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Dave Kilminster: «Ho scoperto ‘The Wall’ sei mesi prima del tour con Roger Waters»

Il chitarrista racconta le sue esperienze accanto all'ex Pink Floyd: il processo d'apprendimento, le tecnicalità che diventano fondamentali, le contestazioni. «C'erano risse fuori e dentro lo stadio»

Dave Kilminster nel tour di Roger Waters 'Us + Them', nel 2017

Foto: Chris McKay/WireImage

Si chiama Dave ed è diventato famoso per aver interpretato le chitarre di un David nei tour di Roger Waters. Per Dave Kilminster, in realtà, Gilmour non ha mai rappresentato un riferimento, perlomeno quanto a formazione e influenza musicale. Nato mancino e diventato destrorso dopo un incidente su un go-kart, nel 1991 è stato chitarrista dell’anno per Guitar Magazine grazie allo strumentale Sundance. Tra uso smodato della leva, armonici artificiali, tapping e sweep-picking, è un chitarrista moderno capace di un approccio rumoristico allo strumento, alla Hendrix o Jeff Beck, e di una melodiosità e una fluidità di fraseggio da degno epigono di Steve Vai. Un po’ come l’amico Guthrie Govan, di cui ha preso il posto nella band di Steven Wilson per il tour americano del 2015.

Nel 2002 Kilminster era stato la chitarra solista dei Nice di Keith Emerson in luogo di un altro David (O’List), registrando con l’ex ELP Vivacitas (Live at Glasgow 2002). La svolta arriva qualche anno dopo, nel 2006. Un annuncio su un giornale trovato quasi per caso, poi un provino con altri chitarristi che lo porta al suo primo grande tour con Roger Waters per la riproposizione di The Dark Side of The Moon. È la chitarra solista della tournée, accanto al veterano Andy Fairweather Low, prestandosi anche come voce per alcune canzoni (da menzionare le ottime performance vocali su Money). Non lascerà più la band dell’ex Pink Floyd, suonando in tutte le date dell’enorme The Wall Live dal 2010 al 2013, nelle apparizioni del turbolento tour Us + Them – recentemente pubblicato in album – e nelle incisioni da remoto con Waters e la sua band nel corso del lockdown.

In attesa del nuovo tour dell’ex Floyd This Is Not a Drill, posticipato per via della pandemia, col suo consueto humor inglese Dave si è prestato a qualche domanda relativa alle sue più significative esperienze con Roger Waters.

Partiamo da The Wall. Come ti sei avvicinato a un lavoro così complesso?
Non so se lo sai, ma non ero un fan dei Pink Floyd e quindi la prima volta che ho sentito The Wall è stato  all’incirca sei mesi prima del tour. A quel punto, ho comprato l’album e l’ho messo su in macchina molto spesso. Dovevo abituarmi alle canzoni e alle loro strutture. Ho poi trascritto ogni singola parte di chitarra presente nell’album e questo perché: 1) c’erano davvero troppe cose da ricordare; 2) non avevo idea di quali sezioni Roger mi avrebbero chiesto di interpretare.

Sei il chitarrista che ha suonato più volte dal vivo le principali sezioni di chitarra in The Wall. Che cos’ha di interessante chitarristicamente e musicalmente quel lavoro?
Adoravo suonare Hey You, perché ha un suono e un’accordatura insoliti, ed è perfetta per iniziare il secondo set. Anche le ripetizioni di chitarra e gli echi nell’incipit di Another Brick in The Wall, Part 1 mi piacevano molto. Ma era uno spettacolo interessante da suonare, in generale, perché contiene così tanti colori differenti. Suoni il basso su una traccia, poi la chitarra classica, poi l’elettrica, il banjo, di nuovo la chitarra, ma con l’accordatura Nashville. Non ti annoi mai.

L’unica cosa a cui ci è voluto un po’ per abituarmi era la mancanza di connessione con il pubblico. Il palco principale era a chilometri di distanza dal pubblico, più indietro del normale a causa dei mattoni che cadevano alla fine dello spettacolo. Ma anche quando suonavamo sul palco anteriore, vestivamo i panni di una band surrogata. Avevo i capelli legati all’indietro e indossavo occhiali scuri, quindi neanche in quella sezione dello spettacolo riuscivo a entrare in connezzione col pubblico. Mi sentivo come un musicista in uno spettacolo di Broadway.

