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David Rhodes, musicista e gentiluomo

Il rapporto con Peter Gabriel, il nuovo album e il tour dopo vent’anni, il ricordo di Battiato, la passione per le colonne sonore e la collaborazione con Enzo D’Alò per ‘Mary e lo spirito di mezzanotte’. Zoom-chiacchierata dalla sua casa nel Devon

Foto: Joseph Branston/Guitarist Magazine/Future via Getty Images

Anche quando si parla di musicisti, la parola gentleman è spesso abusata. A volte bastano un bel vestito e modi un po’ affettati e il gioco è fatto: la patente di gentiluomo non si nega quasi a nessuno. E poi ci sono quelli come David Rhodes. Lo storico collaboratore di Peter Gabriel parla con Rolling Stone su Zoom dalla sua casa nel sudovest del Devon. Accanto alla finestra, da cui si intravede una fitta nevicata, c’è un bel ritratto di donna dal sapore antico, che in qualche modo fa il paio con maglione di lana grezza indossato dal chitarrista, con un colletto fuori e uno dentro. Un’eleganza un po’ dégagé, come dicono i comunicati stampa delle case di moda. Ma non è questo a fare di lui un gentleman, bensì l’atteggiamento verso la musica che traspare dalle sue risposte. Da un lato non si mette mai al centro della scena, dall’altro comunica la propria felicità per aver contributo a realizzare quelli che, parafrasando una delle canzoni più belle di PG, erano solo sogni nella testa di qualcuno. Il session man gentiluomo riesce anche, con una risata aperta e sincera, a ridimensionare un’involontaria gaffe dell’intervistatore, disinnescando un imbarazzo che avrebbe potuto rendere il dialogo a dir poco difficoltoso.

Per riassumere tutto quello che ha fatto nella sua lunga carriera, Peter Gabriel a parte, ci vorrebbero pagine e pagine, e si rischierebbe oltretutto di dimenticare qualcosa di importante. Andando a memoria, e senza pretese di completezza, vengono in mente la sua partecipazione a The Colour of Spring dei Talk Talk (1986), Flowers in the Dirt di Paul McCartney (1989), Little Earthquakes di Tori Amos (1992) e alle 22 date londinesi che nel 2014 segnarono l’addio alle scene di Kate Bush. Per restare in Italia, Rhodes ha collaborato tra gli altri con Franco Battiato, ne L’imboscata (1996) e in Ferro battuto (2001).

L’ultimo suo lavoro a vedere la luce è invece la colonna sonora di Mary e lo spirito di mezzanotte, il nuovo film d’animazione di Enzo D’Alò, nelle sale in questi giorni. Tratto da un romanzo per ragazzi di Roddy Doyle, il film affronta il tema della perdita e dei sogni attraverso una storia di famiglia in cui quattro generazioni di donne si confrontano tra passato e presente. I due avevano già collaborato in occasione di La gabbianella e il gatto (1998), tratto dal romanzo di Luis Sepúlveda.

David Rhodes con Enzo D’Alò al photocall romano di ‘Mary e la spirito di mezzanotte’. Foto: Aliante

Come ha funzionato stavolta la vostra collaborazione? Cosa ti ha chiesto di fare Enzo D’Alò per il suo film e cosa ci hai messo di tuo?
Una decina di anni fa Enzo mi ha detto che stava lavorando alla sceneggiatura di un film tratto da La gita di mezzanotte di Roddy Doyle. Mi ha chiesto di leggere il libro e io l’ho ordinato su Amazon. Ricordo che era il periodo in cui stavo provando con Kate Bush in vista dei suoi concerti all’Hammersmith Apollo di Londra. Ho letto il libro e lui mi ha chiesto di iniziare a pensare a cos’avrei potuto fare. Poi, cinque anni più tardi, era il 2019, mi ha mandato una sceneggiatura. Era un animatic, uno storyboard animato, con piccoli disegni e una traccia audio provvisoria, che permette di visualizzare il ritmo delle scene. In questa traccia audio c’era molto rock: un po’ di Springsteen, un po’ di Paul Simon e un po’ di Nico. Mi piacque soprattutto quest’ultima, anche perché mi sembrava molto più adatta degli altri due. Enzo mi disse anche che c’era una canzone che gli piaceva molto, My Wild Irish Rose, scritta in origine da Chauncey Olcott negli anni ’10 del secolo scorso. Questa canzone poi è effettivamente finita nel film, nella sequenza del sogno della nonna. Anche se il lavoro in seguito è stato decisamente rallentato dall’arrivo del Covid, ho cercato di ascoltare questo brano molto attentamente, per capire se al suo interno ci fossero idee che avrei potuto estrapolare per la colonna sonora del film.

Una cosa particolare che è accaduta durante la lavorazione è che Enzo ha leggermente allungato la scena della morte della nonna perché la sua durata si adattasse al brano che avevo scritto per quella scena, che era un po’ più lungo della durata che aveva originariamente concepito. Con Enzo c’è un bel rapporto. Lui è molto diretto: se una cosa non gli piace me lo dice. È uno che sa quello che vuole nel proprio film, lo conosce come le sue tasche e sa esattamente cosa gli serve e dove. In questo caso voleva strumenti irlandesi, così abbiamo utilizzato cornamuse, flauti e arpe. Inizialmente mi ha detto che non voleva molte chitarre, quindi non l’ho usata più di tanto, anche se poi alla fine ho aggiunto qualche parte del mio strumento.

