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Ditonellapiaga a Sanremo 2022 con Rettore: «Vi faremo ballare»

Eclettica, creativa, ironica, teatrale. La cantautrice pubblica l'album ‘Camouflage’ ed è pronta per portare al festival ‘Chimica’. «Mi hanno criticata perché sono tra i big. A parlare sarà la performance»

Foto: Chiara Mirelli

Una (quasi) esordiente tra i big. Al prossimo Festival di Sanremo Ditonellapiaga, al secolo Margherita Carducci, salirà sul palco con Donatella Rettore: le due porteranno in gara Chimica, canzone che stando alle prime indiscrezioni parla di attrazione. «È una questione di sesso», ha dichiarato Rettore. «È un brano che supera il tempo presente per parlare di com’era la vita prima e di come vogliamo che sia al più presto, piena di contatto», aggiunge Margherita, che all’Ariston approderà dopo l’EP Morsi, di cui ha realizzato anche la versione Morsi remix, e dopo la pubblicazione del suo primo album Camouflage: un lavoro eclettico, cantato e un po’ rappato, che affianca pezzi tra pop, soul e r’n’b, tracce elettroniche che pescano dalla musica da club virando in più direzioni e canzoni infarcite di ritmi latini e reggaeton. In digitale dal 14 gennaio e in CD e vinile dal prossimo febbraio, è il debutto ufficiale di Ditonellapiaga, anticipato da diversi singoli, da Morphina a Repito, da Carrefour Express a Spreco di potenziale, oltre che dalla ballata Non ti perdo mai, scritta con Fulminacci.

Come mai hai deciso di pubblicare l’album adesso invece che durante Sanremo come si fa di solito?
Perché quando è stata confermata la partecipazione al festival l’album era pronto e già programmato per gennaio, non aveva senso posticipare. Anzi, essendo io un’artista emergente è più giusto pubblicarlo ora, c’è tanta gente che non mi conosce e che così potrà sentire qualcosa di mio, se vorrà. In più durante Sanremo usciranno così tanti dischi – almeno metà del cast probabilmente ne pubblicherà uno – che mi sarei ritrovata in mezzo a tanti nomi più famosi del mio, sarebbe stato controproducente.

Di Chimica cos’altro puoi anticipare?
Poco. È una canzone che ho buttato giù io, proprio pensando a Donatella. Quando i miei produttori e l’etichetta l’hanno sentita hanno colto subito il riferimento e si è deciso di provare a contattarla e tutto il resto. Per fortuna ha accettato, dopodiché l’abbiamo sistemata insieme per cantarla in due. È un pezzo dance, molto energico.

Vi vedremo ballare?
Vi faremo ballare!

Ma tu come l’hai scoperta, da ascoltatrice, la Rettore?
La mia generazione la conosce perché alcuni suoi successi, da Splendido splendente a Kobra, vengono tutt’oggi suonati nelle discoteche. Quindi non so quando l’ho incrociata la prima volta, mi sembra sia nella mia vita da sempre.

Ora l’hai conosciuta anche di persona…
Già, e fa troppo ridere, tantissimo, è divertente! Anche perché racconta storie assurde, che so, ti dice di aver pranzato con Elton John e tu sei lì che pensi che al massimo hai pranzato con tuo zio (ride). Ma soprattutto con me è dolce, protettiva, ha una tenerezza che non ti aspetti. Mi consiglia sempre di non mettere da parte le persone che mi sono vicine indipendentemente dalla mia attività musicale, e ha ragione.

State già provando in vista del festival?
Le prove a tempo pieno le inizieremo settimana prossima, finora a causa del Covid è stato tutto complicato, io sono appena uscita da una quarantena, tra l’altro. Poi ci saranno le prove a Sanremo e devo dire che sono emozionata, cantare con un’orchestra è una delle cose più belle che possano capitare.

Sei una fan del festival?
Ho sempre seguito le canzoni, più che il festival come programma televisivo, e sono contenta che musicalmente negli ultimi anni si sia modernizzato coinvolgendo anche artisti più giovani e abbracciando il pop come l’alternativo, l’attuale come lo storico: adesso mi sembra che rispecchi un po’ tutto il pubblico italiano in maniera trasversale.

Non credi sarebbe il momento di svecchiare anche la scenografia, le gag, la confezione?
Ma… Io spero che quest’anno con Checco Zalone si riderà molto. Di solito guardo Sanremo con gli amici, ci divertiamo a commentare, ma sempre focalizzandoci sulle canzoni.

