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Ma dove va a finire la trance, Lorenzo?

Senni è il primo italiano a pubblicare un disco per Warp. Cresciuto con l’hardcore punk, ma senza eccessi, è diventato l’esploratore della mente dei nuovi clubber

Lorenzo Senni - Foto di Mayumi Hosokura

Lorenzo Senni - Foto di Mayumi Hosokura

Come BB King con Lucille, anche la storia di Lorenzo Senni non può essere raccontata senza parlare del proprio strumento. Non proprio una chitarra Gibson ES-335 come il compianto bluesman, bensì un synth digitale della Roland: il JP 8000. I prezzi si aggirano intorno ai 350 euro e infatti Lorenzo ne possiede quattro. «Se mi capita di trovarne uno a buon prezzo, giuro, lo compro», mi confida il producer cesenate in una stanza d’albergo qualche ora prima di salire sul palco del Club To Club.

Almeno per quanto riguarda la sua avventura nell’elettronica, iniziata ormai una quindicina di anni fa, questo è stato forse l’anno più significativo per Lorenzo e i suoi quattro adoratissimi synth. Lo scorso 11 novembre infatti è sbucato sugli scaffali fisici e digitali il suo terzo disco, Persona. Con l’EP, il 33enne è attualmente l’unico italiano a essere entrato nel roster di Warp Records, la più importante e rinomata etichetta di elettronica al mondo, già casa di Aphex Twin e Brian Eno. Solo per citarne un paio. Forse una mossa della label per riportare un po’ di futuro nel suo catalogo, che ultimamente si sta riempiendo di artisti stellari, ma forse un po’ distanti dalla tradizione Warp.

L’idea visionaria di Lorenzo di spogliare e snaturare la musica trance ha riportato in bolla la credibilità dell’etichetta e lo si deve esclusivamente a un passato che Lorenzo ricorda sorridendo: «A scuola avevo messo su una band hardcore punk. Nel pomeriggio si facevano le prove e alla sera una pizza. Poi tornavo a casa, lontano dalla città», mi dice. «Nel mio paesino, invece, mille anime riunite sotto il Comune di Ronta di Cesena, vivevano i miei amici di infanzia: tutti gabber e hardcore warrior (entrambe sottoculture legate alla techno hardcore, ndr). Da teenager quindi ho vissuto fra due realtà. In settimana, il gruppo di casinari punk fra compagni di scuola; nel weekend, le serate trance e hardcore techno a Riccione e Cattolica. In mega discoteche come il Cocoricò, il Gheodrome e il Number One». Non che gli interessasse granché la trance, ma lui se la viveva così, fra amici. Lorenzo si sentiva una specie di Rave Voyeur – tra l’altro, uno dei sei pezzi dell’EP – che partecipava passivamente alle bolge titaniche delle discoteche, droghe comprese. «Non mi sono mai drogato né ho mai bevuto. La scena punk hardcore da cui venivo io era straight edge», mi confida, aggiungendo che in compenso beve dai 5 ai 6 energy drink al giorno. In tutto ciò, gli amici gabber sotto acidi non l’hanno mai visto come un intruso. A patto però che non si drogasse “con gli altri”, quelli della band. Ma una volta capito che non si drogava con nessuno, le due rispettive compagnie hanno smesso di insistere. Tanto il Senni appena sente un po’ di ritmo comincia a dimenarsi, ieri come oggi nei live: «Ai festival, chiedo sempre di togliere il telo che copre il tavolo dove suono. Ho notato che, se la gente vede come agito le gambe, il coinvolgimento è maggiore».

Superata l’adolescenza (quasi, visto che gioca ancora alle carte Magic e in studio appende i poster degli anime giapponesi) e un periodo formativo nel noise rock, Lorenzo si avvicina come tanti all’elettronica. E proprio una di quelle sere perse a smanettare coi primi personal computer, il produttore si imbatte nello stesso suono delle parti melodiche dei pezzi trance della sua adolescenza, quelle che ammettevano un solo synth: il Roland JP 8000. «Da quel momento qualcosa in me è scattato». Si rimette quindi ad ascoltare e studiare centinaia di brani trance, notando che nelle sezioni di soli synth, fra la fine dell’intro di cassa dritta e l’inizio del crescendo, si nasconde la firma del producer. La parte di cassa in quarti definiva il genere, mentre la parte senza, l’artista. «Per arrivare all’essenza, per portare all’estremo la trance dovevo ridurla all’osso».
Riducendo al minimo riverberi e coda dei suoni, Lorenzo ha dato vita a quella che lui chiama “trance puntillistica”, una sequenza di arpeggi frenetici senza percussioni che sfruttano la tensione dei crescendo per portare la mente da un’altra parte. «Dopo un po’, chi ascolta capisce che questa tensione non si risolve mai, e si appiattisce per poi diventare altro. Ecco, io voglio esplorare il territorio della mente che si crea in quel momento».

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di novembre.
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