Viviamo in un’epoca curiosa: per anni il rock ha alimentato il mito dell’eterna giovinezza, salvo ritrovarsi oggi con i suoi protagonisti principali che hanno superato abbondantemente i 70 anni (e spesso anche gli 80) e che continuano a salire sul palco con una naturalezza che, più che sorprendere, dovrebbe ormai indurre a cambiare prospettiva. Parlare di rock geriatrico, espressione che ciclicamente torna fuori ogni volta che Rolling Stones, Deep Purple, Who o Neil Young pubblicano un disco o annunciano un tour, significa probabilmente osservare il fenomeno in modo sbagliato. La vera domanda non riguarda tanto la loro età, quanto la loro ostinazione nel continuare a creare. I Deep Purple, in questo senso, rappresentano quasi un unicum. =1 prima e oggi Splat! raccontano una band che continua a entrare in studio senza scomodare inutili paragoni con pietre miliari del passato (checché ne dica Ian Gillan).
Ne abbiamo parlato con Ian Paice, unico membro presente fin dagli esordi, e con il chitarrista Simon McBride, entrato in punta di piedi in un ruolo quasi impossibile da ricoprire, ma ormai perfettamente integrato.
Ogni vostro disco non suona mai come l’album di una band che guarda nello specchietto retrovisore. Da dove nasce questa voglia di continuare a scrivere nuova musica invece di vivere serenamente del passato?
Simon McBride: Perché il passato è già lì, essuno può portartelo via. Se provassimo a rifare Machine Head probabilmente verrebbe fuori un brutto disco e di certo non puoi metterti a programmare una cosa del genere a tavolino. Non puoi sederti e dire: oggi scriverò un pezzo come quelli del 1972. La musica non funziona così. Io ci ho provato tante volte anche da solo, pensando di scrivere qualcosa nello stile di un artista preciso, e dopo sei ore ti accorgi di non avere combinato assolutamente niente. La cosa più importante è entrare in studio con una pagina completamente bianca. Sono le canzoni stesse a dirti dove vogliono andare. Tu puoi soltanto seguirle. Se inizi a guardare continuamente indietro, finisci intrappolato nella nostalgia. Ed è esattamente quello che loro hanno sempre cercato di evitare e io con loro da quando sono arrivato.
Ian Paice: Naturalmente sappiamo benissimo cosa rappresentano certi brani per il nostro pubblico. Sarebbe assurdo salire sul palco senza suonare Smoke on the Water, Highway Star o altri pezzi che fanno parte della vita delle persone. Chi compra un biglietto ha il diritto di ritrovare anche quella parte della nostra storia. Ma un concerto vive proprio dell’equilibrio tra passato e presente. Se credi davvero nella musica che stai scrivendo oggi, devi avere il coraggio di metterla accanto ai classici. Altrimenti significa che nemmeno tu ci credi fino in fondo.
Come per ogni vostro nuovo album, le prime domande si pongono quando viene annunciato il titolo. Questa volta si tratta di una parola onomatopeica, Splat!. Cosa sta dietro a questo rumore?
Paice: Come succede quasi sempre, il titolo è nato da Ian Gillan. Sai quanta attenzione mette ogni volta in questa cosa e quanto ogni titolo possa avere più chiavi di lettura. È lui quello che nella band prende appunti continuamente, osserva una scena, sente una frase, legge qualcosa e costruisce piccole storie. Magari in quel momento non sono ancora canzoni, ma idee che prima o poi trovano una forma. In questo caso tutto parte da un’immagine molto semplice. Stai guidando d’estate, un insetto colpisce il parabrezza e… splat! Per te è un dettaglio insignificante, per quell’insetto è la fine della realtà che conosceva. Ian ha iniziato a chiedersi se un giorno qualcosa di simile potesse riguardare anche noi. Da quando è nato Ian, la popolazione mondiale è passata da circa due miliardi e mezzo a otto miliardi di persone. È un modello destinato a durare per sempre? Forse arriverà un momento in cui questa realtà finirà, ma questo non significa necessariamente la fine di tutto. Potrebbe semplicemente essere l’inizio di qualcos’altro. È un pensiero sorprendentemente ottimista. La parola splat sembra evocare una conclusione violenta, invece racconta quasi una trasformazione, la fine di una realtà e l’apertura di un’altra.
