Dutch Nazari: abbiamo incontrato l'ultimo dei "cantautorapper" | Rolling Stone Italia
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Dutch Nazari: abbiamo incontrato l’ultimo dei “cantautorapper”

Anche se non ha tatuaggi non chiamatelo rapper atipico: «il rap è una forma d'arte come le altre»

Dutch Nazari è nato nel 1989 in provincia di Padova. Foto: Enrico dalla Vecchia

Dutch Nazari è nato nel 1989 in provincia di Padova. Foto: Enrico dalla Vecchia

Amore Povero, primo e più recente album ufficiale di Dutch Nazari, è uscito venerdì 17 marzo per Giada Mesi (etichetta fondata da Dargen D’Amico), e Undamento. Di tante date questa no, evidentemente non è la più fortunata, ma è sufficiente ascoltare le 13 tracce in successione per capire che questo disco porta e porterà bene, al rapper, ma soprattutto al pubblico: un toccasana per le orecchie. Le produzioni sono affidate per intero all’amico e producer Sick et Simpliciter (Luca Patarnello), che, elegante, riesce ancora una volta a mixare il pizzico di indice e pollice sulle corde di una chitarra con sonorità electro: il risultato è che non sapresti dire chi tra voce e base è venuto prima, si modellano l’una sull’altra come un vestito su misura.

Sul titolo del disco ci si può spendere in tante interpretazioni, che, com’è giusto che sia, lasciano l’ascoltatore libero di dargli il significato che sente più vicino alla propria storia. Perché di questo si tratta, della storia di una vita giovane, quella del rapper, che esalta e – forse – rimpiange un “amore povero”. Perché povero? Ascoltate il disco, Dutch Nazari lo spiega meglio di tutti e nei dettagli. A voler comunque tracciare una linea guida possiamo dire che si tratta di un sentimento senza sovrapposizioni e sovrastrutture, quello che Duccio prova per la prima ragazza, o per l’ultima, che ha amato e al cui matrimonio tocca andare, anche se a sposarla è un altro. Amore che poi è pure verso gli amici, presenti e andati, di quei giorni “quando eravamo più giovani e spensierati / solo a quell’età, se ci pensi, la felicità è gratis”, (Michel, da Fino a qui), o verso i pomeriggi passati a masticare gomme e scambiare le figurine dei calciatori che ci si trovavano dentro, da cui Volpi e Poggi, tredicesima traccia del disco.

L’ultima volta in cui ho intervistato Dutch Nazari risale a un paio di anni fa, c’eravamo dati appuntamento al Simposio, un locale di Trento. Un paio di caffè e poi la strada di ritorno verso la biblioteca. Ma questa volta, quando gli ho proposto un’intervista per l’album in uscita mi ha risposto, «Figata! Ma prima dobbiamo sentire l’ufficio stampa». Addirittura!

Però a me un po’ ha fatto strano, a te no?
Che storia! Dai, è bellissimo. Se è per questo ogni tanto mi fa strano anche parlare di booking, ma poi penso che a gestire tutta questa cosa siamo io e i miei amici, i regaz insomma.

Il successo sta arrivando, è arrivato, anzi. Della sensazione che si prova nel passaggio da Duccio a Dutch parli anche nell’ultimo lavoro. Mi vengono in mente due barre di Sui Divanetti: “all’inizio non avevo tante ragioni / ora ci chiamano a suonare nelle altre Regioni / è bello fare successo con le canzoni / in strada mi fermano sempre più spesso, per chiedermi indicazioni”. Insomma ironico abbastanza da lasciare un dubbio: come va con la notorietà, piace?
Fa piacere, certo, ma come dici tu, mi ci approccio con molta ironia. In questo periodo stiamo avendo un picco d’esposizione, ma ricordo bene anche il periodo in cui l’esposizione non c’era, o comunque era poca. Chi fa musica nel modo in cui la facciamo noi sa di doversi interfacciare con questa situazione: quando non hai seguito sei uno sfigato, e quando ce l’hai la cosa diventa oggetto di discussione. Quindi io intanto ci scherzo su.

