‘Dope Boys Alphabet’, ovvero Noyz Narcos e il TruceKlan contro i dogmi del rap | Rolling Stone Italia
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‘Dope Boys Alphabet’, ovvero Noyz Narcos e il TruceKlan contro i dogmi del rap

Il documentario racconta la origin story del rapper e spiega come lui e il suio klan hanno violato i tabù del genere. È una biografia per immagini senza filtri (con tanto di spoiler del nuovo album)

Noyz Narcos in ‘Dope Boys Alphabet’

Foto press

C’è una scena, nel documentario Dope Boys Alphabet – disponibile in anteprima su LiveNow fino al 19 dicembre, e dal 20 su Amazon Prime – che meglio di tutte spiega perché l’impatto di Noyz Narcos e del TruceKlan sulla scena hip hop italiana è stato così dirompente e a tratti scioccante.

È il 2006, la crew (anzi, IL crew, alla romana, come dicono loro) esiste da qualche anno. La capitale l’hanno già conquistata a suon di live super punk e scatenati, il talento di Noyz si è ormai fatto notare nell’underground grazie al suo primo album solista Non dormire, la loro poetica splatter e i visual ispirati a fumetti e tatuaggi sono chiacchieratissimi anche fuori dai confini della loro città. È venuto il momento di conquistare davvero l’intera nazione, e a quei tempi per i rapper c’è un solo posto adatto per farlo: il 2theBeat, ovvero il più prestigioso e importante contest di freestyle del nuovo millennio. Si tiene al Link di Bologna, è una specie di Champions League dell’improvvisazione in rima, e ogni eliminatoria attira migliaia di persone da tutta la penisola. Il palco è a forma di ring, i contendenti sono pesi massimi e il tifo è da Madison Square Garden. È indispensabile tirare fuori l’artiglieria pesante, per mettere ko l’avversario. Così una delegazione del TruceKlan parte alla volta dell’Emilia Romagna, per presentare il suo campione: Gel.

Nelle battle, si sa, non esistono colpi bassi: nessuno si formalizza se si insultano mamme/papà, sorelle/fratelli, fidanzate/i, preferenze sessuali, difetti fisici e di pronuncia. Ma all’epoca ci sono comunque confini invisibili che nessuno avrebbe mai il coraggio di varcare. Ad esempio, utilizzare il caso di Tommaso Onofri, un bambino di un anno e mezzo rapito e poi ucciso qualche ora dopo la richiesta del riscatto, per una punchline ad effetto. Anche solo per paura della reazione del pubblico. A pochi giorni dalla conclusione del caso che ancora tiene banco su tutti i giornali, invece, un Gel fresco come una rosa se ne esce con una delle barre più controverse della storia del rap italiano: “Io vado a naso / gli faccio fare la fine del piccolo Tommaso”. Panico. Mentre un coro di boati e fischi lo seppellisce e nessuno dei presenti riesce a credere alle sue orecchie, Gel cerca di aggiustare il tiro senza aver ben capito la portata di quello che ha detto e il perché di tanta indignazione, mentre una domanda implicita riecheggia in tutta la sala: “E adesso?”.

Foto press

L’episodio, raccontato nel documentario dalla viva voce di alcuni membri del TruceKlan e di altri presenti (come Guè ed Ensi), è passato alla storia anche grazie a una successiva rima di Noyz in Ghigliottina: “Adoro il dramma rap, chiedi le hit / per me era Gel che ha vinto il 2theBeat”. Ovviamente l’espressione dramma può sembrare un’iperbole, ma ai tempi l’avvento di quell’approccio così crudo e senza mezze misure lo era stato davvero, in una certa misura, per le teste hip hop italiane. Era una specie di punto di non ritorno. In una scena fondamentalmente conservatrice e benpensante, che viveva di regole non scritte da sempre, Noyz Narcos e i suoi soci hanno contribuito a rompere più tabù di chiunque altro: erano marcissimi e selvaggi e se ne vantavano, conducevano una vita al limite e se ne vantavano, trascuravano la tecnica, le convenzioni e la gerarchia e se ne vantavano. La droga, il sesso, la violenza: tutto era esplicito ben oltre il limite del crudo, nel loro immaginario, fino a fare il giro e a diventare grottesco e poi di culto. Se non ci fossero stati loro, le cose non sarebbero mai state le stesse. La storia avrebbe preso tutta un’altra piega.

Allo stesso tempo, però, se tra loro non ci fosse stato Noyz Narcos è probabile che il TruceKlan non sarebbe mai riuscito a farla, la storia. Ci voleva un rapper con un talento cristallino e inscalfibile, perché gli altri rapper arrivassero a prendere davvero in considerazione quel collettivo e a rispettarne la visione: e quella persona è inequivocabilmente Noyz. Silenzioso e riservato, lontano dalle logiche social (vuoi anche per questioni generazionali: ha da poco compiuto 42 anni), ha sempre preferito esprimersi attraverso la musica che tramite interviste o post su Instagram. Dope Boys Alphabet, quindi, è un’occasione più unica che rara per immergersi nel suo mondo e rievocare un periodo che non era ancora stato sviscerato a sufficienza.

Anche in questo caso, in perfetta concordanza con il suo stile comunicativo asciutto ed essenziale, la classica intervista frontale al protagonista del documentario è assente: a raccontarlo sono gli intervistati – i già citati Guè ed Ensi, Marracash, Salmo, Luché, il suo amico e manager Andrew, i suoi storici produttori Night Skinny e Sine, i soci fondatori di Thaurus che è casa sua in questa nuova fase della sua carriera, i membri del TruceKlan e altre figure leggendarie della cultura underground romana – ma soprattutto il materiale di repertorio. Fin dagli inizi, infatti, Noyz ha l’abitudine di filmarsi nei momenti importanti come in quelli di cazzeggio e transizione, e la sua telecamerina ha immortalato praticamente tutto ciò che è importante ricordare, dandoci un accesso privilegiato al backstage della sua vita e di anni in cui purtroppo il materiale è sempre molto carente. Peraltro, non sottraendosi su nessun argomento, neanche su quelli controversi, trattati con delicatezza o appena accennati, ma chiaramente presenti: il rapporto con le droghe, le indagini sul TruceKlan della questura di Roma, i momenti di sconforto, il carattere a tratti spigoloso e difficile, il rapporto di up and down con le discografiche e i collaboratori.

Grazie al sapiente montaggio, agli approfondimenti e alla documentazione del lavoro in studio dell’ottimo Marco Proserpio (regista di Dope Boys Alphabet e del precedente film L’uomo che rubò Banksy, e molto legato alla scena hip hop grazie ai suoi precedenti lavori con Ensi e per Yo! MTV Raps, tra le altre cose), il ritratto che esce di Noyz Narcos non è agiografico, ma una bella e accurata biografia per immagini. Il film scorre via che è un piacere, ed è godibilissimo sia dai suoi fan che a chi ancora non lo conosce, o non ha mai avuto occasione di approfondirne la discografia. I fan, però, avranno un ulteriore incentivo per guardarlo: contiene infatti parecchie anticipazioni sul prossimo album di Noyz, che non vi spoileriamo per non guastarvi la sorpresa. Perché sì, questo possiamo svelarvelo: di sorpresa si tratterà.

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