Ti sono state date particolari indicazioni nell’interpretare il musicista della surrogate band?
Non proprio, dovevamo solo vestirci di nero, indossare gli occhiali scuri e sembrare molto seri… E non era facile perché Snowy White cercava di farmi ridere tutto il tempo.

Quali erano i rapporti, le gerarchie? Avevate margini per inserire qualcosa di vostro o Roger era autoritario?
Era tutto coreografato in modo piuttosto rigido, non c’era spazio per aggiungere la tua personalità. L’intero spettacolo riguardava The Wall, noi eravamo soltanto dei musicisti.

Che cosa c’è di diverso tra un semplice concerto rock e una rappresentazione drammatica e a tratti violenta come quella con Roger Waters?
Sono narrazioni piuttosto cupe, quindi a volte scendevo dal palco sentendomi giù. Specialmente in The Wall, dopo il primo set, perché nell’intervallo facevamo suonare un pezzo di Gustav Mahler – l’Adagietto della Quinta Sinfonia, se ricordo bene – ed era tutto molto cupo e triste. Quindi non è che si rida troppo in quei momenti, ma amo la musica quando è così dark e drammatica.

Il tour Us + Them ha creato non poche polemiche visti i diretti riferimenti al dibattito politico internazionale e ai suoi protagonisti, da Trump a Bolsonaro. Hai mai avuto paura che durante le esibizioni accadesse qualcosa a causa delle dichiarazioni politiche di Waters?
Una volta o due (ride, nda). C’erano persone che mi lanciavano addosso di tutto nell’ultimo tour in Brasile, quando l’hashtag #NOTHIM è apparso sullo schermo. Mi hanno poi detto che anche nello stadio erano scoppiate molte risse, prima dentro e poi fuori. Bolsonaro è terribile, ma la gente si stava facendo seriamente del male, così abbiamo deciso che non avremmo dovuto menzionarlo nelle altre tappe brasiliane, anche se… alla fine il riferimento c’era sempre. E poi, ovviamente, suonare le parti anti-Trump dello spettacolo in America ha reso alcuni momenti, come dire, mmm, interessanti.

Sei sempre soddisfatto del suono ottenuto o ti manca la possibilità di avere un palco più ridotto in cui tenere tutto sotto controllo?
Tieni conto del fatto che riproduciamo tutto su una traccia click, dobbiamo indossare monitor in-ear modellati sulle nostre orecchie, quando li metti sono come tappi per le orecchie. A quel punto, decidi tu cosa vuoi o hai bisogno di sentire durante lo spettacolo. Quindi il suono è sempre quello.

Non è un po’ alienante suonare così?
Alienante? Forse un po’ sì. Gli in-ear ti separano dall’ambiente dell’arena o dello stadio, e la distanza dal pubblico rende ancora più difficile la connessione a livello emotivo. Ma è il problema degli spettacoli negli stadi: possono essere un po’ impersonali, ma almeno puoi fare uno spettacolo enorme, croce e delizia.

Sulla base della tua esperienza, rispetto a venti o trenta anni fa, come è cambiato il pubblico di questi concerti?
Beh, non vedo più le ragazze che mi fulminano con lo sguardo, il che è un peccato (ride, nda). Presumo che la differenza principale stia nel fatto che ora ci sono i telefoni che fanno i video. Sono sicuro che quarant’anni fa le band non si preoccupavano di sperimentare un po’ di più sul palco e di far debuttare nuove idee da utilizzare per le canzoni. Non potevano essere filmati con facilità, per poi mostrarli al mondo intero, quella stessa sera. Io esempio ora sono meno propenso a correre rischi e dilungarmi improvvisando, perché sono consapevole di essere sempre filmato. E la gente vedrà gli eventuali errori che fai sperimentando e divertendoti. È triste ma è la natura umana.

So che ti ispiri Hendrix. Se lui, ai tempi di Woodstock, considerava la chitarra come un bombardiere B-52, tu come concepisci lo strumento?
Come un angelo… un angelo che urla.

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