La tua colonna sonora si adatta all’ambientazione irlandese del film, forse potremmo definirla la tua visione della musica irlandese. Hai iniziato a pensarci quando il regista ti ha parlato del suo film o è qualcosa che già ti apparteneva?
Non sono assolutamente un musicista folk, anche se ho lavorato a qualche disco folk con un mio amico, Richard Evans, che poi mi ha aiutato in questo nuovo lavoro, anche per reclutare i musicisti. Da parte mia però, prima di questo film, non mi ero dedicato a questo tipo di musica, nemmeno a livello di progetto. Ho cercato di assorbire la musica folk contenuta nei dischi che avevo ascoltato, ma di non copiarla. Per me era qualcosa di quasi completamente nuovo. Ho anche scritto a Roddy Doyle, e gli ho detto che ero un po’ preoccupato, perché temevo che il pubblico potesse percepire la mia colonna sonora come non vera, non autenticamente irlandese. Lui mi ha tranquillizzato rispondendomi che non aveva mai sentito le parole “vera” e “irlandese” nella stessa frase.

Uno dei temi centrali di questo film è il “cerchio della vita”. Molti grandi musicisti ci stanno lasciando, l’ultimo è stato Shane MacGowan. A volte è colpa dell’età, altre volte di una malattia. Pensi mai al fatto che nemmeno tu sei più giovanissimo?
Sai, mi è stato diagnosticato un mieloma multiplo, un tipo di cancro…

Non lo sapevo, e ti chiedo scusa per questa domanda che può esserti parsa indelicata.
Non preoccuparti: le cose stanno così. Me l’hanno diagnosticato nel 2018, quindi negli ultimi anni ci ho pensato sì (e si fa una bella risata che solleva, almeno parzialmente, l’intervistatore, nda). Il pensiero della morte da allora c’è. La mia è una malattia curabile, che si può tenere a bada, ma torna sempre. Quindi questo pensiero per me è costante. Però sto bene e cerco di non pensare al lato negativo delle cose.

Gran parte degli appassionati di musica ti conosce come membro storico della band di Peter Gabriel, per la tua partecipazione ai suoi album e ai suoi tour. Ti dispiace che altre cose che fai non godano di altrettanta notorietà? C’è un progetto fra i tuoi del quale ti piacerebbe che si fosse parlato di più?
A me va bene così. Amo lavorare con Peter, abbiamo una lunga storia. È un grande, e gli voglio molto bene. Essere parte del suo progetto è un privilegio: si fanno cose interessanti, tutti quelli che ci lavorano tengono molto a quello che si fa e c’è un bel mix di divertimento e serietà. È molto bello, e penso di essere molto fortunato.

Ma davvero non c’è niente che tieni particolarmente a farci sapere di te come musicista e che esula da quello che fai con Peter Gabriel?
Sono arrivato a un età in cui posso scegliere le cose a cui lavorare. Ho fatto i miei due dischetti (dice proprio così, little records, riferendosi a Bittersweet (2009) e Rhodes (2013), nda) e qualche data quando sono usciti, sono stato anche in Italia, anche se, quando il progetto è sviluppato su piccola scala, è difficile che molta gente ti venga a vedere. In questo momento devo dire che la cosa che mi piacerebbe di più è continuare a lavorare per il cinema. In questo modo posso stare a casa la maggior parte del tempo, inoltre non ho un desiderio bruciante di fare un altro disco per conto mio. La tua è una domanda a cui dovrei pensare per altro po’, prima di rispondere. Ma posso dirti cosa mi sarebbe piaciuto fare: suonare per David Bowie, essere parte del suo mondo sarebbe stato meraviglioso. Kevin Killam, l’ingegnere del suono di Blackstar, è un mio amico, e mi ha detto che lavorare con lui è stato un piacere, perché era una persona buona.

Ti è mai capitato di essere in predicato lavorare con lui, di andarci vicino?
A 15 anni mi sono seduto in un pub a due sedie di distanza da lui, ma è stata la volta che gli sono stato più vicino…

i/o, il nuovo album di Peter Gabriel, è appena arrivato in formato fisico dopo le uscite “lunari” della varie canzoni. È il suo primo nuovo album dopo oltre vent’anni. Ci avete lavorato per tutto questo tempo oppure ogni tanto avete fatto delle lunghe pause?
In realtà è lui che ha lavorato a lungo sui suoi demo. Per tanti anni abbiamo lavorato insieme solo saltuariamente. Poi nell’estate del 2021 abbiamo fatto delle session con la band e in dieci giorni abbiamo registrato 18 pezzi. Un paio di mesi dopo sono tornato in studio per fare delle parti di chitarra e infine la scorsa estate abbiamo di nuovo lavorato per due-tre giorni con la band. Insomma, Peter ha lavorato a lungo alle sue canzoni, ma quando ci siamo trovati tutti insieme è stata una cosa veloce.

