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Diplo racconta il suo disco country: «A Nashville se la fanno sotto dalla paura»

Il produttore ha fatto fatica a superare le resistenze per assemblare il cast di ‘Thomas Wesley Chapter 1: Snake Oil’, il disco dove mette assieme country, pop e trap. Non è un gioco, dice, ma uno spaccato di identità sudista

Diplo

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Diplo ha costruito una carriera sulla capacità di scrutare il futuro e intercettare le scene che stanno per esplodere, portandole nel mainstream. Non è quel che il produttore, dj e musicista, 41 anni, fa nel suo ultimo album. Per una volta guarda indietro, agli anni dell’infanzia passati nel Sud ascoltando hip hop, dance e country in gran quantità.

Il suo nuovo album Diplo Presents Thomas Wesley: Snake Oil Chapter 1 (il titolo richiama il vero nome del produttore, Thomas Wesley Pentz) dimostra che cosa può succedere quando un tastemaker passa del tempo con musicisti country. Non ha niente a che vedere con un disco di George Strait, è più sperimentale, con star radiofoniche come Thomas Rett e Zac Brown e outsider come Orville Peck impegnati con Diplo in un mix di produzione elettronica e stile country-pop.

Heartless, il pezzo trap-country in cui Diplo collabora con Morgan Wallen, è un mostro da 129 milioni di stream su Spotify, eppure le radio counrty non l’hanno passato granché. «Se io e Morgan non avessimo le nostre carriere e l’etichetta potesse promuovere solo questo, sarebbe il più disco più popolare del pianeta», afferma Diplo. «Ma abbiamo così tante altre cose in ballo che è difficile dargli una collocazione».

L’approccio dichiamo così progressivo di Diplo alla scrittura di canzoni e alla produzione può disorientare le star di Nashville abituate ai metodi produttivi di Music Row, dove l’organizzazione e i tempi di esecuzione sono decisamente più lunghi. «I cantanti country pensavo troppo. Qual è la cosa peggiore che può succedere se collaborano con me? Verranno banditi dalle radio country a vita? Non credo. Hanno la possibilità di allargare il loro pubblico. A Nashville se la fanno sotto dalla paura. Ragazzi, datevi una calmata, cazzo».

Com’è pubblicare un disco con quel che sta succedendo nel Paese?
Non è facile. Se sei un big come Lady Gaga, arrivi comunque alla gente. Diciamo che il mio album rappresenta una forma di sollievo. Se fossi in tour suonerei house e disco. Ho suonato pezzi come questi nella mia scaletta prima del lockdown, la gente conosceva già Heartless.

Com’è stato vedere da vicino l’industria musicale di Nashville?
Di quel mondo ho preso solo quel che mi piace. Ho detto di sì a chiunque volesse lavorare con me. Sai, non c’era molta gente disposta a farlo. Gruppi come i Florida Georgia Line vengono passati nelle radio pop, ma volevo fare una cosa diversa, unica. Un disco di rock sudista, o qualcosa del genere. Se lo ascolti bene capisci che è un album mio.

I musicisti country guardano al pop, ma i tentativi di unire le due cose a volte sono stentati. Tu stai portando il tuo autentico background dance nel country, perciò non sembra un’operazione forzata.
Non volevo fare un album LOL. Non volevo fare Cotton Eyed Joe, che comunque mi piaceva. Non faccio meme country, ok? Le canzoni sono fantastiche. Se togli la produzione, le puoi cantare con una chitarra acustica. È quello che ho sempre fatto, anche nel progetto Major Lazer, che in fin dei conti è dancehall. Questo disco spiega che cosa significa essere country ed essere americano e ascoltare musica di tutti i tipi perché davvero io sono cresciuto sentendo country, hip hop e dance. E un modo per metterle assieme c’è.

Come hai fatto a mettere assieme Thomas Rhett e Young Thug in Dance With Me? È un colpaccio.
Immagino che qualcuno pensi che il pezzo è un’operazione a tavolino, una merda insomma, e qualcun altro sia incuriosito proprio dal fatto che i due non c’entrano l’uno con l’altro e che la cosa non ha apparentemente alcun senso. Il pezzo lo abbiamo scritto io, Thomas e Ryan Tedder. Ci siamo detti: è una figata, ma cosa stiamo cercando di fare davvero? Vogliamo rompere una barriera? Se è così, cerchiamo di inventarci un featuring folle. Ad essere onesti, pensavamo che Young Thug non avrebbe funzionato e perciò l’abbiamo tenuto come ultima opzione. E invece spacca.

Come hai fatto a capire che i beat della trap avrebbero funzionato con le ballate tipo Heartless o Heartbreak con Ben Burgess?
Non è stato facile accettarlo, e non parlo di me, io ho sempre pensato che suonasse bene, parlo di altri artisti. Si fanno prendere dai dubbi. Ma Morgan e Ben Burgess sono entrambi giovani, e Morgan è diventato molto grande nell’ultimo anno, quindi per lui è diverso, ma quando hanno iniziato non gliene fregava un cazzo. Se andassi a chiedere a Tim McGraw di collaborare con me, potrebbe farsi prendere dai dubbi, ma qui stiamo parlando di artisti giovani che dicono: che cazzo, facciamolo e basta. È lo spirito punk-rock portato a Nashville. Parlo di gente come Zac Brown o artisti indie come Colter Wall, musicisti giovani con un loro sound. È un’ondata che sta travolgendo la musica del Sud e il country. E comunque, prima ancora che io ci mettessi i ritmi trap, le radio country avevano introdotto i cosiddetti snap beats, l’808 o quel che è. Era già lì, stava accadendo.

Ci sarà un capitolo 2?
Sicuro. Ho messo giù alcune idee. In quest’album c’è roba pop che ho reso un po’ più country. Nel frattempo mi sono appassionato, ho iniziato ad ascoltare Leon Bridges e a lavorare con lui, e mi piacciono un sacco July di Noah Cyrus e altre cose folkeggianti. È un bel modo di fare musica, ho già alcune idee. Spero che esca prima della fine dell’anno.

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