Home Musica Interviste Musica

David Sancious: «La sera in cui ho capito che Bruce Springsteen sarebbe diventato enorme»

Il telegramma di Peter Gabriel appena uscito dai Genesis, il tour di Amnesty International, la band di Sting: il tastierista e chitarrista della prima E Street Band racconta i momenti più importanti dei suoi 50 anni di carriera

David Sancious

Foto: Chris McKay/Getty Images

Se l’intera carriera musicale di David Sancious fosse confinata agli anni tra il 1972 e il 1974, sarebbe comunque nella Rock and Roll Hall of Fame. In quanto pianista originale della E Street Band è stato un elemento cruciale di Greetings From Asbury Park e di The Wild, the Innocent and the E Street Shuffle, per non parlare di una canzonetta chiamata Born to Run, ed è l’unico ad aver davvero vissuto sulla E Street, la strada che dà il nome al gruppo.

Nel 1974, quando ha lasciato la band, la sua carriera era appena iniziata. A settembre di quell’anno ha lanciato il suo gruppo fusion, i Tone. Da allora è diventato uno dei tastieristi più richiesti del mondo del classic rock, e ha suonato in tour con artisti come Eric Clapton, Jeff Back, Peter Gabriel, Sting, Jack Bruce e Jon Anderson degli Yes. Direttamente dalla spiaggia vicino alla sua nuova casa di Kauai, un’isola delle Hawaii, Sancious ci ha raccontato i momenti più importanti della sua carriera.

Pensavo fossi un tipo da Woodstock. Quando ti sei trasferito a Kauai?
Io e mia moglie ci siamo spostati qui permanentemente a gennaio.

So che il virus è appena arrivato alle Hawaii. Come vanno le cose lì? 

Abbiamo un tasso di mortalità abbastanza basso. Tutte le piccole isole sono considerate contee. Qui siamo nella contea di Kauai. Nell’Isola di Hawaii hanno avuto un po’ di casi, ma qui non siamo in lockdown totale. I ristoranti stanno aprendo con il distanziamento sociale. Non ci sono neanche lontanamente i turisti a cui siamo abituati. C’è solo la gente locale.

Quello che è interessante è che qui non ci sono quelli che vanno in giro a rivendicare il diritto di non mettere la mascherina, o i negazionisti. La gente sta facendo quello che gli è consigliato. Se vai in un negozio, metti la mascherina. Se sei in spiaggia, ti lasciano in pace. Adesso sono qui, in auto, e parlo con te.

Vorrei che parlassimo di alcuni momenti chiave della tua vita. Quando hai iniziato a suonare? 

Avevo 6 anni. Quell’estate ci siamo trasferiti da Asbury Park a Belmar. Nella casa che i miei hanno comprato c’era un pianoforte verticale. I vecchi proprietari l’avevano lasciato lì. Mia madre era un’ottima pianista, suonava musica classica e stavo a guardarla affascinato. Ho iniziato così.

Quali erano i tuoi eroi musicali?
Jimi Hendrix è il numero uno. Mi piaceva anche molta musica inglese e la scena folk, ascoltavo molto Dylan. È incredibile. Anche i Cream erano tra le mie band preferite, e i Led Zeppelin. Quando ero giovane ascoltavo di tutto. È più facile dire che cosa non mi piaceva. Tutto mi ha influenzato.

So che l’avrai già fatto decine di volte, ma puoi raccontarmi la storia del tuo primo incontro con Bruce Springsteen?
Era estate e avrò avuto 15 anni. C’era un club ad Asbury Park si chiamava Upstage. Andavo lì a piedi o in autostop, era a otto chilometri da casa. Volevo conoscere tutte le novità musicali. Una sera arrivo lì e inizio a salire le scale – il locale era in cima a un palazzo di tre piani. Bruce e Garry Talent erano in cima a organizzare una jam session. Conoscevo Garry da un paio di mesi, eravamo finiti a suonare nelle session di un tizio. 
Salgo le scale, vedo Garry e lui mi presenta Bruce. Era già famoso nella zona, ma io non l’avevo mai incontrato. Mi ha chiesto di suonare in quella jam session. Tutto qui. Credo di aver suonato per tre ore senza mai fermarmi.

Cosa ti ha colpito di Bruce? 

