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David Gilmour parla del ritorno a Pompei: «È un luogo infestato»

L'ex Pink Floyd ha tenuto un concerto nell'arena, dopo l'incredibile esperienza del 1971. L'intervista

David Gilmour ha suonato a Pompei dopo il live al Circo Massimo di Roma. Foto: Giulia Razzauti

David Gilmour ha suonato a Pompei dopo il live al Circo Massimo di Roma. Foto: Giulia Razzauti

«Stasera sarà la prima volta dal 79 d.C. in cui è presente un pubblico qui!» scherza David Gilmour parlando del suo ritorno a Pompei e riferendosi alla devastante eruzione del Vesuvio che ha trasformato una grande parte della zona in cenere.

Gilmour è stato il protagonista del primo concerto rock per un pubblico nell’anfiteatro romano costruito nel 90. Quarantacinque anni fa, i Pink Floyd si esibirono nella location per uno show speciale che fu registrato nel film uscito nel 1972. Ma senza pubblico. Il suo ritorno era qualcosa in cui molti speravano.

«È una costruzione fantastica» ci ha confidato nel backstage, seduto vicino a sua moglie, la scrittrice e giornalista Polly Samson. «È un posto straordinario perché è stato preservato negli anni. Se visiti qualsiasi altro sito storico nel mondo, noti come siano spesso danneggiati. Questo invece è stato come sigillato».

Che sensazione è tornare a Pompei?
Gilmour: È un posto magico. Quando sono arrivato ieri ero come sopraffatto, come se non ci fossi mai stato prima. Sono venuto qui 10 anni fa, con i miei figli, per fargli vedere l’arena. Ma vedere ora tutte queste persone mi ha fatto un certo effetto. Dopotutto questo è un posto infestato dai fantastmi, in modo amichevole.

La sensazione è simile a quella provata nel 1971?
Gilmour: No. Stiamo per fare uno show in piena regola stasera. C’è il pubblico. C’è la pressione. Con i Pink Floyd era diverso, abbiamo suonato le stesse canzoni più volte. Stavamo registrando, il che significa che puoi fermarti, rifarlo ecc…
Polly Samson: Come una sorta di veto sulla musica
Gilmour: Non ricordo tutto con esattezza. Mi ricordo che volevamo mixare noi stessi i suoni. E se qualcuno avesse proposto di mettere qualsiasi altra musica non nostra nelle scene, avremmo sempre voluto mixarla noi. Avevamo il dovere di assicurarci che tutto suonasse bene. Tra l’altro, abbiamo registrato su un otto tracce, che non è proprio il massimo per una band.



Quali sono i ricordi più vividi di quell’esperienza?
Gilmour: Mi ricordo che Adrian (Maber, il regista) aveva un sacco di problemi tecnici. Abbiamo perso due o tre giorni. Abbiamo girato un po’ in quei momenti… Camminata sul Vesuvio annessa. È stato meraviglioso. Mi ricordo la temperatura altissima, dovetti togliermi la maglietta. Abbiamo dovuto incidere di nuovo qualche brano a Parigi, mi dissero che non avrei notato la differenza nel prodotto finale.
Samson: In realtà però è successo qualche casino. In alcune scene Rick aveva la barba, in altre no.
Gilmour: Sì, ci hanno fregato.

C’è una esposizione, proprio nella zona dietro all’anfiteatro, in cui ci sono foto e cimeli dell’esperienza dei Pink Floyd a Pompei che viene spesso nominata come “l’idea più pazza del rock”. Ti ricordi la tua reazione iniziale all’idea del film?
Gilmour: L’idea fu di Adrian Maben. E noi abbiamo pensato, “beh, perchè no?”. Non penso che nessuno di noi abbia pensato che sarebbe stato accolto in una maniera così positiva e per così tanto tempo. Tutto il merito è suo.

Quando l’avete visto per l’ultima volta?
Gilmour: Mi ero ripromesso di vederlo mentre venivo qui ma non l’ho fatto. Non l’ho guardato per anni… lo trovo straziante.
Samson: Mi ricordo una volta, mentre lo stavi guardando. La tua reazione è stata, “Ugh”.
Gilmour: Un sacco di materiale che abbiamo girato è andato perso…

Il motivo che mi fa abbandonare spesso l’idea di guardalo è quanto foste noise all’epoca
Gilmour: Vero, eravamo molto sperimentali. Penso di essere in una fase in cui ancora cerco di sperimentare in tutto quello che faccio, ma non è paragonabile a quegli anni. Mi ricordo un sacco di serate, di concerti nei primi anni in cui sentivo di essere nel bel mezzo di un periodo fantastico. Ma in altri momenti pensavo: «Oddio, non ci stiamo riuscendo». Penso sia stato quello a farci ridimensionare un po’.

Hai recentemente messo One of These Days, traccia dal film, all’interno della scaletta. Com’è stato rivisitare il brano?
Gilmour: Molto divertente. La faremo anche stasera.



Quando questo show a Pompei è stato annunciato si parlava di inserire molti di quei brani nella scaletta. Cosa succederà stasera?
Gilmour: Sicuramente non faremo Echoes. Stiamo provando a fare cose che più o meno riportino le persone agli anni ’70. Ma sto lavorando su nuovo materiale, su un nuovo album, e quella rimane la mia motivazione principale per svegliarmi la mattina e lavorare. Non abbiamo deciso di eliminare le novità a favore delle cose vecchie.

Come ti sei sentito quando sei entrato qui?
Gilmour: Elettrizzato.

Beh, ora sei anche un cittadino onorario di Pompei.
Gilmour: Pazzesco.

Un bilancio su questo tour? Ti sei divertito?
Gilmour: È stato bello. Dio solo sa quando potremo farlo ancora. Selezionare posti meravigliosi e suonarci è stato bellissimo. Il mio obiettivo è quello di trovare posti come questi. Mi sto godendo il momento e penso che per un po’ sarò a posto. La mia vita non è tutta on the road. Ho tante altre cose nella mia vita, ho i miei figli. Ormai è diventato un lavoro part-time.

Ti sei portato i bambini qui?
Gilmour:
Qui ce ne sono due, quello di 21 anni e quello di 19. Si stanno divertendo molto. Mio figlio Joe qualche tempo fa è salito sul palco durante il soundcheck e ha fatto finta di essere me (ride).

Che sensazione è tornare e fare tutto questo da solo?
Gilmour:
Difficile da spiegare. Essere un solita è quello che ho fatto per gli ultimi 20 anni. Non mi ricordo bene com’era con i Pink Floyd. Nella mia mente è una cosa che appartiene al passato.
Samson: Ma sarebbe bellissimo se Rick fosse qui.
Gilmour: Eccome.
Samson: In qualche modo, credo sia uno degli spiriti che ci sono qui. Quando siamo qui la sua assenza si sente davvero molto.
Gilmour: Sarebbe bello suonare Echoes, ma non lo farei mai senza di lui. C’è qualcosa di speciale nel modo in cui io e lui la suonavamo. Non si può insegnare a nessuno.

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