Da fuori si ha spesso l’impressione che entriate in studio con le idee già perfettamente definite. Ascoltandovi parlare, invece, pare un processo molto più spontaneo.
Paice: Infatti è così. Più che spontaneo direi quasi imprevedibile. Quando iniziamo a scrivere non abbiamo praticamente nulla. Qualcuno arriva con un riff, qualcun altro con un’idea ritmica. Roger magari propone una linea di basso, Don un giro di accordi. A quel punto succede una cosa bellissima. Uno inizia a suonare e aspetta la reazione degli altri. Se nessuno si unisce, probabilmente quell’idea non è abbastanza forte. Magari qualcuno va a prendersi un caffè e capisci immediatamente che quel seme non crescerà. Se invece gli altri iniziano spontaneamente a entrare nel brano, allora significa che è successo qualcosa. Quell’idea ha acceso l’immaginazione della band. Mi piace pensare alle canzoni come a dei semi. Li pianti e aspetti di capire cosa succederà. Alcuni muoiono quasi subito. Altri diventano alberi enormi. Nessuno può prevederlo. La parte magica è questa: al mattino entri in sala prove senza niente, la sera esci con una canzone. Ma non esiste alcuna garanzia: potresti anche uscire senza avere scritto una sola nota degna di essere conservata. Con Splat! siamo stati incredibilmente fortunati. Ogni giorno quei piccoli semi continuavano a crescere. Alla fine avevamo più di 20 brani. A quel punto il problema non era più scrivere, ma scegliere.
Bob Ezrin è ormai una presenza costante nei vostri ultimi dischi. Difficile immaginarvi senza di lui da qui alla fine.
McBride: Credo sia esattamente così. Bob ormai conosce il funzionamento della band quasi quanto noi. Sa come ragioniamo, sa quando spingerci e quando invece lasciarci respirare. Sul primo disco che abbiamo registrato insieme stava ancora imparando a conoscere anche me, il mio modo di suonare, il mio carattere. Stavolta tutto è stato molto più naturale.
Ian Paice: Un grande produttore non si limita a registrare quello che succede in studio. Riesce a tirare fuori il meglio da ogni musicista. Bob possiede questa capacità. Ti ascolta, ti osserva, capisce come reagisci e trova il modo di portarti un passo più avanti. E poi ha una qualità che adoro: ha l’entusiasmo di un ragazzino. Ha lavorato con Alice Cooper, Lou Reed, Pink Floyd, Kiss… potrebbe tranquillamente vivere di rendita, invece continua a cercare nuova musica con la curiosità di uno che ha appena iniziato questo mestiere. La cosa più importante che Bob porta in studio, però, è un’altra: ci impedisce di perdere tempo. Può sembrare poco, ma è un talento enorme. I musicisti sono convinti di poter migliorare continuamente quello che hanno appena registrato. «Fammi fare un’altra take», «Posso rifarlo meglio», «Quella nota vorrei cambiarla». È una trappola nella quale siamo caduti tutti almeno una volta. Ricordo perfettamente i primi anni della band. Registravamo dieci take dello stesso pezzo convinti che l’undicesima sarebbe stata quella perfetta. Poi tornavi ad ascoltare tutto e ti accorgevi che le migliori erano la prima, la seconda o la terza. Perché lì dentro c’era ancora la sorpresa, l’eccitazione della scoperta. Ogni take successiva era magari più precisa, ma sempre meno viva. Bob questo lo capisce immediatamente. Dopo tre o quattro esecuzioni entra nella sala e dice semplicemente: «Basta. Ho tutto quello che mi serve. Passiamo alla canzone successiva». Sul momento ti verrebbe voglia di protestare. Poi ascolti il risultato e capisci che ha ragione lui. Un produttore serve anche a questo: a proteggere una canzone perfino dai musicisti che la stanno suonando. Quando sente che qualcosa non funziona non impone mai una soluzione. Ti prende, ti porta in regia, ti fa ascoltare il punto che lo convince meno e ti spiega il perché. A quel punto non è più una questione di ego. Diventa musica. E allora lo ascolti. Se chiami Bob Ezrin e poi ignori quello che ti dice, tanto vale non chiamarlo affatto.