Era famoso prima che diventasse per tutti Bruce. Era noto come uno dei migliori chitarristi della zona. Suonava di tutto, dal blues all’heavy metal. E in più, si rifiutava di suonare cover di altri musicisti. Ha sempre scritto. Suonava solo canzoni originali nei bar. Era una cosa estremamente rara all’epoca. Non lo faceva quasi nessuno.

Eri sul palco con Bruce anche nel 1971, quando ha incontrato Clarence Clemons. Cosa ricordi di quella sera?
(Ride) È divertente. Sembra un film, o una canzone. Era una serata di pioggia estiva, era già buio. Quel tizio entra nella stanza. Il punto, con Clarence, è che era gigantesco. Era davvero un omone. Il suo soprannome Big Man non è venuto fuori dal nulla. Aveva una presenza impressionante. È salito sul palco e ha iniziato a suonare il sax. Nessuno lo faceva come lui. Sembrava King Curtis e tutti i grandi sassofonisti r&b. È stata una grande serata.

È venuto fuori dal nulla. Non l’avevo mai incontrato. Sapevo che aveva suonato in una band della zona, ma non l’avevo mai visto dal vivo. È stata una serata particolare, da sconosciuto è diventato…

Ho sentito varie versioni di quella storia. Per quanto ricordi tu, è vero che sono saltati i cardini della porta?
(Ride) Non lo sapevo. Forse ero da un’altra parte. Non so.

Nel suo libro Clarence ha scritto che venivano sempre a prenderti prima dei concerti, perché eri spesso in ritardo. Passavano un sacco di tempo in macchina ad aspettarti, fermi nella E Street. Dice che il nome del gruppo è nato così. È vero?
Non saprei. Una volta sono passati a prendermi e i miei non mi facevano andare via prima di aver finito la cena, quindi hanno aspettato fino alla fine. Non so il resto.

Adoro gli intrecci tra il tuo pianoforte e l’organo di Danny Federici, è chiaramente il suono che voleva Bruce…

Esatto. Riuscivamo a dare tante sfumature diverse, assolutamente.

Qual è il ricordo più forte delle session di Greetings From Asbury Park?
Fammi pensare. Il ricordo più chiaro di quel disco… ho ricordi più netti di The Wild, the Innocent and the E Street Shuffle. Ricordo che ci fermavamo per i concerti nei college. Di The Wild, invece, ricordo che eravamo tutti malati e non potevamo fermarci. Avevamo lo studio prenotato tutto il giorno, potevamo solo dormire. Clarence aveva la tonsillite. Io avevo una specie di raffreddore. Ricordo che se non lavoravamo o facevamo incisioni, c’era sempre qualcuno a dormire in regia.

Com’è nato il pianoforte di New York City Serenade?
Da un’improvvisazione. Bruce mi lasciava suonare quello che volevo nella intro della canzone. C’era un segnale, un arpeggio discendente, e lui capiva che poteva attaccare il pezzo. Quel giro è nato proprio dal fatto che mi lasciava tanta libertà creativa. È stato fantastico.

C’era delusione, nel gruppo, quando i primi due dischi non hanno avuto grande successo? 

Non proprio. Eravamo troppo impegnati a lavorare per essere delusi. Eravamo felici di poter suonare tanti concerti, soprattutto dopo il contratto discografico. Sono sicuro che tutti eravamo frustrati per cose diverse, all’epoca, ma ricordo soprattutto il lavoro. Ricordo che facevamo un sacco di concerti.

È stato tutto romanzato, ma sono sicuro che all’epoca dev’essere stato difficile viaggiare da un concerto all’altro, spesso in condizioni tutt’altro che ottimali e per una paga misera… 

Assolutamente. Era difficile. Ma è questo che ti rende un musicista migliore. Ti dà personalità. Getti le fondamenta per andare avanti.

Ricordi quando hai detto a Bruce che volevi lasciare il gruppo? 

Sì. Avevamo fatto sei concerti al Bottom Line di New York (nel luglio 1974), un locale che purtroppo non esiste più. Alla terza o quarta serata, un uomo dell’A&R di Columbia è venuto a incontrarmi perché aveva ascoltato una cassetta che avevo registrato in virginia due anni prima. È venuto nel backstage, si è presentato e mi ha chiesto se scrivessi ancora musica. Ha detto che voleva offrirmi del tempo in studio per far un’altra demo, e mi ha offerto un contratto.

