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Dovete ascoltare King Hannah, il duo che sembra uscito da un film indie anni ’90

Vengono da Liverpool, mettono nei loro dischi un po’ di nostalgia precoce, fanno suonare le canzoni come viaggi nell’ignoto. Il rock noir, grezzo e d'atmosfera ha trovato una nuova voce

King Hannah

Foto: Lucy Mclachlan

C’è un amore rivelato nella musica dei King Hannah, quello per il suono alternativo anni ’90, per quelle chitarre ruvide che si incrociavano a un cantato intimo e talvolta tormentato. Hannah Merrick e Craig Whittle non ne fanno mistero e partono da quelle tensioni di fine millennio per ispirare la loro umbratile identità sonora, che da poco ha trovato forma nell’album d’esordio I’m Not Sorry, I Was Just Being Me. «Per noi la musica anni ’90 è semplicemente migliore, adoriamo quelle canzoni», spiega Merrick. «Un sacco di donne in quegli anni hanno creato dei dischi quasi grezzi, album che io ho sempre amato. Tutto suonava un po’ aggressivo ma anche un po’ più “atmosferico”, non so, tutti sembravano fighi, affascinanti, e anche le riviste musicali erano ottime».

La storia di Hannah e Craig sembra rubata da un film indipendente: lui vive a Liverpool e lei ci arriva per studiare dopo un’infanzia passata in Galles. Craig la vede per la prima volta durante un’esibizione dal vivo e decide che avrebbero formato una band assieme. Ci vorranno però degli anni perché i due si rincontrino e si mettano a far musica assieme, scoprendo di avere un bagaglio di ascolti e passioni assolutamente comuni. «Qualche anno fa ho iniziato a lavorare in un ristorante», racconta Whittle, «e lì ho scoperto che c’era già Hannah. Ero stato assegnato a lei affinché mi insegnasse a pulire i tavoli e fare tutte le solite cose noiose, ma io avevo subito riconosciuto la ragazza che si era esibita durante un evento di band universitarie. Le ho detto che mi ricordavo di lei e Hannah si è imbarazzata, perché non aveva bei ricordi di quella serata. Siamo diventati dapprima ottimi amici, poi è arrivata la musica e abbiamo capito di avere gusti affini».

Le pubblicazioni di King Hannah partono nel 2019, quando il singolo Crème Brûlée sorprende con quell’aria sospesa e notturna, la battuta lenta e l’innesto prepotente delle chitarre elettriche. Da allora la vita di Hannah e Craig non sarà più la stessa. «Quando abbiamo scritto Crème Brûlée sapevamo di avere fra le mani un ottimo brano e appena è uscito il nostro EP, Tell Me Your Mind and I’ll Tell You Mine, abbiamo firmato per l’etichetta City Slang. In effetti è stato quel primo brano a portarci dove siamo ora. Oggi è cambiato tutto, viviamo questi splendidi momenti giorno per giorno. Siamo stati per la prima volta a Berlino per fare alcuni show nei negozi, stiamo facendo tantissime interviste, è tutto decisamente travolgente».

A rafforzare il loro ingresso nel professionismo musicale ha anche contribuito la cover di State Trooper, trasfigurazione al femminile del grande classico di Bruce Springsteen, al quale l’interpretazione di Hannah Merrick ha donato una sensualità e un’aria di mistero decisamente ammaliante. «Dopo la pubblicazione dell’EP volevamo far uscire qualcosa di nuovo molto velocemente», racconta il duo. «Abbiamo sempre amato Springsteen, in particolare l’album Nebraska, forse perché si tratta di un lavoro più tranquillo e dal lo-fi inquieto, differente rispetto al suo suono così potente. Sapevamo di poter prendere quel brano e arrangiarlo a modo nostro, soprattutto con quel riff ripetitivo che a noi piace tanto».