Primo album ufficiale, un nuovo tour e ragazzi di Palermo e Napoli che ti chiedono di raggiungerli da Padova per cantare con loro. Hai iniziato un viaggio e pare naturale voler mettere in valigia qualcosa di casa, qualche vecchio amico in attesa di conoscerne di nuovi. Può essere questa la chiave di lettura per spiegare la scelta delle collaborazioni? C’è il Peyote, collega storico, Wairaki, concittadino e compagno di crew in Massima Tackenza, ma anche la novità Frah Quintale. Raccontaci un po’. La cosa del legame è vera, ma solo in parte. Io ne parlerei quasi come di una coincidenza.

In che senso?
Io e Luca, (Luca Patarnello, aka Sick et Simpliciter, nda) siamo amici da quando siamo ragazzini, da molto prima di immaginare un futuro insieme nel mondo della musica, o che questa potesse diventare una professione. Il fatto è che l’avremmo fatto in ogni caso, magari dal divano di casa. Per questo dico che è stata una bellissima coincidenza: i tuoi amici sono anche degli artisti per cui stravedi. E lo stesso vale per il Peyote, come per Wairaki. Prendi lui, ad esempio. È vero che siamo nella stessa crew, quella in cui sono cresciuto, ma che sia un rapper straordinario, il mio preferito in assoluto a dire il vero, è una cosa indipendente dalla conoscenza pregressa.

E Frah Quintale?
Stesso discorso. Ero in studio da Undamento con Frah e Ceri (producer di Niente che non va di Coez e del più recente EP di Frah Quintale, 2004 nda). Stiamo facendo due chiacchiere, io dico che ho questo pezzo a cui manca la seconda strofa. Lo faccio sentire ai ragazzi, Frah si prende bene e nell’arco della serata avevamo chiuso il pezzo.

Oltre al talento degli MCs che vi partecipano, il disco regala liriche e contenuti di spessore, e l’attenzione alla parola, alla sua poeticità, mi sembra resti il tuo marchio di fabbrica più pregevole. Di cosa ascolti magari ne parliamo poi, ma intanto vogliamo sapere: cosa leggi?
Bella domanda. Leggo di tutto, ma ti confesso che nell’ultimo periodo non l’ho fatto quanto avrei voluto. Lo dico anche in Nelle Stazioni (“Da quando sti telefonini han preso il posto dei libri / Che è come sostituire le fragole coi Big Babol”), e sono il primo che ogni giorno si dice metti via il computer e prendi in mano un libro, ma mi sono accorto che è sempre più complicato. Comunque l’ultimo romanzo che ho letto mi è piaciuto molto, te lo consiglio. È di Daniel Pennac, fa parte della trilogia che inizia con Il Paradiso degli orchi. Il protagonista, Malaussène, è così bravo a prendersi le colpe degli altri che decide di fare il capro espiatorio per professione. Bella l’idea, no?

In una recente intervista, Mecna racconta che spesso la stampa lo definisce un “rapper atipico”: gli mancano i tatuaggi, il catenone d’oro, droga e puttane non occupano la maggior parte dei suoi testi. “Ah ma tu ti vesti normale, tu canti… Tu non sembri un rapper,” riferisce, e poi, infastidito, si chiede: “ma ancora con il rapper atipico? Nel 2017?” Tu, in Volpi e Poggi canti “che io magari so anche fare canzoni fighe / ma poi abbino camicia e quadri e calzoni a righe”. Insomma mi sembra un bel problema, e pure sentito: l’estetica che prevale sul contenuto.
E lo è. La rima che hai citato vuole stigmatizzare proprio questo, che tu appunto puoi anche scrivere belle canzoni ma il modo in cui appari conta tanto quanto, se non di più. I capi abbinati, la fotina, i video girati in un certo modo e così via. E questo rischia di far passare in secondo piano la musica, che invece dovrebbe essere la protagonista. Per quanto riguarda gli stereotipi sui rapper penso sia un po’ una condanna italiana: non riusciamo a scollinare il fatto che il rap sia una forma di musica, d’arte, come le altre, e che quindi non è necessario avere i tatuaggi o parlare di puttane. Comunque anche in questo senso mi sembra che qualcosa si stia muovendo.