Ho accettato. Mi hanno dato lo studio e ho fatto una demo. Dopo un paio di mesi mi hanno proposto un contratto. Quando è successo, ero a casa di Bruce. Viveva a Long Branch, di fronte all’oceano. Gli ho detto: sta succedendo, devo farlo adesso, devo mettere nella mia musica la stessa energia che metti nei tuoi dischi. È stato gentilissimo. Ha capito. Anzi, è ancora uno dei miei più grandi fan. Supporta tutto quello che faccio musicalmente.

Avevate appena registrato Born to Run. All’epoca quel pezzo ti sembrava speciale? 

Di speciale aveva la lunghezza e i cambiamenti che aveva affrontato Bruce. Scriveva canzoni epiche come Kitty’s Back, storie enormi. Musicalmente, però, tirava fuori solo gli accordi e faceva cose un po’ diverse da tutti. È stato difficile mettere tutto insieme e trovare il ritmo giusto. Voleva davvero che fosse un unico flusso, dall’inizio alla fine. Credo abbia scritto il testo quattro o cinque volte prima di decidersi.

Qualche mese dopo il tuo abbandono è finito sulle copertine di Time e Newsweek. Ti sei pentito? 

No, sapevo già tutto. Ero sicuro che Bruce sarebbe diventato famoso, era solo una questione di tempo. L’ho capito una sera in Texas. Di solito chiudeva i concerti con For You: la suonava da solo al pianoforte, senza la band. Era l’ultimo pezzo.

Quella sera suonavamo agli Armadillo World Headquarters a Austin, Texas, e il pubblico era fuori di testa. Abbiamo suonato tutte le canzoni che conoscevamo e non volevamo andarsene. Hanno acceso le luci del locale ma non è servito a niente, erano scatenati. Così Bruce è salito sul palco e suonato la sua versione acustica di For You. Il locale è sprofondato nel silenzio, potevi sentire il rumore di uno spillo che cade sul pavimento. Aveva il controllo totale del pubblico. È così che ho capito che sarebbe diventato grande com’è diventato.

Ma non mi sono mai pentito della mia scelta. Ero concentrato sulle mie cose. Non me ne stavo a casa a guardare il suo successo.

Andiamo avanti fino all’album e al tour con Jon Anderson, nel 1982. Dev’essere stato divertente reinterpretare tutti quei pezzi degli Yes… 

Sì. Non erano proprio i miei “eroi rock”, ma ero fan di band come Genesis, Yes, Gentle Giant, Emerson, Lake and Palmer, quel tipo di musica, la ascoltavo molto. Ho ricevuto una telefonata da Clem Clempson. Jon aveva lasciato gli Yes e voleva fare un disco solista, Animation. Credo che Clem avesse fatto il mio nome. Le session sono state interessanti, Jon non aveva pezzi completi, si affidava agli altri musicisti e voleva chiudere tutto insieme a loro. E ci siamo riusciti. È stato divertente suonare la musica degli Yes dal vivo. Abbiamo fatto un tour in America. Tutto qui.

Come sei finito a suonare nel tour di So di Peter Gabriel? 

Mi hanno telefonato dopo l’uscita del mio disco Forest of Feelings (nel 1975), forse un paio di mesi dopo. La mia etichetta di New York diceva di aver ricevuto un telegramma da Peter Gabriel. Aveva sentito il mio disco e voleva sapere se ero disponibile a suonare nel suo prossimo album. Era pronto a lasciare i Genesis e fare il solista. Stava arrivando a New York e aveva mandato quel telegramma… Mi viene da ridere solo a pensarci, quanto tempo è passato dai telegrammi? 

Comunque, l’ho incontrato. Siamo andati a Long Branch, in New Jersey, dove abitavo all’epoca. È venuto a casa mia. Peter aveva buste di carta piene di cassette e appunti, io avevo un piccolo pianoforte. Mi ha fatto sentire piccole versioni di quelle che sarebbero state le canzoni dell’album. Ci siamo capiti subito. È una persona fantastica.

