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«Dov’era tutto questo amore quando Sylvain Sylvain era vivo?»


Lo chiede il cantante David Johansen, ultimo membro dei New York Dolls in circolazione, dopo aver letto i tributi dei fan. Qui racconta il loro primo incontro, i tour, la reunion, la gioia di fare musica assieme

Sylvain Sylvain e David Johansen

Foto: Dimitrios Kambouris/WireImage

Dopo la morte del chitarrista Sylvain Sylvain, scomparso alla fine di una lunga battaglia con il cancro, David Johansen è l’ultimo membro rimasto in vita dei New York Dolls. Il cantante della band proto punk ha passato le 24 ore successive alla notizia a riflettere sui cinque decenni passati col chitarrista e a leggere i tributi dei fan sui social media.

«Peccato che non dimostrassero tutto questo amore quand’era vivo», dice. «La gente dovrebbe dire: morirò tra una settimana, quindi dimmi adesso che cosa pensi di me».

Al telefono con Rolling Stone, il cantante ha raccontato la sua lunga amicizia con Sylvain e gli anni passati insieme nella band.

Ricordi il vostro primo incontro? 

Vividamente. La band era appena nata, avevamo provato solo un paio di volte e il chitarrista non si era presentato. Syl è apparso all’improvviso, aveva una chitarra e una borsa da viaggio. Era appena sceso dall’aereo, credo, dopo essere stato espulso da Amsterdam (ride). Era in gran forma, non appena ha iniziato a suonare ho pensato: mio dio, dobbiamo convincerlo a restare con noi, è grandioso.

Ancora non lo sapevo, ma lui e gli altri della band si erano conosciuti in Europa. Avevano parlato di fondare insieme una band. Conosceva Billy Murcia (il batterista) e Johnny Thunders (il chitarrista). Non sapevo in che rapporti fosse con Arthur Kane. Sapevo però che era fantastico.

Che ruolo ha avuto nella creazione del look dei New York Dolls? 

Non saprei. Ho letto che è stato molto importante. Direi che è vero. So che eravamo tutti “alla moda”. Ma lui conosceva [la fashion designer] Betsey Johnson e ha messo in piedi la foto di copertina del primo album. Non aveva scelto i nostri vestiti, avevamo addosso quello che mettevamo di solito. Ma veniva da una famiglia di sarti, era appassionato di vestiti, ha sempre fatto compere durante i tour.

Era nato in Egitto e ha vissuto in Francia. In che modo credi che l’abbia influenzato? 

La sua famiglia si era trasferita a New York. L’organizzazione che li aveva aiutati gli aveva dato una lista di posti dove stare. Nello Stato di New York c’era solo Buffalo (ride). Avevano parenti a Brooklyn, il padre era convinto che Buffalo facesse parte della città di New York e ci sono andati. Sylvain diceva che la madre non faceva altro che piangere. Non so per quanto sono rimasti lì, ma alla fine si sono trasferiti a New York. Quando l’ho conosciuto mi sembrava affascinante, ma non conoscevo il suo passato. Ho scoperto tutto solo quando abbiamo iniziato a girare l’Europa.

Quando pensi al periodo del Mercer Arts Center, che ricordi hai di Sylvain? 

Era un ragazzo fantastico. Un performer appassionato. Era sempre positivo. È stato fondamentale per il successo della band. Sai cosa intendo per successo. Non parlo di classifiche e stronzate simili. Parlo di creare delle cose. E lui era fondamentale.

Puoi spiegarmi meglio?
Senza di lui, la band avrebbe suonato male. Sapeva quel che faceva, suonava bene la chitarra. Aveva sempre grandi idee per la ritmica. Era realizzato, un talento naturale. Amava suonare.

Il suono che tirava fuori con Johnny era fondamentale per i Dolls…

Assolutamente. Syl ci stava a meraviglia. Sapeva cosa fare, soprattutto agli inizi. Sto parlando dei primi giorni della band. Abbiamo una storia lunga. Scrivevamo insieme, in quel periodo abbiamo scritto tonnellate di materiale.

New York era un posto completamente diverso, all’epoca. 

Non era una città perfetta per le band com’è adesso. Non c’erano tanti posti dove provare o esibirsi. Dovevamo convincere la gente, impresari, non so come vuoi chiamarli, che avevamo un pubblico. Non c’erano strutture per la musica. In tour era la stessa cosa. Abbattevamo gli alberi per costruire il palco, attaccavamo i poster in giro per la città (ride).

All’inizio la band ha affrontato molte difficoltà. Billy è morto e gli album non vendevano, eppure Syl ha sempre creduto nel vostro potenziale. 

Assolutamente. Non ha mai perso fiducia. Non credo che nessuno di noi si aspettasse di dominare il mondo. Facevamo quello che ci piaceva e basta. John era molto ambizioso. Lui diceva sempre di provare e riprovare. Io gli rispondevo: non possiamo farlo sul palco? Che cambia? (Ride).

Lo adoravo. In tour eravamo spesso in stanza insieme. A volte la condividevamo in quattro e uno di noi finiva a dormire con il road manager. Altre ero solo con Syl. Quando siamo andati per la prima volta in Europa, siamo entrati in un ristorante e conosceva tutti i camerieri, lo trattavano come un principe.

