Dave Grohl e i Foo Fighters nella Hall of Fame: «Che fortuna sfacciata» | Rolling Stone Italia
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Dave Grohl e i Foo Fighters nella Hall of Fame: «Nel posto giusto al momento giusto per 25 anni»

Il rocker racconta le reazioni della band, la sua prima cerimonia, l’erba fumata in camerino con Miley Cyrus e Joan Jett, il ritorno dei concerti, il sogno di premiare i Devo

foo fighters medicine at midnight

Foo Fighters

Foto: Brantley Gutierrez

Negli ultimi dieci anni Dave Grohl ha vissuto un momento memorabile dietro l’altro grazie alla Rock and Roll Hall of Fame. Nel 2013, ha indossato un kimono e una parrucca bionda per suonare 2112 insieme ai Rush. L’anno dopo, quando i Nirvana sono entrati alla prima nomination, ha suonato i pezzi del gruppo con Krist Novoselic. Era la prima volta dalla morte di Kurt Cobain, nel 1994. Passato un altro anno, ha improvvisato con Joan Jett. Dopo lo show, si sono strafatti in camerino con Miley Cyrus.

Il 30 ottobre 2021 sarà probabilmente un’altra serata memorabile per lui, grazie all’ingresso nella Hall of Fame dei Foo Fighters. Come i Nirvana, la band è stata scelta al primo anno di eleggibilità. Poche ore dopo l’annuncio, Rolling Stone ha telefonato a Grohl per chiedergli come ha preso la notizia e quali sono i piani del gruppo per il futuro.

Congratulazioni.
Grazie.

Chi ti ha dato la notizia? 

Il mio manager John Silva. Siamo insieme da 31 cazzo di anni (ride).

La tua prima reazione?

Ero sorpreso e ovviamente felice. Lavorando al libro ho molto pensato agli ultimi trent’anni. Ho scritto della mia infanzia in Virginia, dell’ingresso negli Scream, dei primi tour e dei Nirvana, ma ho sorvolato sui Foo Fighters (ride).

Non so perché, dico davvero. Di recente ho realizzato che suono nella band da metà della mia vita. In un certo senso, non scrivendone è come se negassi tutto quello che ho fatto negli ultimi 25 anni. Credo che dipenda dal fatto che sono sempre al lavoro su qualcosa di nuovo, non passo troppo tempo a vantarmi del passato. Penso al futuro. Oggi, invece, è stata una giornata più riflessiva del solito.

Poco fa stavo scrivendo la storia di come abbiamo costruito uno studio nel mio scantinato, in Virginia, per registrare il terzo album. Ho pensato: cazzo, sono passati 22 anni (ride). È assurdo. Sono contento soprattutto per Pat (Smear), Nate (Mendel), Chris (Shiflett), Taylor (Hawkis) e Rami (Jaffee). Nessuno si immaginava che sarebbe successo.

Ne avete già parlato? 

Abbiamo una chat di gruppo. C’è una catena di messaggi belli gioiosi. Abbiamo fatto uscire un comunicato che parlava del fatto che nella Rock and Roll Hall of Fame c’è un membro dei Germs (si riferisce a Pat Smear, ndr). Poi ho realizzato che sono due, c’è anche Belinda Carlisle!

È assurdo. So che anche le Go-Go’s sono entusiaste… 

Sì. Pat è felice per loro. Ha detto: «Avrò qualcuno con cui passare il tempo». Ma tutta la lista di quest’anno è importante. E incoraggiante. Tina Turner, ovviamente, si merita tutti i premi che ha ricevuto. Anche Carole King è un nome grosso, come le Go-Go’s. Vedere tante donne tra i premiati è incoraggiante.

Tu, invece, sei finito nel club di chi entra per ben due volte…

Assurdo.

Sei uno dei premiati più giovani di sempre, Eric Clapton ti batte di poco. Lui aveva 48 anni.
Beh, a 52 anni è un bel complimento. Mi chiedono ancora i documenti per comprare le sigarette. Ma sì, è difficile rendersi conto di cosa sta succedendo. È davvero così.

La prima volta che sei entrato nella Hall of Fame è stata incredibile, emozionante, anche se non sapevi cosa avresti suonato. Questa volta sarà più una festa, immagino…

Sì. Ovviamente l’ingresso dei Nirvana è stato un momento agrodolce. Ma eravamo felici di esserci, soprattutto per onorare la straordinaria musica di Kurt. Stavolta ci sarà un’atmosfera diversa, ne sono sicuro.