Ian, tu sei l’unico collegamento con quello che furono i primi Deep Purple e l’unico ad averle viste davvero tutte. Come ti spieghi che dopo una decina di Mark la gente non vi definisca, come in altri casi, una cover band dei Deep Purple?
Paice: Ho una teoria a riguardo. Ci sono gruppi che vengono considerati alla stregua di cover band dopo aver cambiato magari un paio di formazioni. Il loro errore è non aver esagerato come noi (ride). A un certo punto è come se il cambiare continuamente formazione fosse diventato il nostro vero marchio. Pensaci: abbiamo cambiato diversi cantanti, cosa che in genere porta il pubblico a dire «non sono più loro». Abbiamo avuto uno dei chitarristi più iconici di sempre e siamo da più di trent’anni senza di lui. Avevamo Jon Lord. Abbiamo persino cambiato più volte sound. Pensa al periodo con Coverdale e Hughes o a quello con Joe Lynn Turner. Non so cosa sia, forse qualcosa di simile ai Black Sabbath. Ozzy era il cantante, fine. Però in mezzo c’è stata tanta roba stupenda.
Hai parlato di Turner, che ha cantato solo in Slaves and Masters. È stato quello il momento in cui capiste che Gillan era fondamentale quanto Blackmore?
Paice: Ne abbiamo parlato tanto con Jon Lord. Blackmore era sempre stato quello con una visione, un po’ come Page nei Led Zeppelin. Nessuno di noi poteva immaginarsi senza di lui e, inevitabilmente, in quella faida Ian aveva sempre la peggio. Ma lì abbiamo capito di avere sbagliato. Eravamo appena tornati a riempire le arene da headliner ovunque e quel disco, comunque a suo modo pregevole, non ci rappresentava per niente. Quando abbiamo richiamato Gillan, Ritchie l’ha presa malissimo e sappiamo tutti come è finita. Lui dava per scontato che avremmo deciso alla solita maniera. Invece se siamo ancora qui è grazie a quella scelta. Ritchie stesso ormai era su un altro pianeta musicale rispetto a noi.

Da sinistra, Ian Paice, Ian Gillan, Roger Glover, Don Airey, Simon McBride. Foto: Olaf Heine/Spin-go
Recentemente ho letto che Steve Morse è convinto che, nonostante la causa della sua uscita (la malattia e poi la scomparsa della moglie, ndr) qualcuno sia stato contento del suo allontanamento…
Paice: Partiamo da quello che dicevo prima. Ho parlato di Gillan, ma non ho dimenticato Steve. Senza di lui sicuramente non avremmo visto il nuovo millennio come band. Non voglio parlare per altri, ma se ha detto così sicuramente ha avvertito delle cose. L’unica cosa che posso dirti è che forse negli ultimi anni ci mancava un po’ l’elemento della semplicità e con gli ultimi album è evidente che sia stata recuperata. Poi sai meglio di me che le cose sono sempre molto più complesse rispetto a un comunicato stampa.
Simon, questo è il secondo album in studio con i Deep Purple. Si percepisce una naturalezza diversa rispetto a =1. È una sensazione corretta?
McBride: Assolutamente sì. Il primo disco è coinciso inevitabilmente con un periodo di adattamento. Non tanto dal punto di vista musicale, quanto umano. Dovevo capire come ragionavano Ian, Roger, Don, come comunicavano tra loro, perfino il modo in cui costruivano una discussione musicale. Oggi tutto questo succede in maniera spontanea. So già come reagirà Ian davanti a una certa idea, Roger intuisce quello che proverò a fare con la chitarra, Don spesso anticipa armonicamente la direzione che stiamo prendendo. È una specie di linguaggio che si costruisce col tempo. Ed è proprio quel tempo trascorso insieme a rendere tutto più semplice.
Ian, che effetto ti fa pensare di essere l’unico sopravvissuto di quelli che vengono considerati i più grandi batteristi di sempre?