Non temi di essere criticata perché inserita tra i big?
È già successo e tutto sommato è comprensibile. Spero che sarà la performance a parlare: se io sarò soddisfatta, ma continueranno a criticarmi anche dopo, pazienza. Del resto, al festival si sa che dei commenti negativi arrivano sempre, per me in fondo è tutto di guadagnato, un passaggio televisivo così importante con un’artista così importante è già un traguardo.

Però è vero che dall’anno prossimo altri giovani potrebbero imitarti, scrivere un pezzo e proporlo a un big.
Ma infatti capisco le critiche, però non dipende da me, mi hanno offerto questa opportunità, sarei stata pazza a non coglierla. Secondo me l’essenziale è che la canzone piaccia.

Insomma, te la giochi, e Camouflage è il tuo biglietto da visita: come mai questo titolo?
Si riferisce al fatto che in queste canzoni parlo di me raccontando storie immaginarie o di altri. Essendo un album molto variegato mi piaceva l’idea di descriverlo come una mimesi: è come se con questi pezzi giocassi a nascondermi per svelare parti di me. Non a caso nell’immagine di copertina sono circondata da persone che conosco davvero, che fanno parte della mia vita.

Tutte donne di una certa età, chi sono?
La signora seduta alla mia destra e quella dietro, in piedi, sono mia zia e mia nonna. Le altre sono amiche che da bambina trovavo sempre a casa della stessa nonna, intente a chiacchierare e a giocare a carte, un ricordo d’infanzia che negli anni mi ha suggestionato. In pratica è successo che alla festa per gli 80 anni di nonna le ho ritrovate tutte ed erano così belle che mi hanno fatto pensare che da grande vorrei essere come loro: l’idea della cover nasce da lì.

La copertina di ‘Camouflage’ di Ditonellapiaga

In che tipo di famiglia sei cresciuta?
Mio padre lavora in banca e sia lui che mia madre sono allenatori di basket, è la passione per lo sport che li ha fatti incontrare. A parte questo, tra i due a spingermi verso la musica è stata mia mamma, una persona molto creativa, con tanto gusto secondo me, che fin da quando ero piccola mi ha incentivato a dipingere, a recitare, ad ascoltare musica e poi a farla. È difficile trovare genitori che consiglino ai figli di seguire il loro lato creativo, lei lo ha fatto e la considero una fortuna.

Quindi le figure femminili sono state fondamentali nel tuo percorso di crescita: quanto di tutto questo è finito in Camouflage?
Molto, ma non nel senso che volevo buttar giù un manifesto. Più che altro sentivo il bisogno di raccontarmi e in questo racconto lo sguardo femminile è affiorato in modo spontaneo, naturale: in fondo quelle alla base del disco sono storie che passano dal corpo di una donna.

Non c’è altro? La copertina suggerisce…
Una sorta di matriarcato?

Esatto.
È vero, effettivamente arrivo da una famiglia in cui le donne hanno sempre avuto un ruolo importante, a partire da mia nonna che è rimasta vedova quando avevo 5 anni, per arrivare alle zie: tutte figure femminili molto forti che mi hanno influenzata nel bene e nel male, perché non è che siano mancati gli scontri e le complicazioni.

Tu sei del 1997, qual è la differenza più grande tra la tua prospettiva e la loro?
Premettendo che parliamo di donne che nonostante l’età hanno una mentalità abbastanza aperta, quel che posso dire è che mia nonna, le mie zie e le loro amiche sono cresciute in un periodo storico in cui la loro forza era di fatto subordinata a quella dell’uomo al loro fianco. E questo le ha condizionate: mi è capitato di parlare del mio futuro con mia nonna e ho notato che nei suoi discorsi c’era sempre di mezzo una figura maschile che potesse darmi una mano anche economicamente, vista la scelta difficile che ho fatto, mentre io a questo non ho mai pensato. Insomma, le ragazze della mia generazione hanno più autonomia: siamo più indipendenti, non pensiamo che bisogna sposarsi o fidanzarsi per forza, non è una precondizione di nulla, nella nostra testa è scontato che una donna possa mantenersi da sola. E anche rispetto ai diritti civili siamo più sensibili.

Alla base di tutto c’è il rapporto con il corpo e la sessualità, e Morphina parla di questo, no?
Ah, certo, quelle sono cose che per mia nonna sono imbarazzanti, di cui lei non parlerebbe mai, figuriamoci in pubblico! Però vedo che sotto sotto è contenta che io tocchi anche argomenti che in passato sono stati tabù. Mi piace provocare con ironia; anche la canzone che porteremo a Sanremo io e Donatella è provocatoria, irriverente, ma in maniera sempre un po’ simpatica.

