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Dopo aver portato la trap in Italia, ora i 2nd Roof fanno da soli

I produttori di ‘Il ragazzo d’oro’ di Gué e ‘Cioccolata’ di Maruego hanno un singolo tutto loro, ‘Infame’. Qui raccontano gli anni coi rapper «scappati di casa» e immaginano quale sarà il sound del futuro

I 2nd Roof

Foto press

Oggi come oggi, perfino la proverbiale casalinga di Voghera ha sentito parlare della trap ed è in grado di darne una definizione più o meno coerente. Non era così nel 2011, quando Gué Pequeno pubblicò la title track del suo album Il ragazzo d’oro, considerata universalmente una traccia apripista per le nuove sonorità che oggi dominano anche il mercato italiano. E neppure nel 2014, quando un allora sconosciuto Maruego diventava virale con un’altra traccia ormai entrata nell’immaginario collettivo, Cioccolata. Entrambe, a livello di produzione, portano la firma dei 2nd Roof, duo milanese classe 1985 formato da Pietro Miano e Federico Vaccari. «Il ragazzo d’oro è stata una mossa molto coraggiosa per Gué ai tempi: poteva rivelarsi molto rischiosa», dice Pietro in collegamento Zoom da Los Angeles, dove ormai vive. «Col senno di poi è stata vincente, perché ha impiantato il seme di un genere nuovo anche in Italia». «Non ci aspettavamo minimamente potesse diventare una hit di riferimento, però» rincara la dose Federico, da Milano. «Idem per Cioccolata».

Ormai da anni sono considerati tra i principali responsabili dell’avvento della trap nostrana, e il loro suono è tra i più imitati del momento. Loro, però, non se la prendono più di quel tanto. «Anzi, da un certo punto di vista è figo vedere che ti copiano», sottolinea Pietro. «Del resto con la musica è così, si rende omaggio», aggiunge Federico. «Anche noi lo abbiamo fatto con altri, soprattutto produttori americani. In fondo, quando siamo riusciti a sfondare siamo diventati una sorta di cavallo di Troia che ha aiutato anche altri a diffondere queste sonorità».

Oggi sono lanciatissimi anche a livello internazionale, tanto che hanno appena prodotto quattro tracce della colonna sonora del film made in Hollywood Gully, in particolare Can They Hear Us cantata dalla popstar del momento Dua Lipa. Gli inizi del duo, però, risalgono ai tempi in cui vivevano nello stesso palazzo, in centro a Milano. «Quando vogliamo fare un po’ gli ossi duri diciamo che abitiamo in Moscova, che negli anni ’90 era un quartiere abbastanza popolare; quando vogliamo fare i fighi, diciamo che veniamo da Brera», scherza Pietro. «Da piccoli frequentavamo molto Piazza Marengo e Piazza San Simpliciano, dove c’erano un sacco di ragazzi del giro della scena rap, tra cui quelli che poi sarebbero diventati i Club Dogo». Entrambi hanno sempre avuto una fissa per la cultura hip hop. «Per la nostra età eravamo molto avanti: già alle elementari ci ascoltavamo Snoop Dogg e Warren G», ricorda Federico.

Il primo vero big a dar loro fiducia è stato Gué, ai tempi del suo esordio da solista. «All’inizio in realtà non era così convinto: le prime basi che gli mandavamo non gli piacevano», puntualizza Pietro. «C’è anche da dire che erano rappate da noi, in mancanza di altri, il che certo non le valorizzava… Eravamo veramente scarsi!», ride Federico. Per loro non esistevano aspettative o speranze per un futuro da superstar: fare musica non era nei programmi. «Il mio piano A è sempre stato il ristorante di famiglia che abbiamo in Grecia, su un’isoletta delle Cicladi dove torno ogni estate», dice Pietro. «Il mio sarebbe stato probabilmente laurearmi, ma la voglia di studiare stava a zero, quindi probabilmente ce l’avrei fatta solo andando dieci anni fuori corso», scherza Federico.

