Dieci anni per diventare una persona migliore: l'intervista a Micah P. Hinson | Rolling Stone Italia
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Dieci anni per diventare una persona migliore: l’intervista a Micah P. Hinson

Abbiamo parlato con il cantautore americano alle prese con la riedizione speciale per il decennale di "Micah P. Hinson and the Opera Circuit"

Micah P. Hinson è nato a Memphis il 3 febbraio 1981

Micah P. Hinson è nato a Memphis il 3 febbraio 1981

“Già dieci anni?!” è stata l’esclamazione in redazione quando è arrivata la notizia della reissue per il decennale di Micah P. Hinson and the Opera Circuit, uno dei dischi fondamentali del cantautore americano. Già, dieci anni.

L’abbiamo videochiamato per scambiare due parole su di lui, sull’America. E su tutto questo tempo. Ci accoglie fuori da casa sua con guanti, cuffia, sigaretta con bocchino. Sembra faccia davvero freddo.

Che fai lì al freddo?
Sono fuori da casa mia a Denison, Texas. È una città piccolissima, appena sotto l’Oklahoma. Farà 20mila persone. Era molto famosa per il gioco d’azzardo e per la prostituzione. C’è un film, non so se l’hai visto, che si chiama Tombstone, che parla della storia di questo tizio Doc Holliday, un matto, drogato, un giocatore d’azzardo. Ha vissuto per anni qui nell’Ottocento, proprio in questa città. Aveva questa doppia faccia perché era un dentista di giorno. Tutti lo sapevano. Sai perché era qui? Perché l’ufficio dello sceriffo stava a 50 miglia di distanza. Lo immagini uno sceriffo che prende il cavallo e arriva in città? Per molte persone era facile rifugiarsi qui, potevi essere quello che ti pareva, tanto nessuno ti avrebbe fatto niente. Mi piacciono queste storie, è per questo che vivo in un posto del genere. La storia è molto importante, come l’arte.

Pensa a band come i Sigur Rós: anche se non hai idea di da dove arrivino capisci che vengono da un posto solitario

E tu quanta ne usi nei tuoi pezzi?
Penso che plasmi qualsiasi cosa che io faccia. Sono nato a Memphis: faccio parte degli Chickasaw, una tribù nativa americana. In passato, il governo americano ci ha spinto a muoverci lontano dalla nostra nation, siamo andati in Oklahoma dove viviamo ora: ma avevamo un po’ di soldi, eravamo tutti benestanti, e siamo riusciti a farci una vita. Continuavano a cacciarci: siamo stati spostati dal Mississippi fino a Memphis. Questo per dire che sono felice di essere nato a Memphis perché è una città importante per i Chickasaw. Quando ero giovane poi mi sono spostato ad Abilene, Texas: immagina il classico posto da far west. Niente alberi, molto deserto. Qui invece ce ne sono parecchi, come vedi (si vedono davvero, riflessi nelle finestre dietro di lui, ndr)! Quindi, concludo: quando ho iniziato a suonare non ho mai voglio suonare punk rock, rock o country. Non ho mai pensato a questo. Avevo la mia chitarra, mia nonna mi ha insegnato un po’ di piano e accordion e poi ho semplicemente preso quello che avevo attorno e l’ho tradotto in canzone. Ho preso le emozioni, le sensazioni, le persone. Pensa a band come i Sigur Rós: anche se non hai idea di da dove arrivino capisci che vengono da un posto solitario, molto isolato. Certo che sono isolati, sono islandesi! Suonano come islandesi! Ecco, io spero che la mia musica sia così, questo lo rende più autentica.

Parlando della reissue di The Opera Circuit, ho notato che dici che ci sono per la prima volta ci saranno i testi delle tue canzoni. Perché lo sottolinei così tanto?
Quando l’abbiamo inserito per noi era come un plus, per far interessare le persone, come se fosse una nuova copertina o un vinile colorato. So che tanti mie fan sono in Europa e, anche se viviamo in un modo dove molte persone parlano inglese, è maleducato da parte mia dire che in Spagna, Italia o Portogallo capiscano tutto quello che dico. È un po’ da macho medio americano, “Cazzo, le persone devono tutte capire l’inglese!”. Quindi ho pensato che forse non tutti capiscono proprio tutto quello che dico: ho voluto farlo perché, come dire, una volta che le canzoni sono scritte e le persone possono leggerle, un artista può essere compreso meglio.

Ho passato gli ultimi dieci anni a cercare di diventare una persona migliore. Penso sia importante

Quante cose sono cambiate nella tua vita da quando è uscito questo disco?
Oh, cazzo!

