Dargen D'Amico: «Viviamo in un'epoca di disillusione e illusionismo» | Rolling Stone Italia
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Dargen D’Amico: «Viviamo in un’epoca di disillusione e illusionismo»

E lui in quest'epoca ci vive benissimo e allo stesso tempo sembra un alieno. Qui racconta 'Bir Tawil', uno dei dischi più matti e interessanti degli ultimi mesi, un flusso libero di pensieri su basi schizzate

Dargen D'Amico

Foto press

Bir Tawil è il nome di un territorio desertico al confine tra Egitto e Sudan, un «terra di nessuno che nessuno vuole», nella definizione di Dargen D’Amico, che ha deciso di battezzare così il suo nuovo album. La sua terra di nessuno, in questo caso, non è geografica, ma una dimensione sospesa nel tempo: si tratta dei mesi che ha trascorso in studio per lavorare a questo disco, in un’atmosfera rarefatta e fuori dal mondo, in cui si è sentito libero di sperimentare fino in fondo.

Non che la cosa sia nuova, per lui: con ognuno dei suoi album solisti precedenti (il primo, Musica senza musicisti, risale al 2006, ma la sua carriera è iniziata negli anni ’90 insieme a quelli che poi sarebbero diventati i Club Dogo, ai tempi noti come le Sacre Scuole) si è imposto all’attenzione del pubblico come un rapper di culto, un giocoliere che tiene in equilibrio parole, sottointesi e doppi sensi trasformando le rime in immagini potentissime e surreali. Da “Ti prego torna / per te mando SMS alla Madonna” a “La mia generazione non ha futuro / Ma ha ancora voglia di ballare / Per questo sposta i mobili contro il muro”, molte sue rime sono diventate veri e propri slogan per i suoi fan. Questo nuovo album è ancora più ricco di suoni, immagini, suggestioni, presentati in strati talmente sovrapposti da risultare spesso quasi inestricabili. In una parola, è un lavoro complesso, nel bene e nel male.

«È la fotografia di un anno particolare, in cui ho inserito input che appartengono a universi molto distanti tra di loro», racconta Dargen. «A un primo ascolto potrebbe contenere troppe informazioni, però è il numero di informazioni che fisiologicamente sono in grado di dare, perciò penso che sia il numero naturale».

In che senso, è stato un anno particolare?
Non parlo del 2020 – che ovviamente è stato particolare per tutti, visto che siamo stati costretti a trascorrere più tempo del dovuto con noi stessi – ma del 2019, perché l’album l’ho scritto allora. È stato un periodo di passaggio e di riflessione, in termini personali e di musica. Mi sono reso conto che avevo davvero voglia di fare concerti, cosa che non mi capitava da tempo: avevo un po’ perso la magia del portare le mie canzoni dal vivo, perché mi ero abituato a una certa dinamica standardizzata nei live, ma dopo un lungo periodo di silenzio cominciavo a sentirne la mancanza.

Beh, che dire, tempismo perfetto!
Sì, come spesso accade, non siamo perfettamente in synch con l’epoca in cui viviamo (ride). Dal vivo Bir Tawil avrebbe avuto un’altra faccia, ma almeno non rischio di rovinare la resa dell’album finale facendo un live inferiore al disco. Non voglio cominciare a progettare formule alternative per suonarlo, perché ho capito che in questo momento è meglio non fare pronostici. Nel contempo però sento un grande bisogno, da spettatore, di andare a vedere i concerti degli altri, soprattutto insieme a tante altre persone.

Hai dichiarato di aver prodotto quest’album «senza conoscere le leggi del gioco e le regole della musica». Cosa intendevi dire?
Non ho mai capito esattamente come funziona il mondo della discografia e credo si intuisca dai miei lavori. Ho sempre prodotto le uniche canzoni che ero in grado di produrre in quel dato momento, non avevo alternative o scelte. Non sono portato a frequentare il mondo dello spettacolo o il mercato: per me è difficile, ho dei tempi molto più lenti e lunghi periodi di chiusura. Però cerco di partecipare alla scena underground con degli episodi istintivi. Il tutto senza avere ancora capito i meccanismi della musica.

Però tu di musica ne ascolti tanta…
Sì, ma non sono scientifico: non lo faccio per imparare a ricostruire le canzoni che mi piacciono o a riprodurle. Per me l’ascolto è un’esperienza sensoriale importante, è il mio modo per dare un significato all’esistenza delle orecchie. In questo periodo non sono in una fase di ascolto contemporaneo, quindi non ascolto i dischi che escono in questo momento: nell’ultimo mese ho praticamente prosciugato gli ultimi due dischi di Flying Lotus, un artista che avevo abbandonato anni fa, e che ho ritrovato con dei suoni pazzeschi e una compressa e complessa stereofonia. Mi ha regalato parecchie soddisfazioni.

In effetti c’è qualche analogia tra la tua musica e quella di Flying Lotus: né tu né lui siete particolarmente affezionati alla forma-canzone, ad esempio.
Da parte mia non c’è una volontà in questo, a dire il vero: cerco semplicemente di riprodurre fedelmente l’immagine della canzone che ho già in testa. A volte sono più attaccato all’idea che al brano reale. Faccio molto più fatica a lavorare a brani pop, paradossalmente, perché devo creare qualcosa che parte da una richiesta esterna e ha determinati standard.

Però, innegabilmente, la tua è musica più complessa rispetto al pop e al rap di questi ultimi anni, che tende molto alla semplificazione, sia in termini di testi che di struttura e melodie. Come ci si sente a uscire con un lavoro così ricco in un panorama in cui la musica è davvero basic?
Per me è identico a com’era prima, quando si tratta di comporre i brani. Quando poi escono e devi veicolarli cercando di rientrare dei costi di produzione, però, ti rendi conto che ci sono delle difficoltà oggettive. Detto questo, tutti hanno il diritto di avere un disco da ascoltare, e quindi non mi pongo il problema se sarà un disco che ascolteranno in 10, 100 o 1000 persone.

