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Dieci anni dopo, abbiamo ancora bisogno della rabbia di ‘A sangue freddo’

I componenti del Teatro degli Orrori raccontano la genesi e l'eredità del loro secondo album, il canto del cigno di una stagione unica del rock alternativo italiano

Il Teatro degli Orrori nel 2012

Foto via Wiki

Prendi lo spessore culturale di De Gregori e un lessico quasi à la Battiato, e ubriacali con Carmelo Bene, un cantato punk e lo spoken maledetto di Ciampi. Togli la militanza, lascia l’impegno sociale e sposa il tutto con la poesia russa di inizio Novecento. Poi lega il risultato a un muro di suono in zona Jesus Lizard (chitarre distorte e affilate, bassi impazziti, batterie violentissime), più vicino al noise rock che all’alternative. Fallo in Italia. E portalo al successo, in Italia. Ecco, ciò è accaduto, davvero, dieci anni fa: con il secondo disco de Il Teatro degli Orrori, quell’A sangue freddo uscito il 30 ottobre 2009 che fu vertice e canto del cigno di una stagione unica del nostro alternative, iniziata negli scantinati e finita alla soglia dei Dieci, appena prima che tutto cambiasse.

Un po’ di storia, comunque. Il Teatro degli Orrori è stato (usiamo il passato per facilitarci: della band non si hanno notizie da un po’) creatura di Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero, rispettivamente frontman dall’anima maudit e bassista-produttore hardcore entrambi degli One Dimensional Man (un gruppo alt rock tutt’ora in circolazione, con testi in inglese). La line-up si completava con le chitarre di Gionata Mirai e la batteria di Francesco Valente. Dell’impero delle tenebre (2007) fu il loro debutto, con le radici negli ODM ma, al contempo, più lavorato nei suoni e con testi – per la prima volta – in italiano. Servì per il decollo di A sangue freddo, un upgrade in tutti i sensi nonché uno dei fondamentali della nostra musica.

«Effettivamente un disco rock d’impatto, molto radicale. Restammo sorpresi dal successo che ottenne col passaparola», ci ha raccontato Capovilla. «Romanticamente l’ho spiegato così: in Italia c’era voglia di rock, del suo potere salvifico, e noi rispondemmo ‘presente’. Insomma: l’album ha soddisfatto il bisogno di molti, nonostante in realtà fosse per pochi». «La gente voleva un gruppo come noi: che la prendesse a testate, più che per mano», spiega invece Favero, che del Teatro è stato l’architetto dei suoni.

E, riascoltato oggi, effettivamente il muro di A sangue freddo non ha perso violenza e credibilità. Ma com’è stato metterlo su? «L’idea era creare qualcosa di moderno e potente senza finire nelle produzione gelide del metal, ma mantenendo quel senso sanguigno tipicamente nostro», dice il produttore. «Fu un lavoro molto lavorato. Ricordo che al mixaggio usai tutti i canali a disposizione, mentre al mastering, con Giovanni Versari, esagerai con saturazioni e compressioni. Volevo che esplodesse nel lettore cd!». L’album nacque dai suoi provini, in cui Capovilla si ‘immergeva’ per i testi. Fu registrato alle Officine Meccaniche di Milano, ma non si trattò di una passeggiata: «Avevo le idee chiarissime su come lavorare, ma quando finimmo un tracollo fisico mi tenne a letto per tre giorni», racconta ancora Favero. «Dormivamo poco, nel mio caso due o tre ore a notte. Troppi aspetti nel mixing furono figli della fretta, ma va bene così. Purtroppo erano finiti i soldi, il tempo, le energie».

Che avessero qualcosa di grosso fra le mani, comunque, i quattro l’avevano capito. «La svolta fu cantare in italiano: la gente ci capiva e ai concerti intonava i nostri pezzi», ricorda Capovilla. E Giulio aggiunge: «A un live in provincia di Padova, nell’estate del 2009, suonammo la title track in anteprima. Beh, la gente non riusciva a contenersi, l’impatto sulle transenne fu devastante».

