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Donald Fagen, combattere l’ansia con bebop e senso dell’umorismo


Super intervista all'uomo che porta avanti l'eredità degli Steely Dan: il rabbino che gioca a baseball, i discografici spacciatori, la conversione dei fan dei Grateful Dead e altre storie favolose

Donald Fagen

Foto: Nic Antaya/The Boston Globe/Getty Images

Nei momenti caotici, Donald Fagen cerca calma e conforto in quella che altri considererebbero musica caotica, ovvero i dischi bebop di Charlie Parker e Dizzy Gillespie, che per il musicista degli Steely Dan sono diventati la colonna sonora della pandemia. «A molti fanno venire l’ansia, io li trovo rilassanti. E sai perché? Perché l’anzia mi sale quando sento del jazz poco creativo e Charlie Parker è uno che non delude mai».

Oltre a rasserenarsi col bebop, Fagen ha passato la pandemia lavorando al materiale del suo nuovo album solista, il primo da Sunken Condos del 2012 («C’è un pezzo che mi piace particolarmente, si intitola The Stellar Bartendere parla di un barista molto empatico»). Si è dedicato alla lettura di romanzi come Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan e Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, oltre a perfezionare il mix di due dischi dal vivo usciti di recente: Northeast Corridor, che contiene una selezione di brani registrati durante il tour degli Steely Dan del 2019, e una versione integrale in concerto del suo album solista del 1982 The Nightfly.

Tra poche settimane Fagen inizierà le prove per un tour americano, il primo dal novembre 2019. Doveva iniziare a ottobre, ma le date sono state rimandate al 2022. In questa intervista, parla dei due album dal vivo, di come si prepara per il tour e di molto altro, dal periodo in cui lui e Walter Becker vendevano canzoni al Brill Building fino ai giorni passati a fissare sbalordito i ricchi di Los Angeles, o alla storia del rabbino del suo quartiere col vizio del baseball.

Come nascono questi due live album? 

Eravano alla fine del tour del 2019, mancavano sedici date e ancora non avevamo registrato nulla. La band suonava benissimo, perciò ho chiesto al fonico di sala Michael “Coach” Connor di registrare il concerto direttamente dal banco. Ha risposto che doveva affittare un po’ d’attrezzatura, ma che non ci sarebbero stati problemi. Poi me ne sono dimenticato, ma quando ho riascoltato quelle incisioni a fine tour, la pulizia del suono e dalla performance mi hanno sorpreso. Così ho pensato che alla gente sarebbe piaciuto sentire come la Steely Dan Band suona le cose vecchie e lo stesso vale per The Nightfly, che suoniamo solo di tanto in tanto.

Ti capita spesso di fare concerti in cui suoni un disco per intero. È un formato che presenta sfide particolari? 

Alla gente piace. È un po’ più stressante di un normale concerto, perché suoni tutto senza fermarti e ho sempre paura di dimenticare qualche accordo (ride). Siamo tutti concentrati per non fare errori. Ma è anche molto divertente, quando suoni l’ultima nota del disco la gente va fuori di testa.

Come ti stai preparando al prossimo tour? 

Non abbiamo ancora fatto prove, quindi non ho iniziato. Recupereremo qualche vecchio pezzo e ne aggiungeremo qualcuno di nuovo. Il fatto che tutti nella band sappiano leggere la musica è bel vantaggio (ride). Non devi inventare nulla, abbiamo i nostri spartiti, anche se ormai non li usiamo più di tanto, se non per i pezzi nuovi da preparare.

Nel tuo libro Eminent Hipsters racconti com’era scrivere canzoni con Walter. Sembra che il vostro obiettivo fosse farvi ridere a vicenda. È sempre stato così? 

Sì, fino all’ultima canzone che abbiamo scritto assieme. Stare con lui e farlo ridere era una delle cose che mi piaceva fare di più. E viceversa.

L’umorismo dei testi ha mai influenzato le vostre scelte musicali? 

Sì, anche all’inizio: visto che avevamo un background jazz, trovavamo esilarante suonare un accordo di tredicesima con una chitarra distorta. Tutto il progetto aveva una sfumatura ironica, in accordo con i testi.

E qual è la canzone più divertente degli Steely Dan, per te? 

(Ride) Gaucho fa molto ridere. Per me sono tutte divertenti, soprattutto quelle che parlano di storie di uomini vecchi e donne giovani, tipo Hey Nineteen e Janie Runaway. Ci strappano ancora un sorriso.

Io ho sempre riso molto con The Fez.
The Fez è divertente, uno stravagante pezzo pseudo-disco (ride).

Sono sempre stato affascinato dal periodo in cui tu e Walter frequentavate il Brill Building. Come siete finiti lì? 