Paice: Onestamente, se penso ai migliori batteristi di sempre mi viene in mente gente come Buddy Rich e Gene Krupa, poi sicuramente Ginger Baker e Mitch Mitchell. So che parli forse più in particolare di me e John Bonham e Keith Moon, ma anche in quel caso siamo stati importanti per motivi anche molti diversi. La nostra fortuna è stata quella di poter sperimentare su una tavolozza ancora da riempire, quindi non è stata solo una questione di talento. E poi penso anche a Phil Collins o ad altri con cui apparentemente la distanza musicale era maggiore. È davvero difficile. Certo, avrei preferito quella concorrenza per molti più anni e la mia unica paura è quella di trasformarmi in un pezzo da museo, un animale da preservare o cose del genere. Me la cavo ancora senza bisogno di protezione (ride).
Siete tornati a registrare a Nashville a distanza di due album. Passano gli anni ma continua a preservare quell’aura da paese dei balocchi per musicisti?
Paice: Sì, siamo tornati a registrare nel nostro studio preferito di Nashville, un altro elemento che ha fatto una grande differenza. La volta precedente avevamo dovuto lavorare in un altro posto perché lo studio era stato chiuso. Era un buon ambiente, certo, ma non aveva la stessa anima. Poi Keith Urban ha acquistato quello studio e, grazie ai rapporti con Bob Ezrin, ci ha permesso di tornarci. Può sembrare un dettaglio tecnico, invece cambia completamente il modo di suonare. Quando colpisco un tamburo voglio sentire la stanza rispondere. Voglio che il suono si apra, che riempia l’aria. Se invece il colpo muore immediatamente, mi passa quasi la voglia di continuare. Ho imparato presto che uno studio registra anche l’entusiasmo con cui suoni gli strumenti.
Ascoltando Splat! colpisce soprattutto una cosa. Non sembra il disco di una band che continua a suonare perché deve difendere la propria leggenda. Sembra il disco di musicisti che hanno ancora voglia di scoprire qualcosa. È questa la vera forza dei Deep Purple?
Paice: Credo di sì. E penso che dipenda dal fatto che nessuno di noi ha mai smesso di suonare davvero. Quando sei giovane puoi permetterti di fermarti un anno intero. Hai 22 anni, riprendi in mano lo strumento e dopo qualche giorno tutto torna come prima. A 77 non funziona più così, se ti fermi troppo a lungo, i muscoli invecchiano. E i muscoli, purtroppo, non tornano giovani. Per questo continuo a suonare anche quando i Deep Purple sono fermi. Faccio piccoli concerti, suono con cover band, salgo comunque su un palco. Perché il palco è l’unico posto dove puoi mantenere allenato tutto quello che serve a fare questo mestiere: il corpo, la testa, i riflessi, l’energia. Il tempo è molto crudele. L’unica cosa che puoi fare è impedirgli di vincere… Finché puoi.
McBride: È la lezione più importante che ho imparato da loro: non fermarti mai. Vale per la musica, vale per la voce, vale per la chitarra, vale praticamente per tutto. Anche se ho qualche anno in meno di Ian, se smetto di suonare per tre settimane, quando riprendo in mano la chitarra me ne accorgo immediatamente anche io. Ci vuole tempo per ritrovare le sensazioni.
L’ultima domanda è inevitabile. Dopo oltre mezzo secolo di storia, continuate a parlare del prossimo disco come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Paice: Perché è esattamente così. Ogni volta che finiamo un album speriamo di avere ancora un’altra occasione. Non facciamo programmi a dieci anni, chiaro, ma pensiamo al prossimo disco, al prossimo tour, alla prossima canzone. È l’unico modo che conosco per continuare a fare questo lavoro. Se inizi a vivere soltanto dei ricordi, hai già smesso.
Alla fine dell’intervista Ian Paice sorride mentre saluta. Poco prima aveva parlato della continua partita a scacchi con il tempo e, in qualche modo, con la morte. Forse è questo il vero segreto dei Deep Purple: non ignorare il tempo, non fingere che non esista, ma costringerlo ogni sera a inseguirli ancora per qualche chilometro. Dopo quasi sessant’anni di carriera, viene il sospetto che la partita sia ancora apertissima.














