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Duff McKagan: «Ho letto troppi libri per starmene zitto»

Aspettando la data a Milano dell'8 settembre, il bassista dei Guns N' Roses ci ha parlato del rock come unico linguaggio d'amore, delle figlie e del nuovo album "Tenderness"

Duff McKagan

Foto: Getty Images

Il rock’n’roll secondo Duff McKagan è una forza che unisce: «Perché ho girato il mondo negli ultimi anni e ho visto che sono molte più le cose che abbiamo in comune tra persone, popoli e stati di quelle che ci dividono».

È stato il lunghissimo Not in This Lifetime Tour dei Guns N’ Roses, la reunion che doveva durare solo qualche concerto ed invece è andata avanti per oltre due anni, a stimolare questa riflessione. Duff McKagan è un sopravvissuto del rock che ha trovato serenità, ispirazione e profondità di pensiero (senza perdere niente del suo fascino da rockstar, come dimostra la scrittura tagliente, iperrealistica e ironica del suo imperdibile secondo libro Come Diventare un Uomo e Altre Illusioni) ed è diventato un osservatore del mondo dalla prospettiva del palco: «All’inizio l’idea era di scrivere un altro libro per raccontare ciò che ho visto, negli Stati Uniti e all’estero. Avevo anche bisogno di dire qualcosa alle mie due figlie
(Mae Marie, 19 anni e Grace Elizabeth, 21, cantante della band The Pink Slips) che sono grandi e mi fanno molte domande. Alla fine ho capito che il mio modo di raccontare era più adatto alle canzoni e ho deciso di fare un album » spiega Duff, «Ma non volevo che fosse solo un disco con un tema, doveva essere anche un buon disco».

È nato così Tenderness, undici canzoni registrate con la band di Shooter Jennings, il figlio di una leggenda di Nashville, Waylon Jennings, uno dei creatori del genere “outlaw country” e della cantante Jessi Colter. Un disco sorprendente per un personaggio come Duff, immerso nella malinconia e nel realismo del Nashville Sound, in cui lui canta e suona in acustico appoggiandosi alla chitarra pedal-steel e al violino, muovendosi tra la solennità oscura di Mark Lanegan e le atmosfere dell’ultimo album di Springsteen, Western Stars. «La band di Shooter Jennings è affiatata, suona una musica organica che ti circonda e ti cattura. Io sono l’ultimo arrivato perché quello non è certo il mio genere, ma mi sono trovato subito a mio agio».

Duff arriverà in Italia con la band di Shooter Jennings l’8 settembre per un’unica data alla Santeria Social Club di Milano: «Abbiamo fatto un tour in America, in cui abbiamo imparato a trasformare le canzoni dal vivo. È un suono che si evolve e vogliamo che ogni concerto sia speciale. Quando arriveremo a Milano avremo già fatto dodici date (il tour inizia il 22 agosto a Varsavia), quindi sono sicuro che sarà tutto perfetto».

Arrivato a 55 anni, Duff McKagan è riuscito ad immaginare e a crearsi un suo spazio artistico fuori dalla maestosità e dalla potenza dei Guns N’ Roses, e ha trovato un suono che oggi lo rappresenta: «Non avrei mai potuto fare un disco come Tenderness a 30 anni. Molte cose mi hanno cambiato come persona. Ho letto libri, ho studiato storia, ho cresciuto due figlie, sono sopravvissuto. Quando riesci a sopravvivere tutto assume un significato diverso». Nel 1994, a 30 anni appena compiuti Duff è finito in ospedale a Seattle per una pancreatite acuta. I dottori gli hanno dato un mese di vita se non avesse smesso di bere.

Da allora, grazie alle arti marziali, alla mountain bike e a sua moglie, la supermodel Susan Holmes che ha sposato nel 1999, è sobrio. Nelle canzoni di Tenderness Duff McKagan parla di valori semplici, del guardare sempre avanti come necessità (Don’t Look Behind You) e della tenerezza che potrebbe salvarci (Tenderness), ma attacca anche la diffusione incontrollata delle armi negli Stati Uniti e le stragi nelle scuole (Parkland). «Vengo dalla scena punk-rock di Seattle» racconta Duff, che ha iniziato suonando il basso nei The Living, una band che apriva i concerti degli Husker Du, poi la batteria nei The Fartz e infine la chitarra nei 10 Minute Warning, «Ho passato la mia adolescenza ad attaccare e gridare contro il sistema. Oggi succedono troppe cose nel mondo e io ho letto troppi libri per starmene zitto e sopportare tutte queste stronzate».

Il futuro è ancora con la macchina live gigantesca dei Guns n’ Roses («Ricominceremo a fare tour presto»), ma Duff McKagan è uno che sale su qualsiasi palco, grande o piccolo: «Provare qualcosa di nuovo influenza sempre il tuo passo successivo, quindi non vedo l’ora di vedere cosa succederà dopo il tour di Tenderness». Intanto ha suonato cover dei Van Halen e dei Queen insieme a Taylor Hawkins dei Foo Fighters, Chad Smith e Josh Klinghoffer dei Red Hot Chili Peppers e Mike McCready dei Pearl Jam. Al Peak To Sky, il festival organizzato da McCready, è salito sul palco degli Alice in Chains (e si è anche offerto per scrivere la loro biografia) e anche di Slash e Myles Kennedy a Hollywood per suonare un classico dei Guns, It’s so Easy.

«L’importante è che la comunità rock’n’roll sia unita» dice, «Siamo gente che si prende cura l’uno dell’altro, sappiamo di avere un rapporto speciale con il pubblico. Non ce ne frega un cazzo quando è giusto che sia così, ma siamo i primi ad esserci quando è necessario».

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