Volevamo fondare una band, ma non trovavamo i musicisti. Eravamo alla ricerca di un cantante, in quel periodo non pensavo che sarei mai diventato un frontman. A un certo punto ci siamo detti: «Abbiamo un sacco di pezzi divertenti, forse dovremmo provare a scrivere canzoni pop». Così siamo andati a bussare alla porta del Brill Building.

Era il 1969 e in tutti gli uffici c’era un pianoforte. Io suonavo e cantavo insieme a Walter. Non abbiamo combinato niente finché non abbiamo trovato una porta con l’insegna JATA, che stava per Jay and the Americans. Siamo entrati lì, loro avevano senso dell’umorismo e ci hanno capiti. Così abbiamo iniziato a scrivere per Jay, anche se non ne ha mai incisa nessun pezzo nostro (ride). Come autori pop eravamo terribili, però avevano bisogno di un tastierista e un bassista, così siamo finiti in tour con loro per un anno e mezzo, è stato divertente. Il nostro primo vero lavoro.

Come funzionavano le cose lì? Era una factory di canzoni? 

Credo che pagassero 50 dollari per ogni canzone pubblicata, per un po’ abbiamo campato così. Uno degli Americans, Kenny Vance, ci ha portati in altri uffici del Building e anche al 1650 di Broadway, un altro edificio simile. Credo che ci lavorasse Carole King. Ricordo anche di aver presentato dei pezzi a Jerry Lieber, pensavo che gli piacessero e invece ha detto: «Cos’è ‘sta roba artistoide tedesca? Non so proprio che farmene!». Le abbiamo suonate anche a un tizio, Aaron Schroeder, un editore che metteva paura, stava seduto in fondo alla stanza con un gatto sulle ginocchia, come nei film di James Bond. Non ne è uscito niente di buono. Poi, finalmente, abbiamo scritto un pezzo per un disco di Barbra Streisand. Non era un gran pezzo, ma era figo. All’epoca il Brill Building era in decadenza. Gli autori più famosi erano andati al 1650 oppure a Los Angeles. C’erano soprattutto questi tizi con la moquette sul pavimento e la macchina delle gomme da masticare in ufficio. Roba pseudo-hippie.

Credi che quell’esperienza abbia avuto un’influenza su di voi nel lungo periodo?
Ci ha educato all’immoralità, mettiamola così (ride). Era divertente passeggiare per il Brill Building, attraversare Broadway fino all’Old City Squire Hotel, un altro posto squallido – c’erano prostitute, droga e tutta quella roba. A volte eravamo scioccati – io ero uno studente di lettere, Walter di teologia – da quello che succedeva. In quell’epoca a New York non giravano soldi. Molti studi facevano colonne sonore per film porno. Era grandioso (ride).

Avete imparato qualcosa anche sull’immoralità della discografia? 

Erano tutti produttori indipendenti, molti di loro proprietari di studi e spacciatori. Noi cercavamo di pensare solo alla musica, ma abbiamo imparato un sacco di cose in quell’ambiente.

Voi venite da New York ma avete passato un sacco di tempo a Los Angeles. Sono due posti diversi ma in qualche modo collegati. Com’è stato passare da uno all’altro? 

A Los Angeles sembravamo alieni. Non avevamo la patente, così siamo andati alla motorizzazione a fare l’esame. Ricordo che all’inizio il produttore Gary Katz ci veniva a prendere a Encino, ci aveva trovato degli appartamenti orrendi. Ogni giorno ci portava a lavoro alle 8 in punto. Stavamo lì tutto il giorno a scrivere. L.A. era un ambiente bizzarro per gente come noi. Non c’erano marciapiedi, nessuno in giro per strada, Hollywood, quella cultura usa e getta. La cosa bella è che potevamo parlarne attraverso la musica… eravamo già outsider, siamo cresciuti ascoltando jazz e leggendo fantascienza, ma quando siamo arrivati lì… Mi viene sempre in mente Io e Annie, Woody Allen che si ammala tutte le volte che arriva a Los Angeles. Diceva che l’unico contributo culturale della città era permettere a tutti di passare col semaforo rosso.

Hai scritto molto dei vizi di quell’era. 

Esatto. Quando siamo andati al Brad College, Walter era lì grazie a una borsa di studio, avevamo incontrato alcune famiglie molto ricche. Ma è a Los Angeles che c’erano quelli coi soldi, trovavamo esilarante il modo in cui vivevano.

Com’è cambiato oggi quel modo di vivere? 

È complicato, c’entrano la tv e i media. Generazioni di persone sono state influenzate dalle immagini per cui ora è tutto distante dalla realtà. È strano, ma credo che la pandemia abbia colpito duramente quel mondo. La gente non è interessata alla ricchezza o al successo come prima. Forse la desiderano, ma qualcosa è cambiato.

