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Don Joe è uno dei padri saggi dell’hip hop italiano

I dischi da producer fatti senza trasformarli in kolossal, il rapporto fra urban e pop, la libertà d’espressione di chi rappa sulle sue tracce, gli eccessi (degli altri), il nuovo album ‘Don Dada’: l’intervista

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«Vedi? Siamo riusciti a farci quasi un’ora di intervista e mai ti ho chiesto se ci sarà una reunion dei Club Dogo»: e su questo, Don Joe scoppia a ridere. Per poi aggiungere: «Grazie, oh. Davvero. Siamo amici, con Jake e Guè… Ma ora semplicemente non è cosa. E avere la gente che continua a chiedertelo, beh, dopo un po’ uno sbattimento». Ma in effetti sarebbe stato stupido impostare la chiacchierata con l’autore dell’ottimo Don Dada in uscita in questi giorni impostando tutto sull’attesa messianica di un qualche cenno sulla rinascita dei Dogo (e/o sul tentativo di estorcerglielo, ma siamo abbastanza sicuri che al momento, molto semplicemente, non ci sia nulla da estorcere). Sarebbe stato stupido, perché con questo album Don Joe dimostra di essere un produttore di altissima qualità. Molto più che in passato, azzardiamo a dire.

Oh: non che in realtà lo ritenessimo scarso, o sopravvalutato. Nella schiatta dei producer legati alla scena hip hop italiana lui è sempre stato uno dei più solidi, precisi, potenti, professionali. E sentendo l’apertura dell’album, il latinismo astuto e un po’ paraculo con Boro Boro di Sola, un congegno fatt’apposta per funzionare come hit («Eh, speriamo…» il commento del Don), ci eravamo rafforzati nelle nostre convinzioni. Il punto è che quello che arriva dopo è… meglio. Come non mai, il terzo-dei-Dogo mette al servizio della sua proverbiale forza e precisione nei suoni una vena di invenzione, di creatività, di capacità di partire dai luoghi comuni sonori (della trap, dell’hip hop un po’ più classico) inedita, fortissima, e pur senza sfornare insomma un disco di noise destrutturato o post rock psichedelico – si resta sempre saldamente nei confini della musica urban, per carità – mette in campo uno dei migliori dischi “da producer” mai usciti in Italia.

Un disco che non doveva essere tale. «Questo originariamente non doveva essere un vero e proprio album, ma più un mixtape. O una serie di brani singoli, da fare uscire mano a mano, senza dei tempi precisi, col gusto di sperimentare. Poi sai, questioni discografiche, gli accordi, queste cose qui, alla fine è dovuto diventare un album con tutti i crismi. Ma va bene che sia andata così, eh. Perché se fin dall’inizio avessi saputo che doveva diventare il classico “disco del producer”, ne sarei rimasto terrorizzato».

Scusa? Terrorizzato? Tu? «Sì. Perché hai idea di che sbattimento sia? Riunire tutte quelle persone, trovare il modo di farti largo nei loro calendari, pensare comunque a qualcosa che funzioni nel suo insieme. Guarda, vedo uscire dischi come quello di Skinny (The Night Skinny, nda) e mi chiedo quanta diavolo di pazienza e di costanza deve aver avuto. Io non voglio più entrare in quella cosa lì. Molto meglio lavorare in maniera più agile. Come in effetti è stato per Don Dada».

In effetti Don Dada è diverso dal Milano soprano di due anni fa (molto più infarcito di pesi grossi e nomi pluri-affermati), e ancora di più rispetto all’Ora o mai più del 2015. Che è un lavoro su cui in realtà ci interessa molto tornare: «Vero, alla fine quello fu un esperimento molto ambizioso». Ma andato male. «Già». Come mai? «C’erano tutti, c’erano dei nomi grandissimi: Emma Marrone, Giuliano dei Negramaro… giusto per fare due nomi. Poteva essere finalmente il disco in cui la cultura urban e quella pop si incontravano». Come in effetti poi è successo. Anzi, come sta succedendo alla grande. «Già. Ma si vede che il 2015 era troppo presto. C’erano questi nomi della madonna del pop, ma anche Emis Killa che allora stava esplodendo, c’era ovviamente il Dogo – anzi, a ripensarci quello è l’ultimo pezzo dei Dogo tutti insieme, pensa che roba, chi l’avrebbe mai detto. Comunque, alla fine quel disco venne abbandonato, vennero fatte delle scelte una volta uscito, delle robe di marketing. Insomma, sta di fatto che venne completamente abbandonato a se stesso, e morì, senza lasciare troppa traccia».