Quando hai registrato la prima cassetta dei Foo Fighters, credo che non ti aspettassi di finire a suonare nelle arene, figuriamoci alla Hall of Fame…

Se mi aspettavo di farci una carriera l’avrei presa più seriamente, molto più di come ho fatto nei sei giorni in studio con il mio amico Barrett Jones. Sono queste le cose a cui penso più spesso.

Ma c’è qualcos’altro, un filo che lega i 25 anni in questa band: sembra che tutto ci capiti per caso. È davvero così. Dal gruppo nato da quella cassetta, che avevo finito di incidere proprio nel periodo in cui i Sunny Day Real Estate si stavano sciogliendo, così Pat Smear ha potuto ascoltarla e offrirsi per suonare… Poi abbiamo fatto il secondo disco e abbiamo chiuso il nostro contratto grazie a una clausola di quello di Gary Gersh, il presidente di Capitol Records. È lui che aveva ingaggiato i Nirvana in Geffen. La clausola diceva che se avesse lasciato l’azienda, anche noi saremmo stati liberi di andare. E così è andata. Nessuno ci obbligava a essere una band. Abbiamo deciso di continuare perché lo volevamo. Abbiamo costruito uno studio nella mia cantina, senza sapere cosa stessimo facendo, con l’insonorizzazione fatta appendendo ai muri i sacchi a pelo.

Ne siamo usciti bene, abbiamo vinto dei Grammy… non so che dire. Mi sembra che i Foo Fighters siano stati nel posto giusto al momento giusto per 25 anni di fila.

Non ci sono molte altre rock band con hit radiofoniche. La vostra sembra quasi una lotta contro la forza di gravità…
È divertente. Non c’è mai stata una riunione per decidere cosa fare con la nostra carriera. Siamo sempre i soliti otto amici che da 25 anni seguono il loro istinto. Se una cosa non ci fa sentire bene, non la facciamo. Può essere una roba ridicola come un video o qualcosa di importante come saper dire dei no.

Non saprei… Siamo gioiosamente inconsapevoli di tutto quello che succede nell’industria discografica e nel pop, e questo grazie alla fortezza che ci siamo costruiti attorno quando abbiamo fatto il nostro studio, dove registravamo dischi prodotti dai nostri amici.

Pensa a come ho incontrato Greg Kurstin. L’ho visto in un ristorante, non sapevo neanche che facesse il produttore. Sapevo solo che suonava nei Bird and the Bee, la mia cazzo di band preferita. Sono andato e gli ho rotto le palle lì al ristorante. Tipo: sono un tuo grande fan, sei un genio. Se non l’avessi incontrato, non so dove sarei oggi. Ci sono tante cose della nostra storia che mi fanno sentire così. Il primo concerto da headliner a Wembley… era un evento di beneficienza, il Live Earth. Tantissime band dovevano andare via per suonare altrove e ci hanno messi in cima alla lista, vicino a Madonna. Avevamo le luci e 20 minuti di tempo, così ho detto: facciamo come al Live Aid, suoniamo i pezzi che la gente conosce.

Sul palco ho scherzato: torniamo qui l’anno prossimo, saremo headliner per un paio di serate. Dopo un anno è successo davvero! Due serate allo stadio di Wembley, cazzo! Quando succedono cose simili, come questo premio straordinario, ripenso agli ultimi 25 anni e mi sembra che sia tutta fortuna sfacciata (ride).

State già pensando alla cerimonia? Vi piacerebbe suonare con le Go-Go’s o uno degli altri artisti? 

Io sono nato vicino a Cleveland. Quando penso all’Ohio, penso alla mia famiglia e alla piccola città di Warren, dove sono nato, e a Youngstown, dove abitavano i miei nonni. Non ho ancora pensato alla jam. Ma non vedo l’ora di riportare lì mia madre e mia sorella, così possiamo passare un po’ di tempo con mio zio Tom.

Salire sul palco con tutta la band sarà un bel momento…

Credo che parlerò meno di tutti, è tempo che gli altri dicano la loro.

Spero davvero di vedere anche Tina Turner. 

