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Debbie Harry: «Non sono ancora morta»

Ora che ha pubblicato la sua biografia ‘Face It’, la cantante dei Blondie può riflettere sulla sua vita, su quello che ha imparato da Andy Warhol, sul suo rapporto con Chris Stein e su come è sopravvissuta agli anni '70

Debbie Harry

Foto: Brian Cooke/Redferns

Quando, all’inizio di quest’anno, Debbie Harry ha annunciato a Rolling Stone che avrebbe pubblicato l’autobiografia Face It, ha spiegato che il libro avrebbe raccontato “il modo in cui i Blondie sono sopravvissuti per tanto tempo, dal mio punto di vista deformato”. Il libro, in realtà, si è rivelato ancora più illuminante.

Harry dice di aver sempre considerato Blondie un personaggio da interpretare. Adottata quando aveva sei mesi di vita, la cantante si poneva domande sulla propria identità mentre passava dalla sua prima band hippie, i Wind in the Willows, alla più clamorosa storia di successo del CBGB, i Blondie. Nel frattempo, si è calata acidi con Timothy Leary, ha beccato Patti Smith mentre cercava di rubarle il batterista, è sfuggita al serial killer Ted Bundy (la storia è stata smentita e lo ammette lei stessa), ha portato eroina nell’ospedale dov’era ricoverato il fidanzato di allora, il chitarrista dei Blondie Chris Stein, ha descritto in modo vivido il pene di David Bowie, è uscita con il mago Penn Jilette, tra le altre avventure. Il libro è scritto in modo divertente e colloquiale e lascia intendere che le storie che racconta hanno risvolti che non condivide.

“Ho cercato di scrivere una cosa interessante”, dice al telefono dalla sua casa nel New Jersey, nel corso di una conversazione in cui racconta la sua vita oggi, dopo il libro. “Non m’interessava scrivere di questo o di quel tour e nemmeno delle tante persone che ho incontrato. Volevo che fosse un po’ personale e un po’ stravagante. Penso di esserci riuscita, almeno in parte. Mi ha anche aiutato a sistemare alcune cose, dentro di me”.

Cosa hai imparato su te stessa scrivendo il libro?
Col passare del tempo le emozioni sono scemate, si tratta di storie ed eventi che dentro di me non più vividi come una volta. Adesso è più facile parlarne. Devo aver già fatto migliaia di interviste, avere la mia versione di queste storie mi dà una sensazione di chiarezza.

Hai avuto problemi a scrivere di qualcosa?
No, non direi. Per certi versi, è stata la chiusura di un periodo, una cosa di cui tutti abbiamo bisogno a volte. All’epoca sembrava una buona idea. Come dice Chris, “è sempre meglio che farsi un tatuaggio in faccia”.

La maggior parte delle cose sono meglio che farsi tatuare la faccia.
(Ride) Lo so. Ok, sono contenta di avere scritto il libro.

Una cosa che mi ha colpito del libro è quando racconti Blondie come un personaggio androgino. È un aspetto che fan e critici hanno colto?
Forse l’hanno colto inconsciamente, forse non hanno capito che cosa li affascinava di preciso, da che cosa erano attratti. Oggi la sessualità rappresenta un modo per dichiarare apertamente chi sei. Ai tempi dei Blondie mi vestivo da ragazzino, ma in un modo che mi faceva sembrare carina. Sembravo un ragazzo mod, o qualcosa del genere. Altre volte mi mettevo in mostra, qualunque cosa avessi da mostrare. Ci sono state varie fasi, diciamo. Blondie era un personaggio, ma alla base c’ero io.

Sei stata adottata. Nel suo libro, Liz Phair dice che il fatto di essere stata adottata l’ha indirizzata verso un lavoro di tipo creativo. È così anche per te?
Non ho letto il suo libro, ora che lo so lo farò di sicuro, ma la risposta è sì. Il fatto di essere adottata mi ha spinta a cercare di capire me stessa, essere un’artista mi ha dato la voglia e la libertà di farlo. Se mi fossi sposata e avessi messo su famiglia non avrei avuto la possibilità di farlo. Quindi sì, probabilmente ha ragione.