«Ma sai cosa», continua Don Joe, «evidentemente era troppo presto. Chi si poteva immaginare che mondo urban e pop si sarebbero mescolati così tanto? Nessuno, cazzo! Oggi, invece, è la normalità. Al tempo pareva troppo azzardato. Troppo, troppo azzardato». E ti piace che oggi sia diventato così tanto la normalità? A questa domanda, segue una lunga pausa… «Mi piace ascoltare la musica fatta bene». Ok. «Poi se mi chiedi se mi aspettavo diventasse un fenomeno così consolidato, beh, onestamente la risposta è: no. Ma proprio: no. È cambiato l’orientamento strutturale di quello che si muove dietro alla musica. Oggi vengono proprio create le condizioni affinché certe cose accadano e funzionino».

Va bene. Ma non mi stai ancora rispondendo davvero. «Diciamo che io al posto di certi artisti non avrei fatto certe scelte. Ma dirlo non ha nemmeno molto senso, perché per me la libertà di esprimersi è sacra, se uno si sente di fare certe svolte è giusto che le faccia. E quando poi escono dei pezzi potenti, che altro vuoi dire?». Tipo Cenere di Lazza… «Bravo. Quello è un pezzo fortissimo, davvero bello. Che ti metti a criticare a fare? Però è anche vero che io un pezzo del genere nell’album non ce l’avrei messo, cioè, se arrivi dal rap, non è che…». Non è che…? «Ma no, lascia stare. Di nuovo, la libertà dell’artista è sacra. Io la rispetto moltissimo. Dico solo che a gusto personale io non l’avrei fatta una inversione così forte verso il pop. Pensa come sono cambiate le cose, cazzo, come si sono invertiti i ruoli: un tempo ero io quello che si prendeva le parole perché flirtava troppo col pop…». Sorriso ironico.

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Tornando sul discorso della libertà, andiamo a planare sui testi. Ci sono, in Don Dada, momenti molto forti, molto crudi, volendo anche molto discutibili per quanto riguarda i testi. «Vero. E non sono d’accordo con tutto quello che viene detto. Ma chi cazzo sono io per dire a qualcuno “Ehi, questo non dirlo, questo è brutto da dire?”». Pausa. «Se vedi che un ragazzo ha una sua idea e una sua estetica, fa benissimo a portarla avanti. Se poi vuole un consiglio o vuole un parere, io sono più che felice di darlo. Ma quanto sarei ridicolo se mi mettessi a fare il moralista io? Quanto sarei stupido e fuori luogo a dire “Questo non si dice, questo non si fa”? Non che io nella mia vita abbia fatto chissà cosa, ma soprattutto da giovane mi sono lasciato andare… E perché adesso dovrei arrivare io a mettere dei divieti, a fare la morale? Perché? Vedi, se uno mi dice “Io me la sento così, io la voglio raccontare così” e vedo che è deciso, è giusto che porti avanti la sua linea. Perché questa è arte. È espressività. E non devi mettere un freno all’arte e all’espressione. Stiamo parlando di musica: che cazzo devi limitare, nella musica? Perché dovresti farlo? Anche in considerazione del fatto che non avendo limitato nulla, guarda un po’ cosa siamo riusciti a costruire tutti insieme, nel rap, nel mondo. Guardalo. Non mi pare poco, no?».

Il discorso assolutamente fila. Ma: non ti è mai comunque capitato, in questi anni, di sentirti comunque un po’ un padre, uno ormai un po’ più saggio, e che sarebbe magari nella posizione di dare dei consigli? «In effetti lo so che certe cose spesso non portano a nulla o addirittura sono dannose, anche se quando sei ragazzino ti affascinano. Chiaro. Ora lo so bene. Ma di nuovo: niente limitazioni. Chi mi vuole ascoltare, sono felice di dare dei consigli; altrimenti, fiducia. E libertà a ciascuno di fare quello che cazzo vuole, se lo vuole davvero, se è consapevole di quello che sta facendo».