Tornando a te, uno dei tuoi singoli è Repito e vede protagonista una donna che uccide un uomo per poi dire alla polizia di non saperne niente nonostante abbia “qualche chilo di carne fresh nella borsa frigo”. Com’è nato?
Innanzitutto ci tengo a precisare che non è nato da nessun tipo di rancore nei confronti di nessuno: amo gli uomini e sono convinta che il problema del maschilismo derivi da un retaggio culturale che condiziona loro come noi. Quella al centro della canzone è una storia inventata come se fosse un film di Tarantino. Non che voglia accostarmi a lui, per carità, ma è una storia inventata e stereotipata come le trame di certe pellicole splatter. Non contiene un messaggio, semplicemente mi sono divertita a dare al gesto di una donna che prima ammazza e poi nega ciò che ha fatto una cornice divertente, in cui il sangue diventa rossetto sulle labbra, c’è una fuga in macchina… È il sanguinoso che si fa grottesco, come mostra il video di Alessio Hong e Michele Formica: sono una fan di Kill Bill e in generale del cinema di Tarantino; mi affascina perché narra storie anche drammatiche, pesanti, ma talmente esagerate da diventare comiche, meccanismo che mi intriga. In Repito è questo che ho cercato di fare, anche con la voce, che uso in modo ironico.

Ho letto che hai studiato recitazione, tra l’altro.
Già, se mi fossi iscritta all’università dopo il diploma forse avrei scelto un percorso legato alle lingue straniere o alla mediazione culturale, ma poi ho deciso di iscrivermi a un’accademia di teatro che ho frequentato per tre anni. E lì, benché non mi senta un’attrice, mi sono ritrovata a leggere e a fare tante cose diverse che mi hanno poi ispirato nella scrittura delle canzoni, ma soprattutto ho imparato a lavorare in gruppo, cosa ora diventata essenziale per me come cantante. Senza contare che fare teatro, recitare, è davvero liberatorio, è qualcosa che consiglio di fare a tutti, perché ti insegna a lasciare andare le emozioni, a non cercare sempre il controllo, e ti aiuta a superare la vergogna, la timidezza.

Vuoi dire che sei una timida camuffata?
Più che timida, sono una riservata che nella vita fa l’estroversa.

Lavorare in gruppo, dicevi: in effetti le tue canzoni sono frutto del sodalizio con bbprod, duo di producer composto da Benjamin Ventura e Alessandro Casagni. Com’è nata questa collaborazione?
Conoscevo Alessandro da tempo, facevamo delle cover insieme. Benjamin gli dava lezioni di pianoforte e tra una lezione e l’altra creavano dei beat. Un giorno mi mandano quello del brano che nel 2019 è diventato il mio primo singolo, Parli, ed è in quel momento che ho capito cosa volevo fare con la musica; avevo già scritto delle cose in italiano, ma non mi soddisfacevano, erano imitazioni di altro. Lì ho trovato il mio vestito, ho capito che mi sarebbe piaciuto fare canzoni con quel tipo di suoni particolari, molto ritmici. Benjamin e Alessandro lavorano separatamente anche con altri artisti, ma come duo sono nati con me.

Come lavorate ai pezzi?
Anche se non faccio io i beat, io sono quasi sempre in studio anche nella fase iniziale. Questo perché per scrivere parto spesso dal mondo sonoro, a volte da accordi e armonie, per esempio quando si parte da un piano e voce, altre volte dal timbro dei suoni, com’è accaduto con Repito, traccia ispirata al suono del basso che mi ricordava le gomme di un’auto che sfreccia sulla sabbia del deserto cambiando continuamente direzione.

È un modo di procedere più da rapper che da cantautrice.
Sono d’accordo.

Il fatto di dover dipendere da altri per la parte musicale è qualcosa che vivi come un limite?
No, perché almeno finora sono riuscita comunque a fare ciò che volevo. Sono consapevole di non sapere fare alcune cose che in futuro mi piacerebbe imparare a fare, ma per ora non avere la possibilità di avere chiare l’armonia e le note mi ha spinta a fare affidamento su altro, l’orecchio e il mio modo di improvvisare con la voce e di trovare così altre strade, di sperimentare. Però prima o poi mi metterò a studiare, credo sia giusto se voglio fare questo mestiere, l’istinto va bene, ma non basta.

