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È morto il vecchio cantautore, viva Bianconi e il suo ‘Accade’

Bianconi interpreta pezzi altrui, da Guccini a Baby K, e riprende quelli che ha prestato ad altri. Nel farlo, ci aiuta a capire quant'è cambiata l'idea stessa di "cantautorato" dagli anni '70 a oggi

Foto: Perky Pat

Alcune ore fa mi sono imbattuta nel commento a un post sui social, dove si dava notizia dell’uscita di Accade, il nuovo album di Francesco Bianconi – disco di cover della canzone italiana e di brani scritti dallo stesso autore in precedenza eseguiti da altri – disponibile dalla mezzanotte di oggi. Qualcuno, nel commento all’annuncio dell’arrivo di queste cover scriveva: “pesissimo”. Già, perché in linea di massima oggi il cantautorato in Italia è percepito così, una cosa pesissima, vecchia, un po’ noiosa, una di quelle cose polverose da lasciare là dove stanno, cioè nel passato. Poco importa dunque che, stando ai fatti, in questo Paese, negli ultimi dieci anni, i cantautori – nel senso di quelli che si scrivono le loro canzoni e se le cantano – si siano moltiplicati a dismisura, che pure il cugino di tuo cugino faccia canzoni in italiano usando come nome d’arte il suo nome proprio senza cognome e che a ben vedere il rap, l’hip hop, la trap non siano altro che forme figlie di un’idea di scrittura del brano che dà alla parola uno spazio centrale e che possano essere dunque considerate spinte evoluzioni formali del cantautorato, qui, o del songwriting, negli Stati Uniti.

Insomma, Accade fa qualcosa di importante, e questo al di là del suo spirito originario di cui sarà importante dirvi in questa sede: rimette cioè in movimento il pensiero, il ragionamento intorno a una definizione che forse sarebbe bello far rinascere nuova, schiodare dal suo senso delle origini e ricollocare nel presente, in altro modo, un modo che non abbia più a che fare con una divisione insensata tra “alto” e “basso”, un modo capace di prendere serenamente le distanze dalla visione 70s in cui il cantautore era in effetti espressione anche estetica del tipo “pesissimo” in quanto contrapposto a chi faceva pop da juke box, la stupidamente cosiddetta canzonetta o, ancora, l’interprete.

Con Francesco parliamo al telefono a poche ore dall’uscita di Accade, ed è lui il primo a dirmi di faticare con il senso applicato oggi di un’espressione di ieri: «In qualche modo sono sono anch’io contrario alla parola cantautore e lo sono soprattutto adesso, in un momento in cui tutti scrivono le proprie canzoni, tutti producono canzoni. È un termine se vogliamo obsoleto rispetto al momento della sua nascita, quando appunto lo si contrapponeva a un mondo di musica leggera in cui il mercato discografico era dominato dagli interpreti e in cui la divisione tra autori e interpreti era cioè ben delineata. Il cantautore aveva qualcosa di molto forte perché contrapponeva un’identità, la propria. Poi noi in Italia secondo me abbiamo connotato troppo questa cosa del cantautore in senso etico, politico, come a dire che da una parte il cantautore va bene, è nobile dall’altra c’è il resto, che fa cagare».

«Oggi cercherei un altro termine, personalmente credo ci vorrebbe qualcosa che spingesse di più sull’elemento dell’esperimento, sulla differenza tra una musica e un musicista che sperimentano e chi non lo fa, dove sperimentare ovviamente vuol dire molte cose. Io mi sento più favorevole alla parola “alternativo”. In questo disco, ma in generale è andata così sempre, ogni volta che ho fatto un disco mio o con i Baustelle, mi sono divertito a cercare questa alternativa, a muovermi nel mio esperimento, che poi è l’unico approccio divertente possibile per me: cercare di prendere magari la strada non immediata, quella un pochino più difficile. Una delle cose che mi piace fare ad esempio è quella di darmi delle regole, dei dogmi: non usare la batteria elettronica o altre piccole o grandi regole».

Mentre Francesco parla mi viene in mente l’Officina della Musica Potenziale, che immagino come una specie di versione musicale dell’Oulipo francese, l’officina della letteratura potenziale dove nei primi anni ’60 francesi, scrittori come Queneau, Perec, il nostro Calvino e molti altri, si imponevano stringenti regole formali di scrittura per le loro opere (evitare una lettera o un gruppo di lettere, scrivere poesie in cui ogni verso fosse fatto di una sola parola che al verso successivo aveva una lettera in più di quella del verso precedente ecc.).

La sperimentazione di cui parla Francesco, tuttavia, non ha granché a che fare con quella che siamo soliti chiamare musica sperimentale, quella che lui ha in mente è una sperimentazione che porti ognuno a emergere diverso, con le proprie specificità, con la propria voglia di essere originale, di dare spazio all’atto davvero creativo e unico che un lavoro come questo dovrebbe sempre portare con sé.

Anche Accade è un disco a suo modo sperimentale, in copertina Francesco, ritratto su una spiaggia della California in movimento, sembra fotografato mentre sta cantando, così, liberamente, come semplicemente accade di ritrovarsi a cantare qualcosa, che si sia su una spiaggia americana o magari chiusi in casa durante una pandemia, ascoltando vecchi dischi, ricantando canzoni che avevamo dimenticato, o trovandosi a scoprire e riscoprire qualcosa dalla radio.