Sarebbe incredibile. Chi altro c’è? Todd Rundgren, ovviamente. E Jay-Z. Ma dio, stare sul palco con Tina Turner o Carole King? Te lo immagini? (Ride) Sarebbe pazzesco.

Sono convinto che la cerimonia sia meglio a Cleveland. E tu ci sei già stato un paio d’anni fa, con Joan Jett…

Ricordo bene com’era stare lì, salire le scale verso il palco… le cerimonie possono essere incredibilmente lunghe. Per fortuna, la performance di Joan Jett era all’inizio. Abbiamo suonato e dopo qualche ora sono andato in camerino a bere. Sono finito a farmi una canna con Joan e Miley Cyrus (ride).

Io non fumo spesso erba. Ricordo che dopo essere tornato giù ho incontrato Jerry Lee Lewis e mi sono messo a fissarlo. Non ci sono parole per descrivere come mi sentivo. Ero in trip. Poi alla fine dello show è stato premiato Ringo. C’era un produttore che correva in giro per cercarmi, voleva che cantassi il finale di With a Little Help From My Friends. Mi ha detto: «Dave! Dave! Devi salire sul palco fra due minuti! Facciamo il finale!». Per me era impossibile. Ero così fatto che mi sono nascosto dietro Stevie Wonder (ride).

È incredibile. Insieme a te c’erano due dei Beatles, Bill Withers, i Green Day, Stevie Wonder…
Tanta roba da gestire (ride) Di sicuro quest’anno non fumerò, te lo assicuro.

Immagino che suonare dal vivo ti manchi molto, anche se pochi giorni fa hai partecipato al grande evento di Los Angeles…

Oh, sì! Suoniamo, facciamo le prove e registriamo da sei mesi. Siamo pronti. L’altra sera, però, non era un normale concerto in cui sali sul palco e fai i tuoi pezzi. Finalmente potevo condividere la mia musica con altre persone. Per sei mesi abbiamo suonato solo per i ragazzi della crew. Non ne potevo più, cazzo.

Stare sul palco e vedere l’eccitazione e la gioia di un vero pubblico… Ho visto gente che non ci aveva mai ascoltato prima, te lo garantisco, e ballavano come se fossimo la loro band preferita, perché eravamo tornati in una situazione tangibile, di comunità, dove le persone condividono qualcosa. La musica esiste per questo. Mi ha fatto sentire benissimo.

Ovviamente, appena scesi dal palco avevamo già voglia di rifarlo. E succederà. Conosco i nostri programmi, ci sono concerti. Credo che ci sentiremo esattamente come quella sera al SoFi Stadium.

Tornando alla Hall of Fame, entrerà anche Randy Rhoads. È una bella occasione per celebrarlo. 

Sì. Mi piacerebbe saper suonare i suoi assolo, ma sfortunatamente dovrà farlo qualcun altro. Sono davvero felice per Ozzy, sono sicuro che per lui sarà una giornata emozionante.

Sei entrato nel comitato che sceglie i candidati. Chi ti auguri verrà premiato in futuro?

Dovrò spingere per i Bad Brains, di nuovo (ride). Mi piace il processo, vedere tutti i membri insieme a condividere conoscenze e opinioni. Ogni volta che esco da uno di quegli incontri ho imparato qualcosa di nuovo. Sono convinto che tutte le voci coinvolte siano legittime. Ed è un gruppo ricco di diversità. Non siamo una manciata di rocker che discutono della migliore band hair metal degli anni ’80. È divertente. Mi piace. E ovviamente c’è una vagonata di artisti che meriterebbe di entrare nella Hall of Fame.

A me vengono in mente i Devo. 

Amico, li ho tirati fuori più di una volta. Ecco il mio pitch: «Quando il nome della tua band diventa un insulto che ti viene rivolto mentre sei inseguito da un camion pieno di bifolchi, allora meriti di entrare nella Rock and Roll Hall of Fame». Sai quante volte mi hanno chiamato Devo quand’ero un ragazzino punk di Springfield, Virginia? “Vaffanculo, Devo!”. Era un continuo. Per questo li voterò.

È tutto. Ci rivediamo a Cleveland. Sarà fantastico. 

Sì. Quand’è, a ottobre?



Il 30 ottobre.
Beh, arriverà in fretta. Abbiamo ancora molte cose da fare, amico mio.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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