Scusami…
No, è una riflessione interessante. Guarda, sono padre da poco, mio figlio ha un anno e mezzo. Per lui, dieci anni, saranno lunghissimi, un’eternità. Io ho quasi 36 anni, invece, e in dieci anni posso dire che è cambiato tanto, ma semplicemente come è successo a qualsiasi uomo. Nella mia vita ho costruito una relazione con mia moglie, non ero ancora sposato, ho fatto musica, tour. Penso che le due cose che siano cambiate di più negli ultimi dieci anni sono il fatto che mi sia preso cura di me, diventando maturo, e che ho fatto un figlio, mi sono preparato. È difficile diventare padre, per tutti. In più io ho ancora dei dolori alla schiena per l’incidente in Spagna (del 2011, quando rischiò di restare paralizzato, ndr) e un po’ di problemi nati dall’abuso di droghe, la mia pazienza quindi è molto breve. Ho passato gli ultimi dieci anni a cercare di diventare una persona migliore. Penso sia importante. E spero che tutti l’abbiano fatto.

Siamo alla fine del 2016, un anno in cui abbiamo perso tanti nomi importanti della musica. Credo che due siano stati particolarmente importanti per te: Bowie e Cohen. Che rapporto hai con la loro musica?
Jesus! Beh, è interessante. Specialmente con Bowie, quando ero giovane era impossibile non sentire le sue canzoni, era impossibile non sapere chi era. Invece nessuno ascoltava Cohen. L’ho scoperto appena prima di firmare il mio primo contratto, quindi posso dire che non sono stato influenzato da lui. Ma per assurdo, nemmeno da Bowie: non avevo neanche un disco suo. Appena sono entrato in contatto con i loro lavori ho capito l’influenza di quello che hanno fatto per il mondo. Cohen è il tipo di musica che chiunque ama, semplicemente perché è troppo bella. Nessuno riesce a scrivere come lui e nessuno prova a imitarlo. È come Dylan, non sarai mai bravo a scrivere come lui, mi spiace. Bowie dall’altra parte ha fatto musica influenzando tutti. E ha voluto sempre cambiare se stesso, ha voluto nascondersi. Creava dei personaggi incredibili. Era un genio. Il mondo del rock era davvero matto in quel periodo e lui si proteggeva con i suoi personaggio. Ho di recente postato un video di Bowie e Bing Crosby a tema natalizio. L’hai visto?



Conoscevo più o meno la storia, ma ho visto che l’hai postata su Facebook…
È tutto vero, Bowie viveva davvero a pochi metri da dove avevano registrato quello speciale. All’inizio non voleva cantare la canzone, ma ci ha aggiunto una parte chiamata Peace on Earth. Ed è incredibile. Rappresenta quello che è per me il Natale, dovrebbe essere tutto legato all’amicizia, agli affetti, regalare una sensazione di… non gioia, ma di emozioni. Dovresti passare le vacanze così, che tu sia ateo, ebreo, cristiano, musulmano… Ecco, questo rappresenta il genio di Bowie, qualsiasi cosa facesse, che scrivesse canzoni di Natale o inni rivoluzionari. A volte pensiamo che alcune persone siano immortali. Ed è triste scoprire che non lo siano.

A proposito dei post di Facebook, è un’altra cosa che dieci anni fa quasi non esisteva. Come hai affrontato i social e tutto questo mondo?
Ho Facebook da tanto tempo prima lo controllava la mia etichetta e io non facevo niente. Poi mia moglie mi ha detto: «Dovresti fare qualcosa tu». Allora ho deciso di scrivere, mi nascondo dietro il nome “The MGMT of The Recordings of The Republic”, come se ci fosse qualcun altro che scrive per me. Mi piace questo mistero.

Che non lo è troppo però, è abbastanza evidente che ci sia tu dietro a tutto…
Dici? (ride) Ecco, è solo un’altra cosa delle cose strane che faccio. Comunque mi piace essere gentile, salutare, chiedere come stanno i miei fan. Scrivere delle piccole lettere, ecco. Mia moglie dice che intanto la gente si ferma al primo paragrafo, ma per me la questione è un’altra. Questo è lo spirito della musica. Scrivere dei pezzi, firmare con un’etichetta, fare un disco: è tutto basato sulle relazioni, si parla di quello! La gente pensa che basti caricare qualcosa da una parte e dall’altra e sei a posto. Ma non è così. Le relazioni vere con i fan ci sono durante gli show: io creo qualcosa, a te piace e abbiamo una relazione simbiotica. Quindi non credo che aiutino davvero gli artisti. Preferisco usarli a modo mio: faccio le mie letterine, ogni tanto rispondo. È una questione personale. Le persone hanno iniziato a interessarsi di più, a condividere di più. A parlare di più. Magari è sbagliato, ma per me l’importante non è la quantità di rapporti. È la qualità. Preferisco di gran lunga una piccola cerchia di amici interessati al grande pubblico.

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