I tempi per un vero album si fanno dunque maturi e il 2022 permette alla band di avere i riflettori puntati, grazie anche a un riscaldamento fatto suonando su palchi sempre più accreditati. I’m Not Sorry, I Was Just Being Me è un disco di ottime canzoni dalle sfumature noir, una raccolta in cui la cura per il songwriting si apre alle distorsioni elettriche, a loop insistenti, ad aperture che coinvolgono e a melodie che seducono. Il mood intrigante e quasi ammiccante porta alla mente in maniera chiara la discografia di Anna Calvi, Mazzy Star e Portishead, tutti progetti con una fortissima impronta vocale femminile e un solido impianto sonoro di ambito alternativo. I 12 brani rappresentano un passo in avanti verso atmosfere ancora più drammatiche e oscure rispetto a quelle del primo EP. «Penso che in parte sia stata anche una reazione al suono del primo EP», spiega Craig. «Volevamo andare oltre, superare quel suo essere un po’ disordinato. Ma si è trattato anche di un modo per avvicinarci alla musica che amiamo, quella degli anni ’90, degli artisti che hai citato e di altri come Smog e Red House Painters. Sono tutti gruppi che hanno un suono molto professionale, ma che sanno unirlo a uno stile do-it-yourself, grazie a cui puoi sentire la loro profonda umanità. Non volevamo un suono troppo raffinato, desideravamo mantenere un approccio simile a quello che abbiamo dal vivo».

Gli anni ‘90 tornano anche in una certa fascinazione per il trip-hop, ai suoi tempi dilatati e alla battuta lenta di un brano come Go-Kart Kid. «Non ci ho mai pensato in questo senso», dice Hannah, «ma è interessante quel che dici, fantastico. Ovviamente ci piacciono molto quelle band, con il loro suono ipnotico, ripetitivo. In studio il lavoro è stato molto intenso, portavamo il brano nella sua forma nuda e cruda, poi ci lavoravamo seguendo dei percorsi molto precisi. Avevamo anche dei brani di riferimento che ci servivano per far individuare al resto della band il suono che stavamo cercando, così sceglievamo la batteria in stile Portishead, la linea di basso à la PJ Harvey, il feeling di Bill Callahan… ci esercitavamo per un paio di giorni e poi registravamo la canzone per l’album. Alla fine non si è trattato di un percorso troppo lungo, partivamo da basso, batteria e chitarra ritmica, ma ci prendevamo più tempo per la chitarra solista. Personalmente non cerco di pianificare troppo prima di iniziare, cerco invece di reagire al mood generale, provando a inventarmi qualcosa di nuovo nell’istante in cui registriamo».

Il risultato finale di I’m Not Sorry, I Was Just Being Me è quello di un disco appassionato e molto diretto, si potrebbe perfino dire genuino, con una decisa nota nostalgica che avvolge tutte le composizioni. Ants Crawling on an Apple Stork, in particolare, è una memorabile liturgia dei tempi passati, che sembra scritta per coloro che nel 1995 ascoltavano gli Smashing Pumpking e ora vorrebbero tornare a quei pomeriggi indolenti, quando l’adolescenza sembrava poter essere infinita e il meglio della vita doveva ancora arrivare. «Non l’abbiamo pianificato», spiegano i due, «ma molto dell’album ha finito per essere legato al tema della giovinezza. Molte delle canzoni sono quasi delle istantanee di ricordi del passato, ma parlano anche della tristezza di non poter rivivere quei momenti in cui sei giovane e stai sperimentando cose nuove ed eccitanti. In Ants Crawling on an Apple Stork volevamo creare una canzone da fine estate, anche perché nessuno di noi ha mai davvero desiderato crescere».

I’m Not Sorry, I Was Just Being Me è in fondo un disco scritto per condividere delle emozioni molto personali, e proprio per questo risulta autentico e sincero, privo di quelle sovrastrutture – anche di produzione – che troppo spesso finiscono per soffocare la linfa vitale delle composizioni dei nostri tempi. «In questo senso Go-Kart Kid è forse la nostra canzone preferita», conclude Craig. «Penso che abbia un po’ tutto ciò che amiamo. Ha un inizio molto intimo e tranquillo, a cui segue una distorsione che la fa assomigliare a una specie di fanghiglia grunge, davvero divertente da suonare dal vivo. E poi c’è il testo di Hannah: è come se tu fossi assieme a lei negli anni della sua infanzia, come se stessi vivendo quei momenti con lei. È tutto ciò che desideriamo far ascoltare».

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