E invece le prove del tour che avete fatto quest’anno come si sono svolte?
Prima delle prove di quest’ultimo tour, Peter ha parlato a lungo con Robert Lepage, che aveva diretto sia il Secret World Tour che il Growing Up Tour, e con il tour manager, Dave Taraskevics, che è da molto tempo un suo prezioso collaboratore. Hanno discusso a lungo riguardo alle canzoni che sarebbero state in scaletta e ai relativi visual. Questo lavoro è durato diverse settimane, prima delle prove. Quando ci siamo trovati tutti insieme, lui aveva ben chiaro quali canzoni ci sarebbero state, che ruolo avrebbero avuto nel live e come le avrebbe volute eseguire. Se Peter arriva con le idee chiare, a me e agli altri della band va bene. In passato, in caso di dubbi, ci ha sempre interpellato, ma stavolta non ce n’è stato bisogno.

Quali sono i momenti della vostra lunga collaborazione ai quali ripensi con maggiore soddisfazione?
Come album direi il suo terzo, il primo su cui ho lavorato. Essere coinvolto nella realizzazione di un disco così interessante è stato davvero bello. Quando sono arrivato in studio ero molto emozionato. Gli altri avevano già iniziato a lavorare da un po’. Alla batteria c’era Jerry Marotta e al basso John Giblin, che purtroppo quest’anno ci ha lasciati. Noi tre abbiamo lavorato con Peter per tre settimane. Per me era una sfida, non avevo mai fatto il session man in vita mia. Avevo la mia piccola band, ma non avevo mai suonato per qualcun altro: è stata la mia prova del fuoco. Oggi suono meglio di quanto abbia mai fatto in passato, e le cose mi vengono più facili rispetto ad allora. Per quanto riguarda i live ho dei bellissimi ricordi del Secret World Tour, dal punto di vista musicale ero molto concentrato su quello che stavamo facendo.

Suonate insieme dal 1979, l’anno delle registrazioni del suo album uscito nel 1980. Sono passati quasi 45 anni. L’hai visto cambiare come musicista in un periodo così lungo?
È diventato più sofisticato, e i suoi pezzi sono diventati più complessi, più ricchi di dettagli. Però c’è da dire che già nel suo primo album ci sono tanti elementi che sento ancora adesso nella sua musica: penso in particolare all’uso del tom-tom e dei triangoli. Questo secondo me accade perché ciascun musicista ha il proprio modo di sentire la musica e gravita sempre verso questo modo di sentire.

E come persona?
Penso che con gli anni si sia allontanato da un certo spirito oscuro che a volte lo caratterizzava. Ora ha un carattere più giocoso. Lavorare con lui è sempre stato divertente, ma in passato aveva una visione del mondo più pessimistica. Intendiamoci: oggi il mondo è un brutto posto per molta gente, ma lui è un ottimista. Vuole pensare il meglio delle persone, e crede che le persone possano fare del loro meglio per rendere il mondo un posto migliore.

Tony Levin, Peter Gabriel, Manu Katche, David Sancious e David Rhodes sul palo del This Way Up Tour a Rotterdam nel 1987. Foto: Rob Verhorst/Redferns/Getty Images

Hai collaborato con diversi musicisti italiani, ma ce n’è uno in particolare che è molto amato qui in Italia…
Franco Battiato, vero?

Sì, volevo proprio chiederti di lui. Hai suonato in due suoi album e sei anche andato in tour con lui. Cosa ti ricordi del lavoro che avete fatto insieme?
È stato bello suonare con lui. Era un tipo affascinante, elegante e con un particolare senso dell’umorismo. Le session de L’imboscata si sono svolte a Parigi. Lui è arrivato con i suoi demo e abbiamo lavorato insieme. Suonare con Saturnino, il bassista, è stato un vero piacere, ma anche stare in sua compagnia. Era molto giovane allora, si vedeva che era emozionato e si comportava in maniera molto diretta. Mi ricordo che a Napoli, durante il tour, c’era una suora seduta nelle prime file, che si comportava esattamente come tutti gli altri fan. Questo per dire che con la sua musica ha toccato molte persone diverse tra loro. La cura, in particolare, penso sia una splendida canzone. Quando sono dovuto andare in ospedale ho conosciuto un’infermiera italiana che mi ha detto che è la sua canzone preferita di tutti i tempi.

Ti è capitato di frequentarlo anche al di fuori del vostro rapporto professionale?
Non tanto spesso, però mi ricordo che una volta, durante una pausa delle prove del tour, io e Saro Cosentino siamo andati a casa sua a Milano, ci siamo bevuti un bicchiere di vino e abbiamo parlato del nostro interesse per l’arte. Era una persona di compagnia, e ci capivamo bene perché parlava un buon inglese. Era curioso perché aveva un modo molto particolare di comunicare: magari, mentre mi stava parlando in inglese, passava improvvisamente al francese, o all’italiano, o al greco…

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