Non abbiamo lavorato al progetto perché i tour con i Tone non ci permettevano di registrare insieme. Ma siamo rimasti amici. Ogni volta che Peter veniva in America ci mi invitava al suo concerto. Siamo andati avanti così per parecchio tempo. Poi, quando è uscito So (nel 1986), mi hanno telefonato per dirmi che Peter avrebbe cambiato band. Voleva cambiare tastierista e batterista. Così sono finito a fare le prove del tour. Il disco era già uscito.

Dev’essere stato speciale, quel disco stava esplodendo…

È stato un tour fantastico, uno dei migliori della mia carriera. Andavamo davvero tutti d’accordo. Non conoscevo Manu Katché, ma all’epoca era il giovane batterista più forte di Parigi. Erano persone grandiose con cui suonare musica, stare in aereo e in bus ogni giorno, andando in giro per il mondo. È stato grandioso.

Adoro l’approccio di Peter ai concerti. La sua produzione è su un altro livello. In quel tour, poi, aveva il budget giusto.
È stato davvero entusiasmante. Non ero mai stato in un progetto con tanta attenzione alle luci, al palco e a quello che indossi. È stato divertente ed educativo.

Poi nel 1988 avete fatto il tour di Amnesty International con Bruce e Sting…
È stato pazzesco. Abbiamo girato il mondo due volte in due settimane, qualcosa del genere.

Qual è il ricordo più bello di quell’esperienza?

Ne ho molti. Ricordo che avevano preso un 747 e si erano organizzati per far sì che le band e la crew viaggiassero insieme. Ricordo che tutti i voli finivano con una battaglia di cuscini. Prima dell’atterraggio il pilota diceva di allacciare le cinture e prepararsi, e noi partivamo con i cuscini. Succedeva sempre. È stato pazzesco.

Avete anche suonato in Africa. La maggior parte dei tour rock non arrivano lì…

Un altro momento importante. Non era la mia prima volta in Africa, ci ero già andato con Peter. Ma è stato speciale andarci con quelle persone. Io e Clarence abbiamo passato tanto tempo libero insieme, facevamo shopping e visitavamo i mercati. Poi siamo andati in qualche parco naturale, è stato bello.

Come sei finito nella band di Sting, dopo quel tour? 

Ho conosciuto Sting quando suonavo con Jack Bruce. Abbiamo fatto un programma televisivo tedesco, Rockpalast, e c’erano anche i Police. Siamo andati in studio per fare il soundcheck, e ci siamo accorti che i Police ci stavano fissando. Abbiamo finito e ci siamo presentati.

Jack Bruce è stato una grande influenza per Sting. Jack ha composto tanta musica e suonava il basso. Anche Sting era così. Si è presentato e siamo andati subito d’accordo, come con Peter. Ogni volta che i Police venivano in America e suonavano sulla East Coast, mi invitavano al concerto. Siamo andati avanti così per un po’. Poi, credo nel 1999, mi ha chiamato il tecnico del basso di Sting, Danny Quatrochi. Mi ha chiesto se fossi disposto a venire in Italia e registrare delle cose. Kenny Kirkland suonava il piano con Sting, ma non era disponibile e lui voleva finire. Mi ha chiesto di salire subito su un aereo e andare in Italia.

Ero davvero entusiasta. Ho accettato subito. Sono andato in Italia e ho finito tre o quattro canzoni di quello che sarebbe diventato The Soul Cages. Le session sono state fantastiche. Poi sono andato a Londra per suonare con Dominic Miller, Pino Palladino e Vinnie Colaiuta. Mi ha chiamato il manager di Sting e mi ha chiesto se volessi cenare con lui quella sera. Ho detto di sì.

Sono venuti a prendermi in studio, mi hanno portato in un ristorante di lusso e mi hanno chiesto di partire in tour per un anno. Ho detto di sì. Abbiamo fatto quattro anni di tour insieme.

Come sei finito di nuovo in studio con Bruce per suonare su Human Touch?
Grazie a una telefonata. Ero a Los Angeles, facevo una session per un altro musicista. Mi ha chiamato il produttore di Bruce e mi ha chiesto per quanto tempo sarei rimasto in città. Erano agli A&M Studios e volevano che li raggiungessi lì per suonare su un paio di canzoni. Alla fine sono rimasto altri due giorni, volevo restare con loro e rilassarmi. È stato divertente. Ricordo che abbiamo suonato Soul Driver e Real Man.