Hai incontrato gente interessante. Che cos’hai imparato da Andy Warhol?
Mi ha insegnato ad ascoltare, una cosa molto utile. In più, non era uno incline a giudicare le altre persone. Per quel che so, teneva la mente aperta. Era curioso ed è una gran cosa. Mi piacerebbe avere passato più tempo con lui. Non eravamo esattamente amici, eravamo buoni conoscenti, ecco.

Nel libro spieghi dell’ispirazione per Rapture. Nel tour dell’estate scorsa coi Blondie facevi Old Town Road di Lil Nas X. Che cosa ti piace di quella canzone?
L’idea di rifarla è di Chris così come è stata di Chris l’idea di Rapture. Il fatto che facessimo rap all’epoca era una cosa controversa, era una forma nuova e il nostro era un omaggio. Era uno strano crossover. Anche Old Town Road lo è giacché mischia rap e country. Diciamo che c’è un parallelismo fra le due canzoni.

In uno dei passaggi più sorprendenti del libro scrivi della malattia di Chris, una patologia della pelle chiamata pemphigus vulgaris, e di come nei momenti di maggiore difficoltà gli portavi l’eroina in ospedale. Come ti senti, ora che gli dai le tue medicine?
Mi sentivo costantemente a un passo dall’esaurimento nervoso. Eravamo pressati dall’agenzia delle entrate e la nostra situazione economica stava crollando. Eravamo davvero, davvero stressati, e credo che questo abbia peggiorato la malattia di Chris. Non sapevo se portargli l’eroina fosse la cosa giusta da fare, ma è quello che è successo ed è così che l’abbiamo superato. Adesso posso dire che c’è stato un momento in cui pensavo che la droga fosse divertente, ma alla fine non è stato proprio così (ride).

In ospedale nessuno si è preoccupato di quello che facevi?
Non so, ma se l’hanno fatto magari pensavano andasse bene così. Insomma, la malattia di Chris non era uno scherzo. Credo fosse molto dolorosa.

Quand’è l’ultima volta che hai fatto uso di droghe? 

Non lo so, dovrei sedermi un attimo e pensarci bene.

Certo, capisco. Come avete fatto a continuare a collaborare così bene nonostante la vostra storia d’amore fosse finita? 

Non lo so. Non penso che avrei potuto fare i Blondie senza Chris. Ci aiutiamo a vicenda in molti modi diversi. Credo sia un po’ il mio braccio destro. Mi fido di lui, per qualche ragione. Credo abbia una mente brillante, è una persona splendida. Ci completiamo. E sai, (ride) non so se credi nell’astrologia, ma da quel punto di vista siamo diametralmente opposti. Lui è un Capricorno, è nato il 6 gennaio, e io il 1° luglio. Siamo molto bilanciati.

Nel libro parli schiettamente di sesso e droga. Ora che è uscito e il pubblico ne sta parlando, c’è qualcosa che avresti voluto omettere? 

Beh, a volte vorrei non aver fatto alcune delle cose che ho fatto (ride). Ma no, scrivere mi ha aiutato a chiudere il cerchio. Non mi piace sprofondare sulla strada dei ricordi, ma forse ora la gente smetterà di farmi certe domande, perché finalmente potrò rispondere: leggi il libro (ride).

Nelle ultime interviste che hai rilasciato hai parlato a lungo del movimento #MeToo e di cosa hai provato quando hai subito violenza sessuale. Hai detto che eri più arrabbiata per le chitarre che l’assalitore ti ha rubato che per la violenza. Credi che chi parla di queste cose si ponga le domande sbagliate? 

Beh, sono cose che ho scritto io. Un libro è un resoconto piuttosto breve di una vita, non credi? Ho tante altre storie da raccontare. Ma credo che guardando le cose da una certa distanza quelli fossero gli eventi centrali della mia esistenza. Nelle interviste ho detto che non sono mai stata picchiata. Sono stata umiliata e violata, ma non mi hanno picchiata. E credo che quando si picchiano le donne – o gli uomini, o chiunque altro – si entra in un territorio psicologico completamente diverso. Buon sesso, cattivo sesso, tutti abbiamo avuto le nostre esperienze. Una delle cose più toccanti di quell’evento è che, dopo, Chris era tenero. Non mi ha rifiutato, mi ha consolato. Era lì per me in quanto amico e fidanzato. Cosa avrei potuto chiedere di più?