Tra le tue influenze citi sempre Rosalía e Nathy Peluso: perché loro?
Rosalía la trovo interessante per la fusione di folklore e modernità che propone, per le melodie assurde e per come gestisce la voce – in Catalina è incredibile, virtuosa – ma ancor più, pensando alla mia musica, a livello percussivo: lei utilizza molto il battito delle mani tipico del flamenco e anche a me piace molto usare i clap, anche perché Alessandro è appassionato di musica ispanico-latina. Mentre Nathy Peluso per me è come una sorella più grande, versatile, ironica, provocatoria ma mai aggressiva o arrabbiata, ed eclettica, per cui pur facendo sentire le sue radici latine spazia molto, dall’hip hop alla salsa al neo soul.

Qua e là nelle tue canzoni più spiccatamente elettroniche si sente anche l’eco di Myss Keta, ti piace lei?
Finora la Myss ha fatto un lavoro ammirevole, ha aperto tante porte.

E Madonna, che omaggi in Vogue?
Lei per ragioni anagrafiche non l’ho vissuta in prima persona, ma so che è grazie a lei se oggi ci sono tante donne popstar che possono permettersi di essere irriverenti e di rompere certi stereotipi legati al passato. Detto questo, Vogue in realtà è ispirata a In Your Eyes di Kylie Minogue, brano che ho ascoltato un sacco in quarantena: volevo fare qualcosa del genere, un po’ disco e molto glamour, solo in un secondo momento mi è venuta in mente Vogue di Madonna, tra le sue canzoni che preferisco.

Quanto al tuo amore per il soul-r’n’b, da dove proviene?
Quello l’ho sviluppato nei locali romani, dove ho avuto la fortuna di condividere il palco con molti musicisti per piccoli live e jam session. Rispetto a quelle sonorità, una cantante che mi piace molto è H.E.R.

I tuoi testi sono pieni di riferimenti alla quotidianità, a oggetti e trend e al tempo presente: non hai paura che scrivere di notebook, benza, matcha e simili possa essere un limite?
Capisco cosa vuoi dire e mi sono anche posta il problema, so bene che meno una canzone rimanda alla materialità e più può essere eterna, universale. Penso a un brano come Senza fine, con il sole, le stelle…

Non è che bisogna per forza cantare di sole e stelle per essere universali.
Certo, certo, era per fare un esempio molto distante da un tipo di testo come quello della mia Carrefour Express. Quello che voglio dire è che conosco quel tipo di cantautorato alla Andrea Laszlo De Simone, per citare un artista le cui canzoni possono sembrare scritte negli anni ’60, ma credo si potranno ascoltare anche tra 20 anni, però lui ha un modo di scrivere che è al di là del contingente. Io quando scrivo preferisco immergermi nel presente, nel mio tempo, anche se poi da quello stesso tempo evado con storie di fantasia. Vedi Prozac, anche quella è una storia inventata, non ho mai abusato di psicofarmaci, né ne ho mai ingeriti, ma mi andava di parlarne per usare un certo tipo di lessico e cantare in quel modo un po’ recitato. Oltre che per mettere in luce un problema diffuso tra i miei coetanei, quello dell’ansia che ci accompagna giorno e notte, visto che abbiamo di fronte un futuro incerto, che nessuno ci regala nulla e che sentiamo di dover continuamente non solo mostrarci, ma mostrarci forti, vincenti. Trovare il proprio posto nel mondo è un po’ la preoccupazione di tutti, quella che genera più paranoia.

Per te personalmente qual è la sfida più grande?
Forse la ricerca di un’identità in una società in cui c’è praticamente l’obbligo di condividere pezzi di sé online. È complicato vivere nell’epoca dei social, ma al tempo stesso per le persone della mia età è normale, inevitabile, e se fai un lavoro artistico non utilizzarli può diventare controproducente. Io per ora me li gestisco da sola, cercando di far vedere come sono anche nella vita di tutti i giorni, però devo starci attenta, il rischio è di perdere troppo tempo su qualcosa che non ti arricchisce né dal punto di vista personale, né sotto il profilo artistico. Diciamo che cerco di essere il più possibile me stessa, il problema è che le nostre vite sono filtrate così tanto da queste piattaforme che a volte ti ritrovi a pensare di fare delle cose per condividerle più che per viverle, e questo mi turba.

La pandemia ha peggiorato la situazione?
Tra gli adolescenti di sicuro sì. L’ho intuito parlando con i miei cugini più piccoli, in seconda superiore non hanno ancora nuovi amici, sentono ancora i compagni delle medie. Io almeno quella parte l’ho potuta vivere appieno.

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