Erano sovraincisioni? 

Sì, ero in studio con Bruce, il produttore e Jon Landau.

Andiamo avanti: mi racconti com’è andato il tour con Eric Clapton? 

Ho lavorato per tre anni con Seal, un periodo fantastico della mia vita. All’epoca eravamo a Los Angeles. Avevamo finito Human Being e facevamo le prove per un tour mondiale. Era il 1999, qualcosa del genere. Ricevo una chiamata da Sting. Avevano appena pubblicato il film Lock and Stock e mi hanno invitato alla prima. Sono andato con mia moglie e abbiamo visto il film. Sono un grande fan di Guy Ritchie, ci siamo divertiti.

Poi c’era un classico afterparty hollywoodiano, ed è stato fantastico. A un certo punto Sting mi prende da parte e mi dice: «Stiamo per partire per un lungo tour. Hai finito con Seal? Puoi venire?». Io gli ho detto di no, avevamo già organizzato un tour di un anno.

Sting ha schioccato le dita e ha detto: «Cavolo, sapevo che sarebbe successo». Voleva davvero che tornassi a suonare con lui. Qualche mese dopo, appena dopo l’inizio del tour, l’etichetta ha mollato Seal. Hanno mollato la pubblicità e il supporto in radio. La voce è arrivata a tutti i promoter e tutti hanno chiesto di rinegoziare i contratti. Avevamo fatto tre o quattro concerti, poi ci hanno telefonato e ci hanno detto che era tutto cancellato.

Mi sentivo male per non aver… quello che voglio dire è che non è onorevole, neanche nell’industria musicale, dire: «Oh, ok. Scusa Seal, mi hanno appena offerto un tour con Sting, tanti saluti». Non è giusto. Non sono stato educato così e non è il modo giusto di lavorare. Ti fai una brutta reputazione.

Cosa è successo?
All’improvviso ero senza lavoro, a casa. Ricordo che all’epoca avevo ricevuto una telefonata e mi hanno offerto un tour con Eric Clapton. Voleva partire con l’orchestra e mi ha chiesto se volessi partecipare. Io ho detto di no perché ero impegnato con Seal. Sting era saltato. Poi è saltato anche Seal, ed ero a casa a cercare lavoro. Inizio a telefonare a tutti. Alla fine chiamo anche l’ufficio di Eric e dico a una segretaria che sono disponibile.

Tre giorni dopo mi ha richiamato Clapton in persona. Mi ha detto che l’altro tastierista non voleva lasciare la città perché aveva uno show in TV, qualcosa del genere. Mi ha proposto di suonare insieme e io ho accettato. Tutto qui. Siamo partiti dopo quattro mesi.

Come paragoneresti quel tour con quello con Jeff Beck, con cui sei partito qualche anno dopo? 

Quel tour è stato fantastico. Anche Jeff Beck mi ha influenzato molto. Quando ho iniziato a suonare la chitarra avevo tre eroi: Jimi Hendrix, Eric Clapton e Jeff Beck. Tutti gli altri venivano dopo. Suonavo i suoi dischi, all’epoca dei vinili. Riuscivo a seguirlo per quattro battute, poi dovevo tornare indietro e ricominciare. Alla fine, dopo ore, riuscivo a imparare quello che suonava lui.

Ero in tour in Italia con un’artista locale, Zucchero. Quel tour è stato difficile. Non ero molto felice, ma sarebbe finito presto. Mi avevano consigliato di farmi andare bene tutto e aspettare. A un certo punto, ricevo una chiamata dal manager di Zucchero. Mi dice che Jeff Beck voleva parlarmi. Era mattina, ora di colazione. Mi chiama e mi dice che stava per partire in tour, ma che il suo tastierista Jason Rebello non era disponibile. Mi chiede di partire con loro in Australia e Giappone.

Ho fatto il figo al telefono, ho chiesto i dettagli e sono stato professionale. Appena ho attaccato, sono saltato sul letto come un bambino. Ero così felice.

Com’è stato per te entrare nella Rock and Roll Hall of Fame con la E Street Band? 

