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DrefGold: «Non si può rappare per sempre di soldi e auto che swaggano»

Col secondo album 'Elo', dove rivela qualcosa di più di sé, il rapper bolognese ha portato la bubblegum trap al numero uno in classifica. «Che un trapper faccia playback non mi dà fastidio», ci ha detto

DrefGold

Per la rubrica “il sottogenere del giorno”: dicesi bubblegum trap un certo tipo di trap solare, pop, scanzonata, allegra, quasi infantile, ma irresistibilmente orecchiabile e fischiettabile. Nel mondo il principale rappresentante della categoria è probabilmente Lil Yachty, che con la hit Broccoli – non fatevi ingannare, non è dedicata all’omonimo ortaggio, ma a un vegetale che Yachty e il suo socio DRAM preferiscono fumare piuttosto che mangiare – ci ha letteralmente aperto un mondo. In Italia a detenere lo scettro della bubblegum trap è senza ombra di dubbio DrefGold, bolognese classe 1997, che due anni fa, da perfetto sconosciuto, si è visto cambiare la vita da un giorno all’altro dopo che Sfera Ebbasta ha ascoltato per caso lui e il produttore Daves the Kid, consigliando le loro canzoni ai suoi milioni di fan a colpi di storie su Instagram e mettendoli sotto contratto con l’allora neonata etichetta BHMG.

Da allora l’ascesa di DrefGold è stata esponenziale, e la sua opera contagiosa. Anche se non volevi, anche se combattevi con tutto te stesso contro i tuoi istinti, era impossibile non ritrovarti piantata in testa la melodia di singoli come Booster, Wave o Boss, tutti estratti dal suo primo album in studio, Kanaglia. Chi si aspettava (o temeva) che il suo secondo lavoro fosse una fotocopia del primo, però, è rimasto deluso (o sollevato): Elo, uscito due settimane fa, non è poi così spensierato. Nonostante questo, però, continua a emanare magnetiche vibrazioni positive: quando lo incontriamo, nel contesto bucolico di una cascina alla periferia di Milano, tra gattini che prendono il sole e bambini che giocano con le pistole ad acqua nel cortile, sembra il ritratto della serenità e della gioia di vivere. È praticamente impossibile non provare un’irresistibile simpatia per lui, indipendentemente da quanto si possa essere d’accordo o meno con quello che dice o in sintonia con la sua idea di musica.

Elo segna una certa discontinuità con il tuo album di debutto…
Nel primo disco non sei mai del tutto consapevole di ciò che fai, come lo fai, perché lo fai; oggi, invece, ho una consapevolezza del tutto diversa. E poi, a un certo punto è normale che la gente abbia bisogno di sentirsi più in relazione con gli artisti che ascoltano, quindi è quasi obbligatorio tirare fuori pezzi più personali. È giusto che le persone sappiano che anche noi proviamo e pensiamo quello che provano e pensano loro, non si può andare avanti per sempre a parlare solo di soldi e macchine che swaggano da paura. In America è un approccio già più sensato: anche i rapper emergenti spesso firmano contratti da milioni di dollari. Con una cifra come quella sei in grado di cambiare la tua vita e quella di tutta la tua famiglia, hai il diritto di parlare della tua nuova vita da favola, almeno finché non torni a rovinarti. La nostra realtà, però, è completamente diversa: anche se me la passo bene e riesco a vivere di quello che faccio, non posso ostentare cose che non possiedo davvero. Ho voluto dare una visione più umana, raccontare cose di me che la gente ancora non sapeva. Detto questo, però, non ho cambiato gusti di botto. Tra i miei pezzi preferiti dell’album, ad esempio, c’è Enjoy, che è super positivo, melodico e happy.

Cosa vuol dire il titolo, tra l’altro?
Hanno tirato fuori delle interpretazioni assurde, tipo che sarebbe un riferimento a una mossa degli scacchi. In realtà Elo è il mio soprannome: tutti i miei familiari e i miei amici storici mi hanno sempre chiamato così, perciò è una cosa molto intima, per me. Mi fa un po’ strano quando persone che conosco poco lo usano: ovviamente non è un problema, però non ci sono abituato.

La title track, rispetto ai tuoi pezzi precedenti, suona quasi malinconica e cupa…
Ricordo che quando Daves the Kid e Charlie Charles mi hanno fatto sentire il beat, hanno insistito tantissimo: “Questa deve essere la prima traccia del disco, quella che ti rappresenta di più”. È molto diversa dalle mie solite, non c’è quasi melodia e rappo nel vero senso della parola. Molti non se lo aspettavano da me, magari non pensavano neanche che ne fossi capace. Ma io sono di Bologna, una città che ha una scuola di rapper pazzeschi che hanno influenzato tantissimo la mia crescita. Negli ultimi due anni mi infastidiva quasi che la gente credesse che canticchiassi perché non ero in grado di rappare. Ma siete seri?! Per come la vedo io, il fatto di saper incastrare delle melodie su una metrica serrata è roba da top level; so che non tutti sono d’accordo con me, e pazienza, su quello sono rassegnato. Ma che ci sia ancora qualcuno che pensa che un rapper bolognese possa non saper rappare è da fuori di testa. Io sono cresciuto tra le jam e i microfoni aperti, con il pubblico e gli altri MC che ti umiliavano e ti sputavano addosso se non eri al loro livello. Dovrebbe essere chiaro anche dall’ultima traccia, Notte e giorno

