dalla forma canzone. Ovviamente nella nostra percezione.

Ma c’è qualcosa nel pop contemporaneo che vi piace? Magari Stromae, visto che è riuscito a portare nel mainstream un lavoro che ha parecchio in comune con il vostro?
Stromae ci piace molto, è uno di quelli con cui sarebbe bellissimo collaborare. Ci abbiamo anche pensato tanto, perché è un autore piacevolmente graffiante, uno che sa cosa fa quando scrive, che da un passato più indipendente si è spostato su un terreno difficile come quello del pop mantenendo una caratura notevole. Figo, davvero.

Sono d’accordo. In tutto ciò vi capita mai di temere che la natura collaborativa del vostro progetto possa farvi perdere identità?
Questo no, siamo fermamente convinti che le collaborazioni siano parte fondante e generativa di C’mon Tigre. Un’identità si costruisce col tempo e una volta costruita ti appartiene e non rischi di perderla, se le basi su cui l’hai costruita sono solide, e noi pensiamo di essere riusciti ad arrivare a questo, per cui tutto ciò che è collaborazione è una manna dal cielo, ci tiene in piedi. Dopodiché è altrettanto vero che bisogna sempre capire chi può dare qualcosa al progetto senza stravolgerlo oppure, se si tratta di stravolgerlo, se ciò può avvenire in un modo coerente con il tuo approccio alla musica. Un conto sarebbe collaborare con un cantante neomelodico o un trapper, un altro con Stromae, che sentiamo affine.

L’album si apre con un brano, Deserving My Devotion, con solo due strumenti, un sintetizzatore e un oud, una sorta di introduzione alla doppia anima dei C’mon Tigre. Ma m’interessa il tema suggerito dal titolo, chi merita la vostra devozione?
L’incitazione è a ponderare bene la propria devozione, a concentrare le energie che tendono a ridursi, vista la complessità crescente della realtà che ci circonda. Però è impossibile fare i nomi di coloro che per noi sono stati dei veri e propri maestri, sono parecchi.

Nella vostra musica non mancano elementi jazz: vi sentite in qualche modo vicini alla scena neo jazz inglese che negli ultimi anni, complice Gilles Peterson, ha conosciuto un fermento alimentato proprio dalla voglia di intrecciare influenze diverse?
In generale non ci sentiamo appartenenti a nessuna scena. Il neo jazz inglese lo abbiamo ascoltato anche parecchio, ma non lo sentiamo nostro, ci sembra abbia dei colori fusion che riportano più agli anni 90. Forse ci sentiamo più vicini alla deriva americana, quella sud-californiana, alla scena di Flying Lotus.

Prima accennavate all’isolamento provocato dalla pandemia, però avete la fortuna di avere uno studio a Bologna che immagino sia stato un bel rifugio anche nei periodi più complicati, una tana piena di strumenti e memorabilia…
Strumenti di sicuro, alcuni stiamo imparando a utilizzarli per gli arrangiamenti per il live (prima data, il 30 marzo all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nda). Una delle novità più recenti è un gigantesco tamburo che comanda la samba brasiliana, si chiama surdo, il primero, quello più grande che ci sia; in Brasile lo chiamano Treme Terra, perché fa tremare tutto. Poi sì, abbiamo un sacco di roba, e si sono anche aggiunti dei nuovi amici con cui condividiamo lo spazio, il che ci piace perché si creano delle dinamiche stimolanti. Per dare un’idea, una di queste persone è la fotografa che ha scattato le fotografie promozionali legate a Scenario (Margherita Caprilli, nda), l’altra è Giovanni Truppi.

Interessante. Voi non avete mai pensato di mettere la vostra firma su qualche album come produttori artistici?
Stai scrivendo un disco? (Ridono)

È che ultimamente quella della produzione è una strada che affascina anche molti artisti che pur avendo un loro progetto si mettono al servizio di altri in studio di registrazione, e secondo me voi sareste perfetti per quel tipo di lavoro.
È vero quello che dici, leggevamo, per esempio, che Iosonouncane ha fondato un’etichetta (Tanca Records, nda) di cui seguirà la direzione artistica anche producendo. Questa domanda ci è stata posta più volte, la risposta è che sarebbe bello portare la nostra visione della musica in progetti in cui crediamo, però al momento ci manca il tempo. Forse per ora sarebbe più naturale scrivere per il cinema.

E dell’intelligenza artificiale di cui tratta la vostra Automatic Ctrl che ne pensate?
Ci intriga, crediamo che la via interessante sia quella di mezzo, non deve essere un aut aut, una scelta tra parte umana e parte artificiale. C’è stato anche un momento in cui volevamo collaborare con un musicista-matematico che faceva musica autogenerativa, non per fare dei dischi, ma per dei concerti: così sarebbe stimolante, non a livello compositivo, però a livello performativo sì.

Basta che non si arrivi a realizzare brani da vendere sulle piattaforme fatti solo ed esclusivamente con l’IA, cosa che peraltro sta già accadendo, a me lì viene la tristezza.
Certo, ci sono derive che possono non piacere, però bisogna rimanere curiosi, non demonizzare. Del resto, negli ultimi 20 anni è cambiato tutto moltissimo nella musica: l’approccio alla composizione, la possibilità di gestirsi uno studio e di prodursi i dischi, sono aumentate le opportunità per tutti, sono diminuiti i costi, e questo ha creato anche dei vuoti a livello tecnico o di competenza, ma fa parte del fatto che le cose progrediscono.

Non si può restare fermi mentre il mondo va avanti, insomma.
Esatto.

E la vostra tigre, a che punto è? Perché a me quella sulla copertina di Scenario sembra un po’ atterrita rispetto alle due dei precedenti dischi.
Atterrita?

Scorgo dello spavento negli occhi, no?
Guarda, con le prime due tigri abbiamo generato il padre e la madre, e per questa terza ci siamo rivolti a un illustratore che si occupa di pittura folkloristica tradizionale legata all’Oriente (Enea Luisi, nda), dicendogli che volevamo una sorta di angelo protettore, di qui la mole più massiccia e muscolosa. Chissà, forse ha paura di se stessa? Magari arriva anche lei da un periodo difficile.

Si vede che è appena arrivata in questo mondo e…
E non è ancora abituata a vedere quel che succede qua.

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