È stato speciale, anche se mi mancava molto Clarence. È stato difficile. È stato ironico: sono entrato nella Hall of Fame con la E Street Band e ho suonato di nuovo con Bruce, è stato divertentissimo. Poi ho suonato con Peter Gabriel, perché è entrato quella stessa sera. Ho fatto due prove. In una stanza c’era la E Street Band, nell’altra Peter Gabriel. Due canzoni. È stato un grande privilegio. Grandioso.

Poi c’è stato il tour di Sting e Peter Gabriel. Sembrava fatto apposta per te… 

Sì. Assurdo. La cosa più divertente era stare con tutti e viaggiare insieme. È stato bello.

Quel tour è stato relativamente breve. Non siete andati in Europa o Australia, è stato sorprendente… 

Dovevamo andare in Europa, ma la moglie di Peter si è ammalata e dovevano pensare a cose piuttosto serie. Non voleva viaggiare e lasciarla sola.

So che ora sta bene, ma negli ultimi anni Peter non è più partito in tour. Mi piacerebbe rivederlo sul palco…
Anche a me. Mi piacerebbe partecipare. Ma quando potremo farlo? 

Credo nel 2022, forse 2023. 
Sembra proprio che sia così, amico mio. Pare che sia così.

Credo che il 2021 sia fuori discussione per i tour di certe dimensioni. 

Assolutamente. Dimenticateli per tutto l’anno. Non succederà.

Tornando al presente, raccontami come sei finito in Western Stars, di nuovo con Bruce…
Un’altra telefonata. Era estate. Ero a casa. Il produttore mi ha chiamato e mi ha chiesto di andare da Bruce per un paio di giorni. All’epoca ci separavano solo un paio d’ore di macchina. Sono andato a trovarlo e sono rimasto per un paio di giorni. È stato facile. Non lavoravamo tutto il giorno. Dalle 3 alle 6 del pomeriggio. È stato divertente. Ci sono state un paio di sovraincisioni, qualcosa con la batteria, la chitarra e il piano, come Drive Fast (The Stuntman). Quella l’abbiamo fatta dal vivo.

È un peccato non aver fatto un tour per quel disco. 

Gli ho detto: «Non so che piani hai per questo disco, ma se vuoi andare on the road mi piacerebbe farlo con te». Mi ha detto di sì, ma guarda dove siamo adesso.

In una vita alternativa, se fossi rimasto con la E Street Band non avresti vissuto tutte queste esperienze – Peter Gabriel, Sting, Jeff Beck, Eric Clapton – saresti rimasto legato solo a una cosa.
Esatto. Per questo non ho rimpianti, anche quando non avevo molto lavoro o molti soldi. Ma le cose succedono. Si evolvono.

Parliamo del tuo disco solista Eyes Wide Open: la copertina è molto politica. Rappresenta davvero lo stato in cui è il mondo adesso… 

Sì, è fatto apposta. Volevo immagini dei conflitti di tutto il mondo. L’audio della folla nella title track viene dalle proteste di Hong Kong. Guarda cosa succede lì. È molto serio. Altro che draconiano. Se apri la bocca contro il governo cinese ti portano via e non ti trova più nessuno. È assurdo. Non possiamo permetterlo. In quanto nazione non possiamo permetterlo.

Ti manca suonare dal vivo? 

Sì, non riesco a dire quanto mi manca. Devo controllarmi e non pensarci troppo, perché potrei deprimermi. Potrebbe non succedere più e non voglio pensarci. Ma per rispondere onestamente alla tua domanda, mi manca terribilmente. Mi mancano il cameratismo, la sensazione di stare con altri musicisti, guardarli negli occhi e avere quel contatto fisico. Mi mancano le prove. Mi manca il soundcheck. Mi manca tutto.

Chiuderei con un pensiero assolutamente casuale. Di recente ho sentito un bootleg della E Street Band del 1974, quando suonavate tu e Boom. Con lui alla batteria il gruppo è completamente diverso. Mi è piaciuto molto.
Ti dirò, l’unico rimpianto che ho con la E Street Band è di non aver registrato abbastanza con Ernest alla batteria. Quella line-up, con lui, Danny, Garry e Bruce, era una band davvero unita. Conosco il bootleg di cui parli. Sembravamo una big band. Eravamo incredibilmente affiatati, potenti. Sono totalmente d’accordo con te. Vorrei ce ne fossero di più.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  David Sancious