In dieci anni di trap ne hanno viste di tutti i colori, ma paradossalmente il vero trauma è arrivato quando hanno firmato il primo contratto importante e i loro discografici si erano fissati con l’idea che i 2nd Roof dovessero produrre anche per il pop. «Ci avevano organizzato delle session di registrazione a Berlino», ricorda Federico. «Noi avevamo lavorato praticamente solo con rapper e mezzi scappati di casa, ai tempi. Ci siamo ritrovati catapultati in una situazione surreale, con una cantante che aveva uno stile un po’ anni ’50, agli antipodi rispetto a noi. Le abbiamo fatto sentire tutti i nostri beat, e lei continuava ad ascoltare senza dire una parola, con una faccia un po’ schifata: probabilmente si chiedeva cosa ci faceva in quel posto con noi. Alla fine abbiamo finto una chiamata, siamo usciti, l’abbiamo mollata lì e siamo andati a mangiare i bratwurst».

Naturalmente la loro assenza non è passata inosservata, ricorda Pietro: «Ci hanno chiamati dalla casa discografica italiana: “Ragazzi, dove siete finiti? C’è la songwriter che vi aspetta in studio!”. E noi: “Scusate, il telefono non prende bene…”». «Le abbiamo fatto ghosting, praticamente!», ride Federico. Molto meglio lavorare con i rapper, insomma, per quanto scappati di casa.

L’occasione per chiacchierare con loro arriva dall’uscita del primo singolo firmato a nome 2nd Roof, Infame, con il featuring di Gué Pequeno e J Lord. Suona contemporanea e futuristica come tutti i loro brani, ma ha un gusto quasi vintage, come se fosse frutto di un campionamento. «Inizialmente, in effetti, era un campione che aveva usato anche Jay-Z, ma l’abbiamo risuonato con l’aiuto dei tastieristi con cui lavoriamo», svela Federico. «Per mantenere le nostre radici italiane abbiamo cercato un mood un po’ poliziottesco anni ’70, Anche per quello il testo è pieno di riferimenti alla Scorsese». Purtroppo ottenere l’utilizzo lecito di un sample in Italia è ancora molto difficile, spiega Pietro. «Ci siamo riusciti solo due volte, con Gué: per Montenapo abbiamo campionato Gypsy Woman di Crystal Waters, mentre per Il tipo abbiamo usato L’ultimo bacio di Carmen Consoli».

Dopo anni a prestare la loro opera conto terzi, in questo periodo sono al lavoro su diversi altri singoli a firma 2nd Roof. «A fare cose nostre c’è un po’ più di libertà, sicuramente. In realtà la maggior parte degli artisti con cui lavoriamo ci dà sempre carta bianca, ma in questo caso alcuni ci hanno addirittura detto di essere degli strumenti al servizio dei nostri beat, e questo è stato davvero gratificante». dice Federico.

Da ormai diversi anni, ovvero da quando Pietro si è trasferito negli Stati Uniti, lui e Federico lavorano a distanza. «Sfruttiamo le meraviglie della tecnologia: Dropbox, WeTransfer, WhatsApp», racconta Pietro. «Con la fortuna di avere nove ore di fuso, quando io mi sveglio Fede si ritira, quindi è una specie di lavoro a catena, h24». A volte è Federico ad andare a Los Angeles, altre volte si incrociano a metà strada a Miami, altre volte ancora è Pietro a tornare a Milano o Federico lo raggiunge in Grecia. Cosa che, tra le altre cose, è sfociata in un rocambolesco disco di diamante proprio in terra ellenica. «Il singolo si chiama Señorita, e c’è una massa impressionante di TikToker che rifà il balletto: quando l’ho visto non ci credevo», ride Federico. Tutto nasce dal rapporto di Pietro con quella terra: «Ad Atene ho conosciuto un po’ il mercato discografico greco, che è una versione più piccola di quello italiano, di fatto. Abbiamo incontrato Snik, che è l’artista n° 1 da quelle parti, e che praticamente da cinque anni è sempre primo in classifica. Abbiamo iniziato a lavorare spesso con lui ed è nata questa super hit, del tutto inaspettata per noi».

La cosa interessante dei 2nd Roof, in effetti, è che non hanno nessuna intenzione di fermarsi al genere che li ha lanciati, e sono prontissimi ad abbracciare il nuovo che avanza. Su quale potrebbe essere, hanno già qualche idea: «Il sound di alcuni artisti emergenti di Los Angeles, come Drakeo the Ruler e Ralfy the Plug, potrebbe davvero rappresentare il futuro. È quasi una drill di L.A.», dice Pietro. «Roba cupa, parlata, un po’ lenta e sincopata, con un groove più funky», aggiunge Federico. Tra una chiacchiera e l’altra, Pietro si lascia scappare che proprio l’altro giorno era in studio con loro: aspettiamo con grande curiosità di sentirne i risultati.

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