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David Byrne: «Sicuri di volere altre canzoni come quelle dei Talking Heads?»

«I fan non vogliono pezzi in quello stile, vogliono tornare adolescenti». 'American Utopia' è ora un film di Spike Lee. È l'occasione per parlare con Byrne dell’ossessione per la sua vecchia band e di blackface

Illustrazione: Mark Summers

David Byrne se la passa piuttosto bene da quando come tutti noi ha iniziato a vivere in quarantena. Tanto per cominciare, in cucina è migliorato. «Sembra il titolo di una canzone country: Cooking for One, cucina per uno», dice il cantante, 68 anni, sorridendo su Zoom. «Alcuni piatti sono molto buoni, altri sono completi fallimenti, ma tanto non lo scoprirà nessuno. Mangio anche quelli, poi però non ci provo più».

Byrne si è tenuto parecchio impegnato anche fuori dalla cucina. Supervisiona Reasons to Be Cheerful, un sito che racconta storie di cambiamenti positivi nel mondo. E ha collaborato alla produzione di David Byrne’s American Utopia, adattamento cinematografico dello show di Broadway dove suona pezzi solisti e dei Talking Heads con un gruppo di musicisti liberi di girare per il palco. L’ha diretto Spike Lee, di recente ha debuttato su HBO, offre uno sguardo più approfondito sul backstage, include immagini delle famiglie afroamericane vittime di ingiustizie i cui nomi sono cantanti da Byrne e gli altri durante la cover di Hell You Talmbout di Janelle Monáe.

Tra una canzone e l’altra, Byrne incoraggia il pubblico a votare, discute le capacità del cervello umano, spiega come ha fatto a vedere il mondo in una luce diversa. Tutte idee che tornano anche in questa intervista.

Dopo aver visto il film, la canzone Every Day Is a Miracle mi è rimasta dentro. Come fai a iniziare ogni giornata come se fosse un miracolo?

Ci sono mattine in cui mi sveglio e mi deprimo leggendo i giornali online. A volte mi rigiro nel letto e decido di restarci un altro po’. Altre volte mi dico che ho tanto da fare. Spesso sono cose di poco conto, ma va bene. Faccio del mio meglio. Trovo gioia nelle piccole cose.

Che cos’hai scoperto lavorando con Spike Lee?
Il suo incredibile entusiasmo per il lavoro. È contagioso. È eccitato da quello che fanno gli operatori, gli attori, la band. Trova energia in quel che fa e questa cosa spinge tutti a lavorare meglio.

Cosa fai quando vuoi rilassarti? 

Faccio un giro in bici, magari con amici e musicisti della band. Andiamo a Brooklyn, nel Queens, nel Bronx, ovunque, esploriamo altri quartieri. Sì, è esercizio; non è rilassante e non te ne stai seduto in poltrona, ma sei all’aperto. Sei in compagnia di altre persone. Vedi un nuovo quartiere e un posto di cui non sapevi nulla, espandi l’orizzonte del posto in cui vivi, lo capisci un po’ meglio. È davvero bello.

Mi piace il fatto che il film di American Utopia si chiuda con voi che andate in bici. 

Credo di essre l’unico ad avere usato la bici per tutto l’inverno, ma solo perché vivo da quelle parti. In tour ci portiamo delle bici pieghevoli. Le portiamo con noi sul bus, permettono di esplorare le città in cui suoniamo.

In American Utopia racconti della versione gioiosa di Everybody’s Coming to My House da parte di un gruppo di ragazzini. La tua versione, però, mette ansia. Che cos’hai imparato dalla loro performance?
Non sempre sono del tutto consapevole di quel che scrivo. Una situazione simile, con i bambini che interpretano una mia canzone, mi aiuta a capire che cosa volevo dire, di cosa stavo scrivendo. Hanno sollevato velo e me l’hanno rivelato, una bella cosa.

Nel film canti Hell You Talmbout di Janelle Monáe e assieme alla band reciti i nomi di afroamericani ingiustamente uccisi. È questo che significa essere un buon alleato della causa? 