«Sai, per me già fu strano ai tempi dei Dogo: quando ci siamo messi assieme io avevo già le mie esperienze professionali, loro invece erano giovanissimi, avevano tipo 17 anni, capisci? Al tempo stesso però eravamo tutti alla pari: non è che mi sentissi superiore. Era strano. Però ecco, certe cose in cui loro si tuffarono io le avevo già fatte. Ed era una dinamica da cui ero già passato io da ragazzino: a Bresso, nella mia compagnia, c’erano comunque quelli più grandi, quelli che già pippavano mentre tu ti facevi al massimo le canne, quindi sentivi che c’era uno stacco, una differenza di esperienza… ma comunque ci si sentiva comunque tutti parte della stessa cosa. Coi Dogo ero io quello un po’ più avanti come esperienze e che già aveva fatto e provato questo e quell’altro, quindi non è che avessi bisogno di continuare, di starci ancora dentro a corpo morto. Eravamo comunque unitissimi. Ma sai qual è la cosa assurda, oggi?».

No. Vai, dimmi tutto. «La cosa assurda è che oggi quelli coi figli sono loro. Guè ha una figlia, Jake due bambini. Oggi Benjamin Button sono io, mi ci sento io, io che di figli anora non ne ho; mentre vedo loro che devono affrontare proprio una prospettiva diversa, più matura. È normale sia così e la cosa mi fa molto impressione, non in senso cattivo, anzi. Mi fa sorridere, ecco. Di nuovo: ruoli che si invertono. Per loro poi è difficile. Io il passaggio tra i 30 e i 40 l’ho affrontato lavorando a manetta, facendo produzioni in studio, loro col fatto che sono così esposti per il ruolo che hanno e al tempo stesso la vita gli è cambiata così radicalmente… è un casino. Infatti vedi che un po’ la soffrono questa cosa. Guè magari meno, lui è più spigliato, ma credo che anche lui quando si trova attorniato da sedicenni ogni tanto si trovi a pensare “Oh, ma che due coglioni…”», sorride Don Joe. Per poi riprendere: «Io invece in qualche modo vedo tutto in maniera più “piallata”: non sento questo passaggio fra età matura e fase precedente, è tutto molto più fluido».

Infatti in questo disco ti districhi tra rapper tendenzialmente molto giovani. «Infatti il dada del titolo ha proprio quell’accezione lì, quella del daddy giamaicano…». E sei giovane – e meravigliosamente interessante – anche in molte tracce, in cui ti cimenti con gli stilemi della trap. Evolvendoli in maniera molto creativa, come tipo in Die Young. «La trap è un territorio in cui difficilmente mi addentro. Soprattutto da producer, guarda: perché poi magari quando vado a fare il dj nelle serate la suono, quello sì. Ma quando la devo produrre, sento che non sono del tutto smart, che insomma non è un territorio al cento per mio: il risultato è che spesso mi vengono fuori cose che sono fuori dai canoni. Il che da un lato mi fa venire paura di aver fatto una cazzata, e infatti butto moltissime cose; dall’altro ogni tanto ho l’impressione di aver trovato la chiave giusta riuscendo anche ad essere originale».

«In generale comunque penso che quasi tutti quelli che producono la trap vanno anche loro molto a tentoni, certe volte è davvero difficile capire se una cosa è figa o se fa invece schifo, lo capisci solo in un secondo momento. Diciamo che un criterio per me è vedere chi ha fatto cosa: se è musica che arriva da Roddy Ricch o da Future mi impongo di ascoltarla con attenzione, perché sai che non sono gli ultimi arrivati. Mentre invece se è un disco di un ragazzino e le prime due tracce ti fanno schifo ed hai anche l’impressione siano state prodotte in uno scantinato, beh, lì smetto subito di ascoltare. Senza il minimo senso di colpa. Perché dovrei perdere tempo ad ascoltare una musica su cui vengono dette sopra le solite quattro parole in croce, perché troppo spesso è così, e fatta pure male? È una fatica che mi risparmio volentieri, sì».

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