Dimartino ha fatto un disco folk senza hit | Rolling Stone Italia
By This River

Dimartino ha fatto un disco folk senza hit

Con ‘L’improbabile piena dell’Oreto’ si tiene alla larga dalle logiche del mainstream, difende la musica popolare, pone una domanda esistenziale: «Possiamo ancora emozionarci a una certa età?». L’intervista

Dimartino ha fatto un disco folk senza hit

Dimartino

Foto: Giuseppe Lanno

A sette anni da Afrodite e tre da Lux Eterna Beach (con Colapesce), Dimartino torna in solitaria e alle proprie radici. L’improbabile piena dell’Oreto è un disco che scorre, non solo come metafora: è infatti un flusso continuo, pensato come un unico racconto sonoro, nato tra Milano e Palermo e costruito attorno alla presenza simbolica del fiume, tra memoria personale, realismo magico e inquietudini adulte. «Questo è un disco folk senza hit», ci racconta. «Non mi vedevo a inseguire la hit all’infinito», dice ripensando ai successi con Colapesce.

È una presa di coscienza che arriva dopo il paradosso di Musica leggerissima: un successo enorme, vissuto bene umanamente («perché avevamo già subito tante vessazioni dal mondo della musica»), ma dal quale, ammette, «non era facile uscire». In questi dieci inediti, invece, tutto va nella direzione opposta, tra arrangiamenti per sottrazione, chitarre in primo piano e un sound costruito sul fluire dell’acqua: «Il noise di un synth, in cui abbiamo aperto e chiuso il cut-off ci sembrava lo scorrere del fiume».

Al centro c’è una domanda che si pone e, forse, pone a chi è adulto in quest’epoca: «Abbiamo ancora la possibilità di emozionarci dopo una certa età?». Intorno, una consapevolezza amara: «Il 99% dei nostri sogni adolescenziali è svanito». E dentro questo spazio si muove mentre osserva un panorama musicale in cui «il suono delle canzoni negli ultimi anni si è appiattito».

Ma l’Oreto non è solo idealizzazione. È anche Sud reale, con tutte le sue contraddizioni: «A Palermo il vero problema è l’ARS, l’Assemblea Regionale Siciliana, che crea molto assistenzialismo. La Regione Sicilia è piena di parassiti». Il discorso si è così allargato fuori dagli argini dell’album, per arrivare al presente delle polemiche che hanno investito Delia, sua conterranea, dopo aver cambiato il testo di Bella ciao al Concertone del Primo Maggio: «Secondo me è stata consigliata male, forse dovrebbe cambiare ufficio stampa. La musica popolare è una pietra grezza, renderla adatta a un club è davvero complesso». E tutto finisce nello stesso flusso, fino a straripare inaspettatamente fuori dal disco.

In che fase del tuo percorso artistico ti trovi oggi?
È un momento in cui sono contento di aver fatto un disco che mi rappresenta, e non è scontato. Perché non sempre un disco ti rappresenta nella contemporaneità che stai vivendo. Quindi mi fa piacere parlarne, raccontarlo e suonarlo live, che è l’aspetto che mi fa stare meglio.

Dimartino - Agua, ¿dónde vas? (Visual Video)

Parto da Agua, ¿dónde vas? e dai versi di Federico García Lorca che diventano una vertigine sul tempo che scorre. Ma quando si trasforma una poesia in canzone c’è inevitabilmente un tradimento dell’originale?
Secondo me quella poesia è inequivocabile. Puoi anche cambiarne l’ordine, ma García Lorca ha la capacità di essere un poeta molto semplice, perché racconta elementi come la rosa o l’albero, in questo caso il fiume, l’acqua, il pioppo e i quattro uccelli: elementi visivi che, anche se ne cambi l’ordine, mantengono il significato immutato. Parla sempre dell’esistenza, perché è poesia esistenzialista. È uno di quei poeti che, rispetto ad altri, è facile da musicare.

Hai pubblicato il brano vicino al 25 aprile perché Lorca è stato vittima di un «pensiero fascista simile a quello da cui ci siamo liberati». Oggi, secondo te, quel tipo di pensiero appartiene al passato o è una corrente carsica destinata a riemergere?
Il rischio di un ritorno c’è sempre, lo vediamo non solo dall’America, ma anche in Italia. E non è solo un problema perché c’è Giorgia Meloni al governo. È un periodo in cui, non soltanto nelle istituzioni ma anche tra la gente, c’è una voglia di rievocare dei fasti inutili che sono stati smentiti da tutti gli storici, e di rielaborare qualcosa che non ha prodotto nulla di buono. Per me questa è una delle più grandi stupidità dell’uomo contemporaneo: cercare di giustificare il presente andando indietro nella storia per far riemergere atteggiamenti sbagliati.

La distopia è un tratto caratteristico della nostra epoca?
Come nel film Idiocracy. Quando a Pasqua è apparso in tv Donald Trump con al fianco un coniglio gigante mentre parlava di bombardamenti, mi è sembrato che quel film fosse diventato realtà.