Perché invece in America…
In America riescono ad avere questo e quello, facendo le cose per bene in entrambi i casi. Ovviamente ci sono i rapper con la catenazza, ma nessuno pensa sia necessario legarsi solo a quell’immaginario. Tanto per farti due nomi ci sono Frank Ocean e Anderson.Paak che fanno come gli pare: rappano, cantano, suonano e nessuno si preoccupa di catalogarli, fanno la loro musica, ottima musica, che è quello che conta.

Allora al bando stereotipi e definizioni. Anche perché a voler catalogare si rischia sempre di lasciare fuori qualcosa. Per esempio ascolto Amore Povero e subito penso sia un album rap, ma pure con una forte componente cantautorale, come faccio a dargli un nom?
Infatti non serve farlo. Però se proprio vuoi sappi che ci ha già pensato Dargen D’Amico: “cantautorap”, direi che funziona.

Quindi due generi musicali che sono parimenti fonte d’ispirazione. Entrambe componenti essenziali.
Esattamente. Voglio dirti questa cosa, ci tengo molto e penso possa dipanare ogni dubbio a riguardo. Personalmente, come rapper, sono cresciuto con le cuffiette nelle orecchie lungo ogni tragitto percorso sui sedili di un bus, ascoltavo tanto hip-hop, senza dubbio. Contemporaneamente però c’erano anche lunghi e piccoli viaggi in macchina coi genitori, per andare al mare d’estate o in qualsiasi altro posto. E loro non avevano i cd di Eminem, ma di De Andrè, Dalla e Guccini: non posso che attribuire anche a questi artisti grossa parte della mia formazione e quando scrivo mi viene naturale unire queste due influenze.

Ricordo che una sera, un anno fa o poco più, mi avevi scritto chiedendomi di mettere “like” a un qualche link per farti vincere un biglietto omaggio al concerto di Calcutta. Di lui e dei cantautori attuali che pensi? Ma soprattutto, alla fine al concerto ci sei andato?
Ce l’ho fatta! Ho vinto il biglietto e sono andato da solo al Mame (un locale di Padova, nda) per assistere al live. Subito dopo sono corso al CSO Pedro per il concerto di Ensi: la serata ideale. Comunque, per rispondere alla prima domanda, la scena attuale mi fa impazzire. Sento spesso dire che autori dello spessore di Dalla e De Andrè non torneranno più, ma non sono d’accordo. Penso a Giorgio Poi, a Vinicio Capossela, a Motta, che l’anno scorso ha vinto il premio Tenco con Sei bella davvero, un brano incredibile.

Torniamo all’album. Il filo rosso di un amore povero è rintracciabile fin da subito, e dopo qualche ascolto si riesce a trovarne un tratto in ogni singolo brano. A me, altrettanto diffusamente, è però parso di leggerne anche un altro. Una nostalgia verso i tempi andati, quelli delle sigarette con i fioi, delle figurine, del liceo. Il tempo felice in cui crescere non è una cosa di cui ci accorge. Dico bene?
Sì, in effetti è un’atmosfera, un sentire, che mi ha accompagnato sia in questo lavoro che nei precedenti. Vedi anche solo il fatto di aver chiamato Diecimila lire il mio EP, e le lire non ci sono più da un bel po’. È un processo che non so quanto sia razionale, ma sì, tendo ad idealizzare il passato. Poi a pensarci bene mi rendo anche conto che non è un’idealizzazione priva di fondamento, c’è comunque una parte di me convinta che stiamo assistendo a una forte deriva culturale.

Come se in realtà ci fossero dei motivi fondati per provare questa nostalgia…
Diciamo che in un’epoca passata, ma piuttosto recente, c’erano per lo meno due blocchi culturali distinti che portavano vivacità alla riflessione e alla discussione, che fosse sociale, economica o politica. Stiamo andando verso un consumismo senza alternative, forse la nostalgia vieni da lì.

