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È arrivato il momento di prendere sul serio Margherita Vicario

Nel singolo ‘Pincio’ abbandona la provocazione spudorata di ‘Giubbottino’ per una narrazione sincera. Ecco chi è la cantante-attrice che in ogni pezzo interpreta un ruolo. Perché, come la musa Beyoncé, vuole «performare»

Margherita Vicario

Foto: Matteo Lippera

Fino a circa un anno fa, sentendo il nome di Margherita Vicario uno avrebbe pensato: sì, certo, l’attrice. Nonostante facesse musica dal 2014, la sua immagine era legata ai ruoli in tv, nei I Cesaroni e nelle fiction della Rai, perché lì l’abbiamo conosciuta e, come mi dice lei stessa, è di quello che ha sempre vissuto. Eppure, dal 2019 è come se avesse avuto un decollo anche come cantante: nella formula di un pop sfacciato e femminile, con Beyoncé come musa e Davide DADE Pavanello e Dardust come produttori, ha trovato la quadra di una musica istrionica, urban e contemporanea, con pezzi pieni di allusioni e giochi di parole sulla femminilità che l’hanno messa, presto, proprio su un altro piano rispetto a prima. In quanto a numeri, ma anche in quanto a stile e personalità.

Oggi, mi racconta, ci sono suoi ascoltatori che non l’hanno mai neanche vista in tv, e questo le piace. Anche perché, nel dubbio, Vicario recita anche quando canta: nel funk-pop di Mandela, per esempio, interpreta una ragazza che torna da sola a casa di notte, mentre in Abaué / Morte di un trap boy diventa un trap boy suicida. Non è cosa da tutti, almeno stilisticamente, ed è qui la carta vincente. Senza contare, poi, l’happening-spettacolo di Giubbottino, che dallo scorso gennaio con quei versi appiccicosi di “e non è come in un porno / porco mondo è molto meglio” è diventato un cult, almeno quanto il suo videoclip. Perché, forte del retaggio di teatro, l’artista romana ha deciso ovviamente di investire anche nell’estetica dei video, riuscendo a far collimare le sue due anime.

Per quanto, va detto, la nuova Pincio – che esce oggi – riporta il tutto su un elettro-pop più intimo, di natura, come racconta, da cantautrice. Perché, soprattutto, il brano è una dedica a una cugina che «è come una sorella», fa l’ostetrica ed è una «fonte di ispirazione continua». «Ma questo pezzo è una cosa privata, fra me e lei», mi dice subito, mentre già pensavo a un riferimento a tutti i medici in prima linea durante queste settimane.

Però Pincio l’hai comunque scritta in questo periodo, immagino.
No, anzi, l’avevo scritta prima del coronavirus, pensando a mia cugina e al legame che c’è fra noi. È un attestato di stima nei suoi confronti: è un’ostetrica e per me è sempre stata una fonte di ispirazione. Semmai, non è casuale il momento in cui esce: ma per la forma che ha, diciamo, perché è molto intima. Avevo altri brani energici in cantiere, tutti fatti per essere suonati dal vivo. Pincio invece insieme al mio produttore, DADE, l’abbiamo arrangiata come un brano da fine-concerto, intimo e vagamente ballabile. E ora che siamo tutti chiusi in casa mi sembrava adatta per uscire.

Quindi non c’è un messaggio più ampio, visto il momento?
Per me è un pezzo intimo, una dedica d’amore a mia cugina che fa un lavoro meraviglioso. È un grazie nei suoi confronti, da parte mia. Poi certo, può anche essere letto come un attestato di stima nei confronti dei medici che continuano a lavorare, ma soprattutto mi piace leggere la figura di mia cugina – per il mestiere che fa – come un simbolo di tutte le donne che nella vita hanno sempre messo al primo posto la salute e il benessere delle altre. Quelle, insomma, che in altri secoli erano le curatrici, le erboriste, le mammane e che spesso venivano tacciate di stregoneria. In Pincio c’è tutto questo (le piantine, il coraggio, lo sguardo da strega) e la ricerca di una cura fatta di rimedi, stanchezza e pazienza che potrebbe essere adatta alla situazione attuale. E forse è anche per questo, se ci penso, che inconsciamente ho sentito di volerla pubblicare in questo momento. Poi, comunque, dedicare un pezzo a mia cugina è anche un modo per darle forza: non la vedo da un sacco di tempo, lei ha anche un figlio a casa… Non è un momento facile. Ma non lo è per nessuno.

Tu come stai?
All’inizio ho avuto un periodo di apatia, nel senso che non riuscivo a fare nulla, non l’avevo presa per niente bene. Nelle ultime due settimane invece mi sono ripresa alla grande, rendendomi conto che tante cose posso farle anche da qui, chiusa in casa. E poi mi sono anche attrezzata uno studio domestico, che era una cosa che rimandavo da tempo. Quindi sì: ora sono positiva.