Tu e Walter avete aperto il sito degli Steely Dan subito, nei primi giorni del web. Cosa vi ha convinto a farlo? 

È stato Walter. È venuto da me quando ho comprato il mio primo computer della Apple. Volevamo usarlo per scrivere delle cose umoristiche, piccoli articoli divertenti e cose del genere. In quel periodo eravamo spesso in tour, così ci siamo messi a documentarlo con immagini e cose così.

Uno dei miei preferiti è la tabella di conversione da Deadhead a Danfan.
Sì, è stato fantastico farla. Era divertente… credo abbia iniziato Walter, ma poi l’idea è piaciuta a tutti e due: convertiamo i fan dei Grateful Dead!

Una delle ragioni per cui mi piace è che sia gli Steely Dan che i Grateful Dead sono rimasti rilevanti nella contemporaneità, soprattutto grazie a internet. Credi ci siano altre somiglianze? 

Quando abbiamo iniziato il nostro modello erano Frank Zappa e i Mothers of Invention. Li abbiamo visti più volte quando hanno passato l’estate al Garrick Theater, nel Village. Nel pomeriggio potevi entrare gratis e guardarli provare. Adoravamo quella roba. Amavamo la combinazione tra Lenny Bruce e l’umorismo hippie, la controcultura. Ci piacevano anche i Dead per varie ragioni, tra cui l’aspetto controculturale. Ma sai, noi eravamo a metà tra quel mondo e quello che è venuto dopo. Non ci siamo mai presi troppo sul serio. C’era qualcosa di buono in quel movimento, ma sapevamo che era destinato al fallimento. Però i Dead ci piacevano, soprattutto alcuni pezzi e il modo in cui suonavamo assieme. Registravano un sacco di concerti, ma alcuni erano un gran casino. In generale, però, avevano un bel groove e un modo fantastico di interagire musicalmente. Se non avessimo preso la nostra strada, forse avremmo fatto qualcosa di simile a loro, più legato all’improvvisazione.

E poi c’è un altro gruppo che ci ha ispirati, forse meno degli altri: i Velvet Underground. Ci piacevano perché parlavano di gente strana e marginale, di sessualità stravagante. E ovviamente sopra a tutti quanti c’era Bob Dylan, senza di lui non sarebbe esistito niente di tutto ciò.

Tornando al sito web, che rapporto hai con internet e i social media?
Nessuno, non ho Facebook, né Twitter. Forse il management ha aperto una pagina per gli annunci. A un certo punto gli ho anche detto di cancellarla perché odio Facebook. Quano però abbiamo pubblicato i dischi dal vivo mi hanno chiesto di ricominciare per fare un po’ di pubblicità e ho accettato. Mai avuto profili personali, però, neanche su Instagram. Mia moglie ce l’ha, ha i suoi follower e posta cose interessanti. Mi piace vedere quello che fa, ma non fa per me. Avere a che fare con gli sconosciuti mi rende apprensivo.

Sono obbligato a farti la prossima domanda, visto che anch’io sono un ebreo del Northeast. Ho letto che hai fatto il bar mitzvah in una sinagoga costruita da tuo padre. Ricordi com’è andata?
(Ride) No! All’epoca abitavamo in un quartiere dormitorio nel New Jersey, lo odiavo. Non c’era neanche una sinagoga, così mio padre e altri tizi ne hanno aperta una. Era in una casa identica alla nostra, una di quelle villette di provincia, hanno giusto dovuto buttare giù qualche parete. È lì che ho fatto il bar mitzvah. L’unica cosa che ricordo è che quando è finito sono scappato coi miei cugini, guidavamo una Ford Galaxy e fumavamo sigarette (ride).

Quindi hai avuto un’educazione alla cultura ebraica più che alla religione, giusto? 

I miei non erano religiosi, ma ricordo che quand’ero bambino andavamo in sinagoga per le grandi festività ebraiche, ma quel periodo non è durato a lungo. Era più un fatto culturale, così che gli ebrei potessero stare insieme. Ho avuto un’educazione ebraica, il rabbino della sinagoga mi insegnava a parlare in ebraico colloquiale. A un certo punto ero anche diventato bravo, ma l’ho dimenticato.

Ma fammi raccontare una bella storia di quel periodo. Un giorno mio padre aveva invitato a casa il rabbino. Era un tizio sui 30 anni, un tipico rabbino con gli occhiali. Io e mio padre giocavamo a baseball in giardino. Ero nella Little League, avevo i guantoni e tutto. Mio padre fa: «Rabbino, vuole fare due tiri?» Il rabbino ha tirato una palla così potente che mi ha quasi incendiato il guanto. Era fortissima. Solo dopo un po’ abbiamo scoperto che aveva fatto un provino per i Giants (ride).

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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