Tra non molto tu e Sick et Simpliciter partirete per un tour in varie città d’Italia, ma prima ci sarà spazio anche per un tipo di instore molto particolare. Ci siete tu, Luca e un capello rovesciato ai vostri piedi. Di che si tratta?
Il progetto dà seguito al brano Nelle stazioni. A me e Luca è sempre piaciuta l’idea di suonare lungo la strada, essere musicisti street nel senso più letterale della parola e con questo sistema potremo unire l’utile al dilettevole. Quindi il piano è quella di portare voce, chitarra e le copie del disco. Passeremo per varie città, avvisando su Facebook solo poco prima dell’evento il dove e il quando. Dovrebbero venirne fuori dei piccoli flash mob in cui possiamo cantare dal vivo nel cuore itinerante di una città, le stazioni appunto. Noi, gli ascoltatori e la musica.

Un aneddoto sul disco, poi ti lascio andare.
Ah! Ne ho uno forte. Una sera io e Wairaki eravamo fuori da un locale. Vediamo Samurai, un giovane rapper di Padova (molto, molto bravo) uscire dalla porta con un drink. Gli chiediamo cosa avesse preso e lui ci risponde “Gin Jack Havana Cointreau”. “Cosa?” gli diciamo noi, un nome pazzesco. Allora decidiamo di prendercene un paio ed è pure buonissimo. Finisce che il nome ci rimane in testa e per tutta la sera facciamo tipo “Gin Jack Havana Cointreau ahn ahn!” Gin Jack Havana Cointreau ahn ahn!” e anche il giorno dopo, quando ci troviamo in studio, non riusciamo a smettere di canticchiare il motivetto. Insomma il drink era buonissimo, il nome aveva un gran ritmo, perché non farci una canzone? E così è nata la settima traccia dell’album.

Assurdo.
Devi provarlo, credimi. Però attenzione, aggiungici un goccio di Lemon. È la morte sua.

Un paio di giorni dopo quest’intervista ho incontrato Duccio e Luca al primo dei loro “instore”, appuntamento improvvisato fuori dalla stazione dei treni di Lambrate. Quando i due arrivano c’è già un gruppetto di persone che li aspetta, accresciuto da passanti incuriositi e qualche ritardatario, finché intorno a voce e chitarra ci sono più di cento persone. Senza microfono e con la sola chitarra tra le dita di Sick et Simpliciter, Dutch canta qualche canzone dei precedenti lavori ma anche e soprattutto di Amore Povero, che non saprei dire quanti altri artisti suonano live le canzoni di un album nella data di lancio, e già più di qualcuno sapeva i ritornelli a memoria. Dopo un buon numero di firma copie, abbracci e foto siamo andati a berci una birra al “Golden Palace Beer”, un locale con le insegne rosse ed oro gestito da un esercito sorridente di donne cinesi. Dutch ha brindato con un giovane cantautore che poco prima l’aveva fermato per chiedergli qualche dritta.
Io ho fatto due chiacchiere con Sick et Simpliciter: Bonobo, Godblesscomputers, il tour europeo di Drake. Lui ad esempio sostiene che Kanye West è un pazzo. Ma soprattutto un genio, s’intende.

Le date del tour:
Sabato 1 aprile 2017 Bologna – Covo Club
Sabato 8 aprile 2017 Lugano (CH) – Living Room Club
Sabato 15 aprile 2017 Milano – BQ De Nótt
Lunedì 17 aprile 2017 Castegnato (BS) – Pascuetta Festival
Venerdì 28 aprile 2017 Parma – Art Lab
Venerdì 5 maggio 2017 Lunano (PU) – Enoteca di Lunano
Sabato 6 maggio 2017 Roma – Csoa Spartaco
Venerdì 12 maggio 2017 Torino – Csa Murazzi
Sabato 20 maggio 2017 Varese – Sottovoce (secret concert)