Ecco, appunto: ai fan del rap bolognese torna subito alla mente Giorno e notte, una storica canzone del 1999 prodotta da Fritz Da Cat in cui Joe Cassano e Inoki, due leggende dell’hip hop della tua città, si alternano al microfono. È un omaggio?
All’inizio non avevo in mente di farlo, aveva un altro titolo, anche se il ritornello diceva già “Trovami notte e giorno”. A un certo punto, a furia di riascoltare la registrazione in studio, con quel campione malinconico che un po’ richiama a quelle atmosfere lì, mi è tornato in mente il pezzo di Fritz, Inoki e Joe Cassano, e ho capito che avrei dovuto intitolarla Notte e giorno: era perfetto, chiudeva il cerchio. Probabilmente più integralisti avranno qualcosa da ridire, ma per me, da fan del rap della vecchia scuola, ha un significato importante. Rispetto tantissimo gli artisti di quella generazione, hanno fatto grandi cose per la mia città; ma come ho sempre detto, io sono figlio di un altro sound e di un’altra scuola.

Artisticamente sei anche figlio di Sfera Ebbasta, che ti ha cambiato la vita da un giorno all’altro prendendoti sotto la tua ala, senza quasi darti il tempo di renderti conto che stavi diventando famoso. A che punto della tua carriera ti senti?
Un po’ come se fossi in seconda superiore: non sono più un primino, ma potenzialmente i più grandi potrebbero ancora tirarmi le sberle, anche se forse qualcuna di meno. Ma è vero che è stato tutto molto rapido, per me: c’è stato un momento in cui tutti i brand o gli eventi che volevano tirare in mezzo le nuove promesse della trap italiana chiamavano sempre e solo me e Capo Plaza. So che la gente mi guardava e pensava “Com’è possibile che ‘sto ragazzino, che ha pubblicato solo un paio di singoli in vita sua, sia già arrivato così in alto?”. Cerco di ricordarmelo sempre, quando oggi sento di un nuovo rapper lanciatissimo e penso “Ma questo quanti anni ha? Da dove spunta?”. Non voglio avere fretta o bruciare le tappe: nella vita volevo fare musica e ci sono riuscito, ora voglio godermela con tranquillità.

La carriera discografica e il successo sono come te li aspettavi?
Non immaginavo tutti gli sbattimenti derivanti dal fare musica per lavoro. Quando la facevo per divertimento spendevo un sacco di soldi in attrezzatura e video, ma ero spensierato. Oggi mi pagano tutto, e mi pagano per farla, ma i pensieri sono molti di più. Cerco di concentrarmi solo sulle cose positive, però, come il fatto di stare sul palco: l’energia e l’entusiasmo che provo quando suono dal vivo mi ripagano di tutto.

A proposito di live, hai detto spesso che secondo te i concerti dei trapper di oggi – che di solito non hanno un beat in sottofondo, ma il disco intero, e praticamente fanno playback concentrandosi più sulla performance che sulla resa dal vivo – spaccano più di quelli tradizionali, in cui si suona e/o si rappa davvero. Un’affermazione che ha fatto molto discutere…
La verità è che dipende dal genere. È ovvio che il discorso giustamente non attacca con i cultori della musica che hanno speso dieci anni della loro vita a imparare a usare la voce col diaframma o a suonare la chitarra. Così come è ovvio che dal live di rapper storici o già affermatissimi come Marracash, o i Cypress Hill, o Travis Scott, o anche Sfera Ebbasta, mi aspetto che rappino tutte le tracce alla perfezione, e sono sicuro che lo faranno. Ma è altrettanto ovvio che i giovani trapper, che ancora devono farsi conoscere, al momento non ne hanno la necessità. Anche perché all’inizio c’è un periodo di crescita in cui ti trovi a suonare in contesti come i festival, oppure i club, e i fan vogliono solo cantare a squarciagola la traccia che già conoscono e vederti saltare o ballare. Personalmente, anche quando sono tra il pubblico, il fatto che un trapper faccia playback non mi dà fastidio: l’importante è che non se ne stia fermo come un palo, che sappia coinvolgere il pubblico.

Sempre nelle tue precedenti interviste hai dichiarato che l’ispirazione non è necessaria per scrivere un buon pezzo, è molto più importante avere la volontà di portare a termine la canzone.
La mia passione per la musica va al di là dell’ispirazione: di solito mi arriva strada facendo, quando magari ho già scritto un bridge o una strofa. Con Chance, ad esempio, ero molto in difficoltà: volevo raccontare molto di me, scoprirmi, ma non ci riuscivo, non trovavo la chiave giusta, e se avessi mollato tutto a metà anziché insistere, sicuramente quella canzone l’avrei abbandonata prima ancora di finirla.

A proposito di processo creativo, com’è nata una traccia come Calma, in cui duetti con un coro di bambini?
Io amo scrivere da solo, a casa, partendo dai type beat che trovo su YouTube. Quella volta mi è venuta subito fuori la melodia, che era vincente, e nella mia testa immediatamente è scattata l’idea di farla cantare a dei bambini. Siamo entrati in contatto con una scuola di canto di Novara, Daves è andato lì a dirigerli mentre la registravano e il risultato è quello che sentite nel disco. Quando l’ho ascoltata finita, mi sono sentito un po’ più musicista, e non semplicemente un trapper: mi sono reso conto di essere riuscito a creare una canzone vera e propria. Che soddisfazione.

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