Ho imparato che abbiamo tutti un qualche veleno dentro di noi ed è importante capire che non ne siamo immuni. Nessuno lo è. Devi lavorare e imparare a rigettare quel veleno, liberare il corpo, ma non basta la pura forza di volontà. Serve il lavoro. E a volte tanto tempo. Forse una vita intera. È un processo.

Di recente hai ammesso che negli anni ’80 hai usato la blackface e la brownface in un promo dei Talking Heads. Ti sei scusato. Cosa hai imparato da quest’esperienza?
L’avevo praticamente dimenticato. Mi sono detto: «Dio, guarda qua. I tempi sono cambiati. Ok, lo dirò apertamente e non ne farò un grosso problema. Ne voglio parlare e riappropriarmene, così che la gente possa capire che sono cresciuto e cambiato». Ma come ho detto, è un processo. E devo dare merito a chi ha accettato e capito le mie scuse. Credo che sapessero che ero in buona fede, che ho fatto bene a pubblicare tutto.

Una parte dello show è dedicata all’importanza del voto. Che cosa diresti agli apatici?
Direi loro che questa è la nostra occasione. Il voto è una grande opportunità da sfruttare per cambiare il modo in cui siamo rappresentati, influenzare la direzione del Paese e le decisioni che vengono prese. Lo dico nello show che la percentuale dei votanti nelle presidenziali americane è del 55%. È poco. Eppure votare non è difficile. Sì, dobbiamo occuparci di come viene impedito agli elettori di esercitare il loro diritto di voto, del gerrymandering, del voto postale, ma bisogna trovare una soluzione. I miei genitori sono arrivati in questo Paese tanto tempo fa, ma io ho la cittadinanza da solo 10 anni. Avevo tutto il resto – pagavo le tasse eccetera – ma ho pensato: devo poter votare.

Hai detto che ti disturba il fatto che il partito Repubblicano non abbia rotto con Trump. Come hai fatto a riconciliarti con chi vuole supportarlo nonostante tutto quello che ha fatto? 

È davvero dura. Capisco chi è deluso dalla politica. Capisco chi si sente ignorato, chi dice di non avere una voce, chi ha perso il lavoro a causa della delocalizzazione, chi si sente guardato dall’alto in basso dalle élite e tutto il resto.

C’è questa idea nel Paese secondo cui chi non ha successo è pigro e merita di fallire, ma non è così. A forza di sentre certe cose la gente finisce per cercare un capro espiatorio. È colpa dei cinesi? Degli immigrati? È colpa di tutti quelli che non sono come me? È un sentimento comprensibile. Non che lo condivida, ma in parte posso capirli e dico che dobbiamo fare meglio di così.

Il testo di I Zimbra, un brano dei Talking Heads, si ispira a una poesia nonsense del poeta dadaista Hugo Ball. Come si fa a capire quand’è il momento di fare cose senza senso?
Non si può. Mia figlia ha un bambino piccolo e sono orgoglioso di avergli fatto capire come usare la centrifuga per l’insalata con la testa.

È stato Brian Eno a suggerirti di usare quella poesia. Quali sono le cose più importanti che hai imparato da lui? 

Abbiamo lavorato ogni volta in modo diverso. Con i Talking Heads era una cosa, con My Life in the Bush of Ghosts era uno scambio continuo: uno faceva qualcosa,  l’altro reagiva di conseguenza e il processo continuava fino a costruire qualcosa. Con altri progetti c’è stata una divisione del lavoro più specifica. In Everything That Happens Will Happen Today, per esempio, aveva scritto un sacco di musica che non sapeva come utilizzare, quindi gli ho detto che mi sarei occupato solo di testi e melodie vocali e gli ho garantito che non avrei incasinato il suo materiale, ed è andata bene. Ogni volta scopriamo un modo nuovo di lavorare assieme.

Che musica ti piace, oggi? 

Sto lavorando a una playlist di cover, ce ne saranno alcune davvero inaspettate. Dolly Parton fa Stairway to Heaven. Una ragazza, Lissie, fa Dreams dei Fleetwood Mac. Father John Misty un pezzo di Leonard Cohen, Anthem. Tante cose inaspettate. Sono occasioni in cui gli artisti rivelano un aspetto inedito della canzone. Spesso accade per sottrazione: la canzone ha un certo arrangiamento che sei abituato ad ascoltare e quando se ne liberano capisci di cosa parlava davvero.