Da musicista come lo vivi?
Eh, male. Anche perché stavo lavorando a un disco, avevo preparato il terreno per un’estate di concerti, con una bella band e delle canzoni fatte apposta per essere suonate dal vivo. Insomma: è un freno a mano sui miei progetti. Adesso anche solo andare in sala prove mi renderebbe felicissima, ma non è ancora il momento. Da qui in avanti dovremo cercare il modo di rendere fruttuosa questa situazione, per quanto per ora non lo sia affatto. Io di mio, a parte le dirette Instagram per cazzeggiare, non riesco a immaginare soluzioni alternative a breve termine. E mi fa rabbia vedere che nessuno si sta muovendo per tutelare noi nel settore dello spettacolo: non c’è una voce che ne parli, c’è totale incertezza per il nostro futuro. E questo mi spaventa.

Tra l’altro tu sei attiva anche nel settore del cinema, quindi figuriamoci.
Sì, lì i produttori Rai con cui lavoro stanno cercando di mettersi d’accordo col Governo per capire come muoversi… Vedremo, ancora non c’è nulla. Mi spiace perché lo spettacolo è un ambiente poco riconosciuto, con poca dignità del lavoro, precario. Non c’è un sistema solido, come può esserlo quello teatrale tedesco, che sostiene chi ne fa parte. In Italia siamo abbandonati a noi stessi, neanche il nostro fosse solo un hobby e non un mestiere vero e proprio. E io questo lo vivo con frustrazione, soprattutto pensando agli altri che fanno il mio lavoro: io alla fine ho una serie in uscita dopo settembre su Rai 1 e un disco a cui sto lavorando, ma mi immagino chi aveva appena ultimato le sue cose e ne avrebbe dovute iniziare altre. Ecco: ora si trova fermo, e precario. È un momento nero.

Ma questa divisione fra cinema e musica in te come nasce?
Ho sempre voluto essere un’attrice, appena finito il liceo ho fatto l’Accademia nazionale d’arte invece che l’università, figurati. Ma il lavoro dell’attore è precario, come ti dicevo, pieno di momenti vuoti. Io sentivo di avere anche un’autorialità da esprimere, e così ho iniziato a sfruttare il tempo in cui ero ferma per scrivere canzoni, ma non certo per sport, già da prima cantavo e suonavo da autodidatta. Quando sei sul set ti senti uno strumento in mano di un regista, di una trama, ed è una sensazione che a me piace, eh. Però, ecco, suonando è come se esprimessi il mio lato più creativo, da autrice. Finora ho dato priorità ai lavori di cinema, perché mi sono serviti per mantenermi – piccoli film, tv –, ma ho sempre pensato di voler dare più spazio alla musica: è il modo che ho di dire la mia, non un passatempo.

Non sei una cantante della domenica, quindi.
No, assolutamente. Ma non lo sono mai stata, ci tengo a dirlo.

Però pensi che questa tua dualità possa toglierti credibilità in ambito musicale?
Non lo so, non credo ci siano pregiudizi. Ci sono molti miei fan che non hanno mai visto una mia fiction, quindi figurati. Punto sulla buona fede degli ascoltatori, e comunque tifo per entrambe le mie strade: eccome se mi piacerebbe fare un giorno un film da protagonista.

Se non altro, nella tua musica mi sembra ci sia molto teatro. Per esempio: in Abaué / Morte di un trap boy reciti una parte, quella del trapper che si suicida.
Esatto, la matrice della mia musica è assolutamente teatrale, ma perché vengo da quel mondo lì, è inevitabile. Pincio, al contrario, viene fuori dalla me più cantautrice, meno ruffiana. Nelle altre però sì, c’è molto l’aspetto teatrale, di me che recito una parte: Mandela, Romeo (dove ho persino un antagonista, Speranza) e la stessa Giubbottino. Mi calo sempre nella parte di quella che vuole dire una certa cosa.

Tra l’altro proprio con questi pezzi mi pare che tu come cantante abbia vissuto una sorta di decollo, nell’ultimo anno.
Sì, da quando pubblico con INRI e Island e ho iniziato a lavorare con DADE alla produzione è come se avessi un po’ cambiato formula, trovato uno spazio per esprimermi. E poi è bello quando dietro c’è tutta una squadra, un entourage che ti spinge, che ti supporta, crede nella tua musica e lavora con te. A livello di riferimenti, ho iniziato a guardarmi intorno più spesso: a sentire i contemporanei, ad andare ai concerti. Mi sono detta che era ora di scrivere pezzi grintosi, dove poter fare del teatro e non solo la cantautrice-cantastorie con la chitarra. Sono cresciuta ed è anche normale così: da post adolescente a giovane donna, diciamo. Poi ho puntato molto anche sui videoclip, che ho affidato a Francesco Coppola. Lui mi ha proprio invitata a mettermi delle maschere, a recitare delle parti nei video, a interpretare. C’è molto teatro anche qui, ovviamente.

