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Dillon, un coro sul palco (contro l’ansia)

La producer brasiliana soffriva di attacchi di panico prima di esibirsi. Come combatterli? Portarsi dietro un coro di 16 persone. Anche in due date in Italia

Dominique Dillon de Byington ha pubblicato finora due album, "The Silence Kills" e "The Unknown".

Dominique Dillon de Byington ha pubblicato finora due album, "The Silence Kills" e "The Unknown".

Dominique Dillon de Byington è nata in Brasile, ma è cresciuta tra Colonia e Berlino. La producer “atipica” di BPitch Control, mentre sta preparando il suo nuovo disco, in programma per i prossimi mesi, ha rimesso in commercio i suoi precedenti lavori, uniti sotto il nome (ipotetico) di This Silence Kills The Unknown e li ha portati in giro dal vivo. Uno show, con tanto di coro di 16 elementi, da cui è stato estratto Live At Haus Der Berliner Festpiele, uscito a settembre. Lo stesso show arriva adesso in Italia per due date, il 9 marzo all’Auditorium parco della musica di Roma e l’11 in Base a Milano.

Quando hai pensato di fare questa sorta di doppia re-release?
Quando ho finito di registrare This Silence Kills (nel 2011, ndr) avevo in programma di girare un po’, per un paio di settimane, e scrivere un altro disco completamente diverso, che mettesse in mostra altri aspetti di me. La realtà è stata che per due anni e mezzo non sono riuscita a scrivere nulla e, quando mi sono sbloccata, era chiaro che sarebbe stato una continuazione del primo, che facesse riferimento allo stesso panorama. Quando ho avuto l’idea del coro ho capito che potevo unirli in un solo lavoro.

È stata una necessità, quella di aggiungere altre voci?
Sì, sento la mia voce non solo sul palco ma anche quando, non so, ordino da mangiare al ristorante, la sento ogni cazzo di giorno! Anche quando penso sento la mia voce! Volevo della compagnia, pensavo che fosse una bell’idea di lavorare con un coro che cantasse con me. L’ho utilizzato in maniera diversa, è una via di mezzo tra voce e synth. Non canta delle parole vere.

E cosa cambia a livello di approccio per te?
Di solito riduco tutto al minimo, lavoro con solo due persone. Adesso mi piace girarmi e poter vedere delle persone dietro di me, di solito non c’è nessuno, a parte qualcuno che lavora dietro le quinte. Così cambia tutto: la dinamica dello show è più complessa.

A proposito di live, sei una che gira in un sacco di posti diversi: all’aperto, nei club…
Cantine, teatri…

E dove ti senti più a tuo agio?
Dipende, ho suonato in cantine o garage, senza pensare troppo al fatto che potesse essere o meno una buona idea, ma il calore delle persone è stato eccezionale. Anche nei teatri, in realtà, per motivi diversi ha funzionato. In alcuni posti avevo così tante macchine per suoni e luci che ho rischiato di cadere giù dal palco. Preferisco avere dei palchi grandi: è più facile suonare, è anche più protettivo, ma dall’altra parte non hai la possibilità di interagire troppo con il pubblico.

Quindi sei un “topo” da studio di produzione?
Mi piace molto stare chiusa in studio, certo. Per anni la performance è stata una tortura: avevo molta paura, avevo attacchi di panico continui. È stato difficile salire sul palco e rilassarmi, ma adesso che non succede più mi piace molto. È sempre interessante, mi piacciono le persone, mi piace guardarle. Ho una buona prospettiva dal palco. Ma dall’altra parte mi manca la dimensione dello studio, soprattutto quando puoi riprovare le cose, puoi spiegarle a chi ti ascolta. Nel live è così, quello che fai è andato e non puoi tornare indietro.

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