Il tuo disco ha forti radici nella canzone popolare: che idea ti sei fatto della versione di Bella ciao cantata dalla tua conterranea Delia al Primo maggio, in cui “partigiano” è diventato “essere umano”?
Secondo me è stata consigliata male, forse dovrebbe cambiare ufficio stampa. È complicato attualizzare la musica popolare. In questo momento storico, in cui sta diventando una moda farlo, tanti artisti vogliono edulcorare la musica popolare con diverse sonorità ma è un’operazione molto rischiosa. Ho studiato etnomusicologia all’università e ho fatto anche ricerca, e ho capito che la musica popolare è una pietra grezza, fatta di microtoni, di storie truci e tragedie, renderla adatta a un club è davvero complesso. Se prendi Bella ciao e addirittura cambi il testo, stai giocando con materiale piuttosto infiammabile.

L’improbabile piena dell’Oreto è costruito attorno all’immaginario del fiume e dello scorrere dell’acqua. Hai lavorato anche sul suono per rendere la musica fluida? Penso, ad esempio, a quanto fece Lucio Dalla in Come è profondo il mare, che cantò dentro la cassa armonica del pianoforte sotto delle coperte per far vibrare con la sua voce le corde e creare un effetto subaqueo. 
Ci siamo immaginati il flusso come il noise di un synth, in cui abbiamo aperto e chiuso il cut-off e si è creato un suono che ci sembrava lo scorrere del fiume, che poi attraversa tutto il disco, dall’inizio alla fine. Infatti tutte le canzoni sono collegate da code strumentali: la coda del primo brano porta a quello seguente. È un flusso che non si interrompe mai.

Dimartino - Contemplare il cielo attraverso le dita (Live)

In Contemplare il cielo attraverso le dita si percepisce un incedere alla Domenico Modugno, più come un ricordo che una citazione diretta. È uno dei tuoi riferimenti?
Assolutamente sì, perché Modugno è un artista che ho ascoltato tantissimo. Si sente a livello armonico, soprattutto nelle strofe, con un andamento da musica popolare, che io preferisco chiamare musica folk. Questo, in definitiva, è un disco folk che cerca di analizzare le proprie radici, un’idea che ho avuto sin da quando ho cominciato a scriverlo. In questa canzone in particolare c’è una domanda ancestrale: quello che stiamo vivendo, dopo aver accumulato tanto, avuto figli e una realizzazione nel lavoro, alla fine è tutto vero o è tutta un’illusione?

In L’oro del fiume la figura del cercatore diventa metafora di una fuga da una gabbia invisibile. Dopo il successo degli ultimi anni, hai mai avuto la sensazione di esserci finito dentro, magari con sbarre “leggerissime” ma comunque vincolanti?
In realtà quello che ho vissuto con Colapesce, mi sembra essere questa l’allusione, cioè quel successo, sempre tra parentesi, è stato qualcosa che abbiamo attraversato entrambi con grande lucidità. Intanto perché eravamo già adulti: quando è uscita Musica leggerissima avevo 37 anni, quindi sia io che lui avevamo già subito tante vessazioni dal mondo della musica, oltre alla cosiddetta gavetta. Definirla una gabbia forse è troppo, però non è stato facile uscirne. Perché quando hai quel tipo di esposizione non è facile fare un passo indietro. Come questo disco, che è senza hit: è una scelta che può pagare o meno, ma secondo me, per il mio percorso personale, era l’unica che potevo fare. Anche perché non mi vedevo a inseguire la hit all’infinito o a cercare di riprodurre qualcosa del genere, soprattutto da solo. Questo album, invece, rappresenta un filo con i miei lavori precedenti, dal 2010 a oggi.

Il successo ti ha dato anche la possibilità concreta di realizzare un disco esattamente come lo volevi, con più libertà e più mezzi?
Sicuramente sì. Aver avuto quell’esposizione mi ha dato anche una tranquillità economica per realizzare un disco piuttosto libero, che è una condizione impagabile. Mi ritengo piuttosto fortunato da questo punto di vista. L’idea di essere totalmente libero di fare il disco che volevo è un privilegio, perché non tutti gli artisti se lo possono permettere. Me lo sono detto fin dall’inizio: voglio fare un disco senza impormi che le canzoni debbano durare tre minuti. Qui invece c’è di tutto: canzoni lunghe, parti strumentali che uniscono i brani, ogni respiro.

Quando si raggiunge una grande esposizione mediatica, è davvero la discografia a spingere verso un’altra hit o, come spesso si dice, l’artista diventa anche carnefice di se stesso?
Per me l’artista è sia artefice che carnefice di se stesso. Credo poco ai discografici cattivi che ti impongono di fare le hit e a cui non puoi resistere, salvo eccezioni. A meno che tu non abbia vent’anni e senza gli strumenti per capire certi contratti, quelli in cui ti propongono cinque dischi di seguito per ingabbiarti. Nella mia carriera di discografici cattivi ne ho incontrati, ma dopo aver suonato per 15 anni per strada o nei locali, a zero euro e con pochissime persone davanti, quindi dopo quell’esperienza devi avere la consapevolezza per capire dove ti porteranno certe offerte.