E anche qui, nei videoclip, Pincio rappresenta una bella eccezione.
L’idea è sempre stata di Francesco, che mi ha detto: ora che tutti stanno raccontando le loro vite da dentro casa, perché non proviamo a rubare un po’ ciò che ci succede lì? Così ho iniziato a riprendere dal settimo piano dove vivo quello che avviene nelle case vicino alla mia o a quelle di chi ci ha dato una mano col materiale, compresi mio padre (il regista Francesco Vicario, nda) e Anna Adamo, una fotografa pazzesca di Milano. Alla fine è anche una dedica per mia cugina, come a dirle che mentre lei compie il suo dovere in ospedale, noi compiamo il nostro rimanendo a casa. È un video lo-fi, certo, ma che rispecchia il momento.

Foto: Alessandro Treves

Io, in generale, sentendoti ho pensato a Beyoncé. Almeno come musa.
Figurati, io me la sogno di notte: lei è tutto. Anche lei, infatti, è una cosa che non fa solo musica: mette in scena qualcosa di più, performa, che è una cosa molto americana. Io mi sono detta: perché non farlo qui?

Tra l’altro lei nei suoi pezzi porta avanti un discorso sulla femminilità e la consapevolezza di sé che torna anche nei tuoi.
Sì, in realtà io non è che mi sprema le meningi per dare un messaggio. Non l’ho fatto per Mandela, dove racconto di una ragazza che torna da sola a casa la notte, e non l’ho fatto altrove. Non sento un dovere come artista: semplicemente, quelli sulla femminilità sono pensieri e contenuti che mi viene spontaneo mettere nei pezzi. Sicuramente sento di dover raccontare la mia condizione, di donna e di artista. Che in Italia sono entrambe molto bistrattate. Anche se, per quanto riguarda le questioni di genere, credo che il problema riguardi proprio la cultura mondiale. Ma stiamo facendo dei passi avanti, comunque. Vedremo. Poi certo, Beyoncé è un’ispirazione anche qui: c’è quella canzone (Formation, nda) in cui dice “Okay ladies, now let’s get in formation”, che è un gioco di parole fra il mettersi in formazione per un balletto e il prendere informazioni, l’informarsi, bellissimo.

E anche tu di giochi di parole ne fai parecchi.
Sì, assolutamente, poi da quando ho scoperto le sonorità urban sono riuscita a inserire dei testi in cui parlo svelta: faccio allusioni, incastri, provocazioni, giochi di potere, doppi sensi. Magari trovo più fatica a scrivere una frase unica, sola, d’effetto, come una cantautrice; preferisco trovarti venti parole, l’una dietro l’altra, rapidamente. Non mi percepisco molto con una voce impostata, diciamo. E Giubbottino in questo è stata importante nella scrittura, ma lo è stata anche perché mi ha fatto collaborare con Dardust, che è un sarto del pop. Tagliando parti del pezzo che gli avevo portato, è riuscito a creare un pezzo pop con delle regole, ma che comunque mi ha dato molta libertà di dire quello che volevo.

Ma comunque mi dicevi che Pincio è un pezzo da cantautrice. Appunto: che rapporto hai coi cantautori? Hai suonato nel disco tributo a Guccini, Note di viaggio. Immagino che onore.
Sì, pazzesco… andare nello studio di Mauro Pagani, lavorare lì è stata una grande esperienza. In generale, i cantautori sono il motivo per cui ho iniziato a scrivere e cantare. Però in generale sono battistiana, soprattutto dal lato Battisti e Mogol, perché nelle loro canzoni c’è molto questo elemento cinematografico, di molta concretezza e poca poesia. Da piccola, ascoltandole, mi immaginavo dei cortometraggi nella mia testa. Poi sono affezionata anche ai cantautori della nostra epoca, io ascolto tantissimo Calcutta per dirti, che è un cantautorato pop molto tradizionale, evergreen come dice lui. Molto italiano, molto pop appunto; ma anche con dei guizzi da poeta, à la De Gregori.

Come ti immagini la tua carriera quando tutto questo sarà finito?
Io spero che musica e cinema possano unirsi ancora di più nel mio personaggio, andare di pari passo. Mi spiace perché – porca troia! – questa era l’estate della musica, se così vogliamo definirla, in cui con INRI stiamo lavorando un disco pop ben fatto. Per il resto, non credo che questa natura teatrale nella musica me la toglierà mai nessuno. E soprattutto voglio che nella mia vita ci sia spazio per entrambe, cinema e musica. Negli anni precedenti è stato un inferno, perché fai due lavori e le rinunce sono tante: fai una trasmissione in cui suoni e devi rifiutare un film; sei sul set e allora non puoi fare concerti. Però mi sono sempre divisa, non ho paura di continuare. Ma voglio che le due cose convivano sempre meglio, questo sì.

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