Poi siete rimasti solo voi due…

Sì, e ci abbiamo provato comunque. Abbiamo fatto tante cose grandiose, dopo la fine della prima formazione. All’epoca non c’era nessuno che si occupasse della nostra carriera. In un mondo ideale ci sarebbe dovuta essere una persona di cui si fidavano tutti, qualcuno in grado di dire: «Ragazzi, perché non vi prendete qualche mese di pausa?». Noi invece vivevamo alla giornata. Se non facevamo un concerto non pagavamo l’affitto.

Adesso la band è molto amata, è facile dimenticare tutti quei problemi…
La vita è piena di difficoltà. Se non fosse così sarebbe molto noiosa.

Dopo lo scioglimento tu e Syl avete continuato a lavorare insieme.
Sì, abbiamo suonato insieme per anni. Quando ho firmato un contratto discografico con Steve Paul, lui era nella band che ha suonato nei miei primi due album. È durata diversi anni, più dei Dolls. Gli volevo davvero bene. Scrivevamo belle canzoni. Amavo la sua creatività.

La reunion del 2004 ti ha sorpreso? 

All’inizio ero riluttante. Poi ho pensato: andremo in Europa e dormiremo in un bell’hotel di Londra. Sarà una bella vacanza. All’epoca cantavo molto con Hubert Sumlin, lavoravo alle cose di Harry Smith. Pensavo che sarebbe stato bello cambiare aria e incontrare Syl e Arthur.

L’idea era fare un solo concerto. È andato sold out e ne hanno organizzato un altro. Poi sono arrivate le offerte dei festival europei. Era la fine della primavera. Ho pensato: se siamo abbastanza in forma, facciamolo e vediamo che succede. Poi abbiamo continuato, non so neanche per quanto tempo.

Credo sette anni. 

Sì. All’inizio, la morte di Arthur è stata completamente inaspettata. Pensavamo avesse la febbre, invece era leucemia. È stato devastante. Volevo molto bene anche a lui. Tutti i membri dei Dolls erano persone interessanti, particolari. In ogni caso, abbiamo continuato e Sami Yaffa (il bassista) è entrato nel gruppo.

Com’era il tuo rapporto con Syl in quel periodo? 

Quando conosci una persona da tempo attraversi fasi diverse. Ridevamo molto e ci divertivamo. Ci piaceva stare sul palco, suonare dal vivo. Ho appena visto un po’ di foto di quei tour. Sorridevamo sempre.

Amo i dischi di quel periodo. Dev’essere stato divertente registrarli…

È stato grande. Dopo un po’ di concerti ci siamo detti: abbiamo un repertorio vecchio, rinfreschiamolo. Le nuove canzoni funzionavano bene.

Nel 2011 vi siete fermati. Come mai? 

Eravamo esausti. Erano otto anni che stavamo in tour. Non abbiamo mai pensato che sarebbe durato per sempre.

Hai parlato spesso con Syl negli ultimi anni?
Ogni tanto ci siamo sentiti.

Come stava? So che gli ultimi tre anni sono stati difficili per il cancro… 

Era convinto che ce l’avrebbe fatta. Era uno tosto. Anche io pensavo che ci sarebbe riuscito. Ma a quanto pare [il cancro] era più complicato del previsto, si era diffuso in altre parti del corpo.

La notizia della sua morte ti avrà sconvolto…
Non è stato proprio uno shock, ma… non so come spiegarmi, ma fisicamente sentivo un grosso peso sul petto. Non l’ho ancora accettato. Penso che ci proverò per il resto della mia vita.



Ora sei l’ultimo. Come ti senti?
Penso che sarò il prossimo.

Non dire così. È un pensiero cupo… 

(Ride) È ok, io sono un tipo cupo. Non mi ci soffermo così tanto… è troppo a cui pensare.

Qualcuno ha detto che i Dolls sono stati la band più sfortunata della storia del rock. 

Sì, è stato Morrissey. Quel Morrissey è… preferisco non parlarne (ride).

Anche lui è un tipo cupo. 

Sì, ma sa anche raccontare delle belle storie.



Non ha tutti i torti. La storia della band è piena di tragedie…

Certo. Come in quei vecchi gruppi doo-wop.

Se pensi a Syl, cosa ti viene in mente? Quali sono le immagini felici? 

Mi fa sorridere pensare a quanto ci siamo divertiti insieme. Negli ultimi anni era occupato con la sua situazione, con la sua battaglia. Ma faccio fatica a pensare a qualcosa di diverso dalla gioia che abbiamo provato creando e suonando insieme.

È un peccato che non siate ancora nella Hall of Fame. Lui l’avrebbe adorato…

Sì, lo desiderava. Io la pensavo diversamente, ma sapevo che avevo la responsabilità di supportarlo.

Se dovesse succedere in futuro, sul podio ci saresti solo tu. 

Spero di no. Magari ci saranno dei rappresentanti. Potrei mandare uno degli Harlots of 42nd Street a fare il discorso.

La band è finita per sempre, vero? Non continuerai da solo…

Non ho alcuna intenzione di farlo. Sarebbe assurdo.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.