«Non è un disco di cover concepito come il grande disco di cover, quelle cose con tutte le mie canzoni preferite. Ci sono brani che magari non avrei mai pensato di ricantare, canzoni che magari ascoltavo fin da quando ero piccolo, canzoni che ho scritto e che mai avrei pensato di incidere io, canzoni di cui ho pensato “sarebbe folle cantarla” e poi l’ho fatto. Insomma non è quella cosa con i miei cavalli di battaglia, potrei farne altri cinquanta di questi dischi, anche se poi è un lavoro curato di una cura a cui tengo molto, ma ecco, direi che non è un disco impostato, quel disco di cover impostato che magari ci si aspetta ecco, dal cantautore».

Dentro ci trovate tantissimi nomi della grande canzone italiana, da un Tenco con Morricone a Claudio Lolli, da Giorgio Calabrese per Ornella Vanoni a Francesco Guccini e poi Federico Fiumani e ancora Mario Venuti e dunque Irene Grandi e Paola Turci per cui Bianconi ha scritto in passato e ora, alla maniera di Fossati con Bertè e Martini, ricantato a sua volta i brani: «Quelle cose che pensi non farai, perché un brano dato non è più tuo, e invece ti resta magari quella curiosità di vedere com’è e alla fine l’ho fatto». Non manca l’ultima cover in linea temporale, quella di Playa di Baby K, che Bianconi ora canta con lei, dopo un’estate a cantarla da solo sui palchi dei suoi live, un po’ come molte di queste canzoni che, dopo la pandemia e l’uscita dei suoi lavori solisti Forever e Forever in Technicolor, sono diventati parte del suo repertorio dal vivo.

Registrato quasi interamente nel suo studio casalingo, Accade è accaduto anche un po’ durante le registrazioni allo studio Il Cortile di Milano, quartiere Isola, lì dove altri grandi artisti italiani hanno registrato prima di lui: da Lucio Battisti alla P.F.M. fino ad Angelo Branduardi e Francesco Guccini che qui incise il suo quarto LP Radici nel 1972. Proprio il brano di Francesco Guccini inserito in Accade, Ti ricordi quei giorni, pezzo non notissimo della discografia del cantautore modenese, inserito originariamente in una versione live nell’album …quasi come Dumas…, è massimo esempio dello spirito e della riuscita di questo lavoro.

«L’ho sentito in concerto tantissime volte, lo ascoltavo molto con mio padre, nei live di quel periodo lui la faceva presentandola come una canzone che ha sempre tenuto nel cassetto, ma a me invece sembrava e sembra così bella, magari lui la pensava un po’ troppo francese e quello era un tempo in cui voleva fare Bob Dylan, chissà, magari era in quella fase in cui a fare il francese si vergognava. Per me cantare Guccini, per quanto difficie per il suo timbro così specifico, così tutto suo, è in qualche forma naturale, conosco le sue canzoni meglio delle mie».

Ecco, c’è un’evidenza forte in questo disco: in alcuni momenti, come questo con Guccini, esce dalla voce di Bianconi la sicurezza dolce della confidenza, quell’elemento che porta a un cantato che è quasi privato benché qui inciso su disco. L’elemento confidenziale è essenziale alla riuscita di un disco di cover, la cui messa a fuoco dipende spesso, se non sempre nel caso di canzoni d’autore come queste, dal grado più intimo della relazione che intercorre tra la canzone e l’esecutore, qualcosa di così forte e trasparente nel caso del brano di Guccini da spingermi a dire a Bianconi che forse bisognerebbe pensare a un suo disco tutto di cover di Guccini, uno di quelli di cui ora è davvero troppo inutilmente facile dire quel “pesissimo”.

Un altro pezzo su cui è bello soffermarsi è Michel di Claudio Lolli, che qui ha nuova vita doppiamente grazie alla presenza di Lucio Corsi a cantarla con Bianconi. «Siamo due amici che si stimano che cantano un brano sull’amicizia, mi pareva una cosa bella, una cosa giusta da fare, poi Lucio Corsi è il mio giovane autore italiano preferito, la prova vivente che la resistenza nel fare una musica che si ama senza appiattirsi al mercato, senza mettere dei tag alla propria musica ancor prima di farla, senza darsi in pasto alle definizioni prima di aver fatto qualcosa di interessante da definire semmai dopo, non coincide con la spocchia ma con la creatività, con l’inventiva. E comunque senti, il disco di cover di Guccini io lo farei eccome».

Intanto in primavera, ad aprile, sarà la volta di un nuovo EP di inediti e cover che segnerà il suo debutto sul mercato francese. Un progetto firmato insieme alla compositrice e cantante francese Clio che comprende due nuovi brani scritti rispettivamente dai due autori e due brani storici del repertorio pop italiano e francese, interpretati a due voci da entrambi. Il singolo che anticiperà questo nuovo lavoro sarà Ciao. Nel prossimo mese di maggio, poi, compatibilmente con l’emergenza sanitaria, prenderà il via la stagione di concerti che vedranno “Francesco Bianconi & La Sua Stupefacente Band” in tour nei più importanti teatri italiani.

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