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Delmoro, l’architetto che scrive tormentoni pop

Dentro a ‘Lanthimos’, di cui potete vedere qui il video in anteprima, il cantautore ha messo l'ironia di Battiato, un po' di Battisti, un riferimento al regista di ‘The Lobster’. «Nelle canzoni misuro la distanza tra gli esseri umani»

Delmoro

Il tormentone è un flâneur sonoro, una struttura autodesiderante che rincorre sé stessa, scalpitante. Al tormentone di noi non importa, ci stringe, ci avvinghia e cammina da solo, parla con sé stesso rimbalzando nei passages dell’estate. Un miracolo di seduzione che si consuma velocissimo ma con la vocazione intima del ripetersi, di riemergere: tarlo all’orecchio che però non ci chiede nulla.

Quanto spesso accade, ormai, di essere letteralmente tormentati da un tormentone ben oltre il gioco della sua struttura e, piuttosto, per via di parole e ritornelli che sfuggono al senso e al buon gusto? Di strofe, poi, non parliamo neppure… Sempre più, andando avanti con la propria storia, il tormentone estivo ha perso di valore lirico, poetico e musicale, dal Sapore di sale di Paoli e pure dal Peperone di Edoardo Vianello (entrambi arrangiati da Ennio Morricone) di tempo ne è passato, per non parlare di Acqua azzurra acqua chiara dove, ben oltre i paraparapàppa, si consumavano gli estremi di una vera e propria vicenda, di un racconto dotato pure di una certa complessità.

E allora che bello trovarsi in quest’estate 2020, dopo mesi di uscite poche, ballerine, spesso dal gusto opinabile e figlio delle forzature del lockdown e dell’inevitabile (?) retorica annessa, un potenziale tormentone di tutto rispetto per il quale si possa spendere la parola ‘bello’ in modo alto e profondo, un pezzo che si muove tra 90s, pop-funk, un côté sonoro di evidente ispirazione battistiana sempre a cavallo tra sensualità disco e una precisa eleganza d’autore con il chiaro desiderio di raccontare una storia e un sentire che facciano atmosfera, certo, estate, com’è giusto che sia, ma che definiscano pure un racconto, un piccolo viaggio introspettivo relazionale insieme immediato e stratificato, mai banale.

Lanthimos di Delmoro è uscita il 15 luglio ed esce nuovamente domani con un video che, sulla scia del precedente Dove siamo finiti girato a Villa Mainardis (ideata da Marcello D’Olivo a Lignano Sabbiadoro), porta il musicista-architetto nell’incredibile Villa La Saracena di Luigi Moretti che si trova invece a Santa Marinella sul litorale romano: «L’architettura è spesso teatro delle mie canzoni», ci racconta il musicista, «in fondo quando si pensa a un ricordo, a un sogno, l’architettura c’è sempre in forma di spazio: stanze, piazze, strade. Avendo una formazione da architetto, semplicemente tendo a essere più specifico quando ricordo certi spazi, o quando ne creo di nuovi per aiutarmi a definire meglio l’atmosfera della canzone. Poi nei video cerco di rappresentarla visivamente, perché in fondo è anche divertente, oltre che un privilegio quando, come in questo caso, si tratta di spazi non molto accessibili».

Lanthimos prende il suo nome dal registra Yorgos Lanthimos (di cui in molti ricorderanno il film The Lobster) dai suoi lavori dove si indaga in modo segreto e spesso anche parzialmente criptico sulle sospensioni amorose e relazionali, sul rapporto tra singoli e sulla comunicazione tra essi. Lanthimos però, ci racconta sempre Delmoro, è una parola che, a partire dal piano sonoro, suggerisce anche qualcosa di più: «Il titolo Lanthimos è nato per gioco, mi piacciono molto le parole che con il loro suono ti portano in un posto, e con il loro significato in un altro, come è stato per il titolo del mio EP, Balìa. Così uno che non conosce il riferimento si può aspettare un’isola greca al tramonto, e invece è un regista criptico e complesso. La citazione nel verso del ritornello voleva essere una nota di ironia per sottolineare l’atmosfera cinematografica del brano e per prendermi anche in giro, un po’ alla Battiato».

E come il cantautore siciliano, anche il musicista friulano sceglie una via pop intelligente, che sfugge alle facilonerie contemporanee e ad ammiccamenti informi, per raccontare la relazione umana che si muove tra l’espressione all’esterno e l’introspezione, l’interiorità, l’intimità. Il pezzo, nato prima del lockdown, ha trovato così una nuova vita dopo una fase storica e interiore in cui la relazione con la propria intimità e con la riflessione circa i rapporti con l’altro è, volente o nolente, diventata centrale per ognuno di noi. «Ho scritto Lanthimos a gennaio, che per me è sempre stato un mese no, un inizio che non parte, un lunedì troppo lungo. Riascoltandolo ora però sembra scritto apposta per il finale di questa quarantena, come del resto buona parte delle mie canzoni precedenti. Perché la distanza tra gli esseri umani, in tutte le sue accezioni possibili, è una cosa che mi interessa da sempre, come proviamo ad arginarla, spesso in modo goffo, o in modo tenero, per poi rivendicarla come nostro diritto. Detto questo, devo dire però che Lanthimos è soprattutto voglia di vita, quella che provavo a gennaio e quella che provo ancora di più ora».

Lanthimos è il primo brano di un album in lavorazione, il secondo di Delmoro dopo Il primo viaggio e dopo l’EP Balìa, nonché prima uscita lunga con Carosello Records. «È sempre molto bello poter pensare a un’evoluzione di suono che interessi un album intero, di cui Lanthimos è solo un’anticipazione, e poter giocare su diverse tinte. Al momento lo sto definendo nei suoi ultimi dettagli in scrittura e sono molto contento».

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