Il ragazzo di Misilmeri. Foto: Giuseppe Lanno

Gusci vuoti richiama il tuo primo disco Cara maestra abbiamo perso, dove parlavi di una sconfitta generazionale. Oggi quel senso di sconfitta è cambiato o è rimasto lo stesso?
Ho sempre avuto voglia di andare contro il potere, metterlo in discussione. In adolescenza, nella maggior parte dei casi, è rappresentato dai professori. Mettere in discussione le loro teorie mi dava una spinta emotiva. In Gusci vuoti ho usato questa tensione per raccontare la storia di ex compagni che si incontrano a un funerale e fanno un bilancio della loro vita: quello che pensavano di ottenere a 15 anni, quando avevano tutte le porte aperte e non volevano ritrovarsi con dei gusci vuoti in mano, e quello che invece sono diventati a 40 anni, dopo un figlio, un amore, un lavoro che li ha portati altrove. La vita non la puoi controllare. E il 99% dei nostri sogni adolescenziali è svanito nel nulla.

L’Oreto è un fiume reale che attraversa Palermo ed è passato da paradiso naturale, come è definito da alcune cronache locali, a discarica urbana. Nel titolo c’è anche un’idea di rinascita?
È L’improbabile piena dell’Oreto, quindi non è impossibile. Mi piaceva sottolineare che, pur essendo un fiume con tanti problemi, non è detto che non possa straripare. L’improbabilità della piena mi ha affascinato per il parallelismo con una piena emotiva personale: io, tu, chiunque, abbiamo ancora la possibilità di emozionarci dopo una certa età? Come il fiume Oreto, che all’apparenza sembra morto, ma i geologi ci dicono che potrebbe ancora straripare. Quest’anno, tra l’altro, in Sicilia ha piovuto tantissimo.

Brunori Sas dice che il Sud è il futuro perché resiste al capitalismo. Pensi lo stesso della tua Palermo?
L’ho sempre pensato, perché la provincia è un’incubatrice di moltissime ispirazioni. Io parlo da trasferito a Palermo da nove mesi, dopo cinque anni a Milano. Sono tornato e devo dire che è sempre piena di artisti di passaggio che aggiungono qualcosa. Anche nella musica si sta muovendo qualcosa. Personalmente, però, più di Palermo mi ha formato Misilmeri, il paese in cui ho vissuto fino a 25 anni.

Palermo genera artisti, ma pochi rimangono a viverci, a differenza di Catania. Come te lo spieghi?
Catania negli anni ’90 ha avuto un periodo d’oro, con Carmen Consoli, Mario Venuti e ancora prima Franco Battiato. Palermo ha sviluppato più una scena jazz, mentre il pop è stato un po’ bypassato. Ma scavando a fondo, Palermo è più complessa di Catania, perché si basa molto di più sull’assistenzialismo, mentre a Catania c’è uno spirito imprenditoriale più sviluppato. A Palermo il vero problema è l’ARS, l’Assemblea Regionale Siciliana, che crea molto assistenzialismo. La Regione Sicilia è piena di parassiti e molti vivono a Palermo.

Dimartino - L'oro del fiume

Questo disco arriverà anche dal vivo, con un tour unplugged in luoghi non convenzionali. Che tipo di esperienza sarà?
Sarò solo, chitarra e voce, almeno in questa prima fase del tour. Poi in estate andrò in giro in trio con i Fratelli Trabace. A Milano, per esempio, mi esibirò al Teatro dei Filodrammatici, che è un posto architettonicamente fantastico perché il pubblico quasi ti abbraccia. Sentivo l’esigenza di tornare semplicemente con una chitarra. Non ho neanche i pedali, solo un accordatore. Ho pensato anche di portarmi una sedia, ma non ci stava in valigia: la troverò di volta in volta. Saranno live essenziali, con le canzoni di questo disco.

Il ritorno all’essenziale e al contatto diretto con il pubblico è anche una reazione alla tecnologia che ha invaso le nostre vite, da ultima l’intelligenza artificiale?
Il suono delle canzoni negli ultimi anni si è appiattito. Credo molto nel fatto che, se oggi fai un disco che suona in un altro modo, può piacere o meno, ma comunque dici la tua e vieni percepito dal pubblico. Naturalmente l’intelligenza artificiale è sempre lì dietro che ci guarda, ma come diceva un amico: «Suno è un plug-in». Nient’altro che un componente aggiuntivo. Per ora con Colapesce, soprattutto nell’ultimo tour, l’abbiamo usata solo per comporre delle minchiate, legate al mio o al suo paese, giusto per farci quattro risate.