Chi sono i tuoi eroi e perché?
Il musicista brasiliano Caetano Veloso, che conosco da anni, è come un mentore. C’è un documentario in cui è solo in una stanza e parla del suo arresto durante la dittatura brasiliana. È interessante perché riesce a trovare qualcosa di umoristico anche in quella situazione, negli aspetti più surreali. Grazie a dio non è stato torturato. Lo si vede quasi sorridere, come se pensasse: “Era tutto assurdo, surreale, ridicolo”. Altre volte è commovente ed emozionante. Come molti altri artisti, vive un cambiamento costante, esplora generi diversi e modi diversi di fare musica, è di grande ispirazione.

Una volta avete suonato assieme Nothing but Flowers, un brano che dice “anni fa, ero un giovane arrabbiato”. Come hai imparato a metterti alle spalle il passato? 

Non credo di aver fatto niente di davvero orribile, ma ci sono tante cose del mio passato che mi imbarazzano, pessime decisioni. Ho scritto canzoni meno buone delle altre, performance o tour o chissà che altro in cui non ho colpito il bersaglio. Alla fine ho capito una cosa: per fortuna abbiamo una memoria fallace, la gente ti perdona e perdona alcune delle cose che hai fatto, così da permetterci di cambiare, crescere e diventare persone diverse. Grazie a dio alcune cose si dimenticano.

Cosa stai leggendo di interessante? 

Di recente ho iniziato L’ordine nascosto di Merlin Sheldrake. Parla di funghi. I funghi sono onnipresenti, eppure nessuno li rispetta come meritano. C’è questo network miceliale sottoterra, collega gli alberi e le piante, non solo i funghi, così che possano comunicare attraverso una sorta di internet fungina. Comunicano anche gettando particelle chimiche nell’aria, ma succede soprattutto sottoterra. Quel libro è una sorpresa dopo l’altra.

I tuoi fan sono ossessionati dal periodo dei Talking Heads. Cosa possono fare per andare avanti?
C’è un periodo della nostra vita, forse la fine dell’adolescenza o poco dopo i 20 anni, in cui formi la tua personalità, il modo in cui ti relazioni col mondo e con le persone. La musica è una parte importante di questo processo. Per alcune persone quella musica sono le canzoni dei Taking Heads, che hanno ascoltato in un periodo formativo.

Posso capire che chi ha vissuto quella musica in quel periodo della sua vita faccia fatica a trovare qualcos’altro all’altezza. Non si tratta di me. Non si tratta di chiedersi se sono in grado di scrivere canzoni all’altezza di quelle dei Talking Heads. So di poterlo fare. Ma anche se scrivessi canzoni come quelle, chi ha vissuto quella musica in un certo momento della sua vita non le troverà mai e poi mai all’altezza delle vecchie cose. Non è colpa dell’autore. È la vita.

A proposito di Talking Heads, mi è sempre piaciuta Heaven, dove canti: “La band è in paradiso, suona la mia canzone preferita / la suonano ancora, la suonano tutta la notte”. Che canzone sceglieresti da sentire in paradiso? 

Una dei Beatles, Strawberry Fields Forever. È molto nota, ma quando l’ho ascoltata per la prima volta mi ha sconvolto. Non mi stanca mai. Ma insomma, non ho mai smesso di ascoltare la musica uscita dopo, chessò, il ’73. Sono andato avanti.

Sei ancora convinto che il paradiso sia il luogo dove non accade nulla? 

Sì. Come si fa a concettualizzare l’idea di perfezione? Iniziamo dicendo che non è un gruppo di persone che suona l’arpa, ma uno stato di beatitudine. Qualunque sia questa beatitudine, funziona come un grande loop. Va avanti all’infinito, non importa se il tuo stato di beatitudine è in un club o in una festa, è un loop infinito ed è pura perfezione. Ovviamente, descritto così è ridicolo.

Che consiglio daresti al te stesso più giovane? 

Non preoccuparti della tua vita privata. Andrà tutto bene.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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