Title track che, tra l’altro, rimane uno degli episodi cardine del disco, dedicato al poeta e attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa, giustiziato in patria nel 1995 in un processo che destò scalpore. «La sua scomparsa mi segnò: era stato ucciso per lo sfruttamento delle risorse del Delta del Niger, era una vittima del capitalismo», racconta Pierpaolo. Che, ovviamente, più che limitarsi a un commiato scrisse un pezzo incazzatissimo, in cui la sua teatralità si esaltava fra sincerità e violenza verbale. Un pezzo impegnato, soprattutto, come tutto l’album: «In realtà credo di non aver mai firmato canzoni che non lo siano. Faccio testi autobiografici, ma proprio perché si parla di me sono zeppi di giudizi sulla società. Del resto la musica serve a cambiare il mondo, e questo sguardo critico l’ho imparato dai nostri cantautori». Anche perché, ascoltando quel suo parlato maleducato e magnetico, i riferimenti sembrano proprio quelli. «De Gregori, De André, Graziani: quando, dopo una giovinezza esterofila, scrissi i primi testi in italiano trovai un appoggio lì. Da bambino a casa ascoltavamo Radio Capodistria, dalla Jugoslavia, e quando mettevano musica italiana si trattava sempre di loro».

Certo fu spiazzante coniugare testi così con il noise rock, mantenendo un livello qualitativo e poetico tanto alto. Ma Capovilla aveva già sviluppato uno stile suo, a metà fra il parlato e il cantato eppure a distanza di sicurezza da Ciampi e da gruppi come C.S.I. e Massimo Volume. E A sangue freddo resta colto e ubriacone, elitario e umano, quasi a farsi carico dei mali del mondo per esorcizzarli fra declamazioni e distorsioni. Come succede in Padre nostro, una rivisitazione della preghiera in chiave Teatro: «Per quel pezzo fui accusato dai leghisti, ma ho un forte retaggio cristiano per quanto riguarda la fratellanza e la giustizia», racconta Pierpaolo. «Don Gallo la amava. Mi fece solo correggere la parola ‘vendetta’, che non riteneva cristiana: ai concerti mi sforzo di sostituirla con ‘giustizia’». Un momento di teatro-canzone che ritorna anche in Majakowskij, una cattedrale in fiamme dove il rock incontra gli scritti del poeta russo della Rivoluzione: «L’idea era prendere per i capelli la sua poesia e sbatterla in faccia la pubblico», dice sempre Capovilla.

L’unico attimo di discrepanza, fra bordate affilate come Due e Il terzo mondo, è Direzioni diverse, un brano intimo e nostalgico con arrangiamento elettronico di Sir Bob dei Bloody Beetroots. «Del cantato tenemmo la prima registrazione» ricorda Favero «su una musica che avevo scritto in una nottata. Ma l’arrangiamento in studio non ci convinceva, così sentimmo Sir Bob, uno molto distante da noi. Osammo entrambi: lui si innamorò della canzone, inserì archi e cassa dritta e ci convinse». Una piccola rivoluzione, che rallenta l’impeto senza sciogliere la tensione. E che, per questo, non stona minimamente lì in mezzo.

Dopo dieci anni, in ogni caso, cos’è rimasto della rabbia di A sangue freddo? «Disillusione. E disinteresse diffuso», sospira Capovilla. «Eppure ci sarebbe bisogno di prendere posizione. Parlo agli artisti del nazionalpopolare, che hanno delle responsabilità: perché, per esempio, nessuno ha aperto bocca sullo scivolamento a destra del governo gialloverde? La mia unica speranza sono i giovanissimi, la generazione di Greta». Insomma, la solita storia: nel disco c’è È colpa mia, un mea culpa di Pierpaolo sulla battaglie a metà dalla sua generazione. «Avremmo dovuto lottare di più, io stesso per un periodo mi ero allontanato dalla politica. Ma il futuro non è nel disinteresse».

«Non so se c’è un’eredità di A sangue freddo», mi spiega Favero. «Sicuramente il messaggio è rimasto nell’aria, e sono contento che i giovani oggi facciano musica, rap o trap che sia. Però mi auspico anche un qualcosa di più hardcore, che svegli le coscienze». Qualcosa come il Teatro degli Orrori, viene da pensare. «Siamo stati l’ultimo gruppo rock italiano a nascere prima che tutto cambiasse», racconta sempre il bassista. «Avessimo aspettato un paio d’anni non sarebbe andata così, ma molto peggio».

Dopo A sangue freddo, la band pubblicherà infatti altri due dischi di cui andrà orgogliosa (Il mondo nuovo e l’omonimo Il teatro degli orrori), ma che non avranno lo stesso impatto di critica e pubblico dei primi. Poi, a partire dal 2017, si perderà fra progetti solisti e silenzio. E se della rabbia del 2009, di quei concerti piccoli e sudatissimi, di De André che incontra i Jesus Lizard, sono rimaste le ceneri, allora il Teatro è stata soprattutto un’illusione. Un’illusione, però, a cui è stato bello e giusto partecipare. Penso sia chiaro, arrivati a questo punto.

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