Non ti dà fastidio che la gente cerchi di dirti quali sentimenti dovresti provare rispetto a queste cose?
Mai (ride). No, sono molto più testarda di così. Insomma, suono in una band rock (ride). Sono stata criticata per tutta la carriera, che ora è piuttosto lunga. Siamo seri, dai.

In alcuni articoli i giornalisti hanno aggiunto i loro commenti in calce alle tue dichiarazioni. Ma non dovevi essere tu a raccontare la tua storia?
Sì, ma che diavolo? Quando ti succede qualcosa hai una scelta: puoi farti travolgere o ignorare i residui e liberartene. È una cosa che ho imparato da una mia amica tanti, tanti anni fa. Stavamo parlando e ha casualmente fatto riferimento a una cosa orrenda che le era successa. Ha detto: “Beh, ci ho pensato dieci minuti e poi l’ho superata”. Ricordo di aver pensato: “Mio dio, ma come può fare una cosa del genere? Come può provare quelle sensazioni e poi schioccare le dita e liberarsene?”. In realtà, possiamo farlo. Siamo in grado di farlo; è una questione di scelte. Una risposta emotiva, una forte risposta emotiva è tossica tanto quanto le droghe, perché è una droga. È una reazione chimica. E la gente vive soffrendo a causa di questa reazione chimica, e continuano a cercarla ancora e ancora. Ma puoi controllarla. Non è facile, ma si può.

Forse la tua storia può aiutare chi cerca di andare avanti, chi vuole voltare pagina…

A volte, quando faccio un’intervista, mi sembra di scrivere un romanzo d’appendice, come Le avventure di Paolina o un qualche tipo di guida alla sopravvivenza per la donna moderna. E per certi versi il mio libro è così, una guida alla sopravvivenza. È così che sono sopravvissuta io. Che altro posso dire?

Hai anche scritto del rapimento di Ted Bundy e della tua fuga, e hai aggiunto i resoconti di chi ha cercato di smontare la tua storia. Hai anche detto di non credere alle ricostruzioni, che hai un ricordo vivido di quella sera. Non ti fa star male chi dubita del tuo racconto?
Sì, certo. Ma insomma, non ho le prove e non le hanno nemmeno loro. Stanno solo dicendo che hanno una vaga idea di dove fosse Bundy quella sera. L’unico elemento che ho aggiunto negli ultimi anni è la storia di una donna – era in Nevada o in Colorado, credo – che è riuscita a sfuggirgli. Quindi è possibile farlo. Le possibilità di scappare da un uomo come quello sono molto, molto basse. Ma se è successo a me e a questa donna, allora è possibile.

Beh, sono felice che tu sia uscita da quella situazione, a prescindere da come sia andata.

Oh, grazie. Sei uno dei pochi che ha detto così. Grazie mille.

Davvero? 

Sono seria. Nessuno mi dice: “Sono felice che tu ce l’abbia fatta”. Anche io sono felice. Grazie.

Scrivere il libro ti ha aiutato a riflettere sulla tua vita, e ora il pubblico sta soppesando le tue esperienze. Credi di aver avuto una vita felice, triste o una via di mezzo? 

Beh, a questo punto sento di aver vissuto esperienze davvero insolite. Ho fatto anche tante cose interessanti e sono molto fortunata a poter fare musica. Come dice Joe E. Brown alla fine di A qualcuno piace caldo, “nessuno è perfetto”. E nessuna vita è perfetta, non importa quanto possa sembrarlo da lontano, tutti hanno della merda da affrontare. Quindi non so. Ho vissuto momenti molto, molto felici e altri di grande confusione. In qualche modo continuo ad andare avanti, non so se per testardaggine o stupidità. Nessuna vita è solo felice o solo triste, non credi? È impossibile. Ma non è ancora finita. A volte mi sento come volessi dire a tutto il mondo: “Non sono ancora morta! Non sono ancora morta!”.

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