In Jacopo dici “La parola è morta, non ha più importanza”. È quasi impossibile non leggerci un riferimento al rap e alla sua evoluzione…
In generale, non solo nel rap, ci siamo avvicinati all’estrema sintesi: vogliamo essere brevi e veloci in tutto, dai social alla musica. Ci si esprime per immagini, più che tramite le parole. Da questo nascono fenomeni interessanti: l’epica delle emoji o meta-linguaggi come i meme. Come tutti i Sagittari, mi incuriosisco facilmente ed è affascinante vivere in un periodo di così grande disillusione e illusionismo. Sono contento di essere qui oggi, perché è un’epoca storica che avrei voluto vivere se fossi nato in un altro periodo.

A questo punto non posso che chiedertelo: in che altra epoca avresti voluto vivere?
Banalmente, sono un grande fan della Belle Époque. Sarebbe stato fantastico viaggiare, partire da Parigi e arrivare in estremo oriente, visitare Tokyo e Osaka nel primo decennio del 1900. Un gran bel momento storico in cui esistere.

Tornando alla musica hip hop, ti riconosci ancora nella definizione di rapper?
Con il passare degli anni, ho abbandonato le etichette: se dicono che sono un rapper non ho niente in contrario, se vogliono chiamarmi cantautore neanche. Sono abbastanza certo che nessuno mi chiamerebbe mai violinista però, anche se mi piacerebbe.

Tra i brani più immediati del disco, quelli in cui è facile identificarsi, c’è Boulevard Verona, una canzone sull’amore semplice, diretta e onesta…
Nella mia memoria ho una serie di piccole visioni legate a vicende sentimentali andate male, e sono semi da cui è facile far nascere una canzone: non ho fatto altro che annaffiarli. L’immagine principale è quella di uno scatolone di oggetti appartenenti alla persona con cui ti sei appena lasciato: sarà capitato a tutti di averne tra le mani uno, quando finisce una relazione lunga e l’altra persona trasloca altrove.

In un’altra tua canzone, Abbastanza, dici “Perché mai mettercela tutta se tanto tutta non è abbastanza? Forse è sufficiente abbastanza”. Ma tu non sei uno che ce la mette sempre tutta?
Ce la metto tutta finché non sento che è abbastanza. Prima di scrivere effettivamente un brano, sono abituato a palleggiare le idee nella mia testa per un po’, così da essere più essenziale e più esplosivo quando bisogna tradurre i concetti importanti in parole superficiali. Il cervello funziona meglio della carta, è molto più selettivo, sa quali informazioni sono necessarie e quali no. Lascio fare a lui, è più tecnologico di qualsiasi oggetto l’uomo abbia concepito. Quando è sicuro di avere abbastanza materiale per scrivere, mi metto al lavoro.

Un esempio concreto del tuo processo di scrittura?
Se dovessi fare un brano sul vestito di Spider-Man – dico a caso – non lo scriverei subito sulla carta: rifletterei per qualche tempo su come ci si sente nei suoi panni, un pensiero mi porterebbe ad un altro e l’altro a tutt’altro. Quando questa catena di pensieri diventa troppo ingombrante per restare nel cervello, è il momento di prendere carta e penna e di trasformarle in testo, per alleggerire la mia RAM interna. Quando ho il materiale grezzo, mi metto anche a comporre la musica, se così la vogliamo chiamare. Ma non c’è una regola vera e propria, soprattutto per Bir Tawil, in cui sono rientrato nel viaggio della produzione musicale e ho passato mesi a svagarmi col beatmaking fino alle prime luci del mattino, fino a che non ne avevo abbastanza, proprio quell’abbastanza di cui parlavamo prima: quando sei arrivato a quella soglia e puoi liberarti dei sensi di colpa e delle responsabilità che ti senti di avere, soprattutto privatamente.

Nel tuo caso le responsabilità sono parecchie: i tuoi fan ti venerano come un idolo, non nel senso pop del termine, ma proprio come il vitello d’oro della Bibbia…
(Ride) Beh, siamo un clan ormai, ormai è quasi una convention revival: ci conosciamo tutti, ci teniamo in contatto, magari sentendoci una volta all’anno, come capitava con le festività natalizie fino al 2019. Esistono persone che ascoltano in profondità ciò che faccio: e questo crea un ricircolo di energia, che da loro torna a me e io ritrasmetto.

Tornando a Bir Tawil, hai incluso nella tracklist anche una traccia da 13 minuti (Non sono più innamorato) e una da 9 (Vedova). Da dove ti sono uscite?
Possono sembrare due brani simili, ma sono molto diversi. Passando molto tempo in studio, capita che un giorno tu veda le cose da un punto di vista e poi il giorno dopo lo cambi, e anche quello dopo, e così via. Tutte le sfaccettature ci appartengono, quando cerchi di unirle in un’unica canzone, il risultato è Non sono più innamorato, ad esempio, che in sintesi è un freestyle. Vedova, invece, è nato nella testa, per sedimentazione: la vita da studio non c’entra. Onestamente, in quest’album non sono riuscito neanche io a tenere le fila del mio lavoro: mi sono lasciato andare perché voglio accettarmi. Per tante tracce, quando le ho riascoltate prima del master, alcuni passaggi mi sembrava di ascoltarli davvero per la prima volta.

Cambiando completamente argomento, correggimi se sbaglio, ma nel documentario Unposted di Chiara Ferragni a un certo punto sembra che tu faccia capolino in una delle sue storie di Instagram, sullo sfondo. È possibile?
Non che io sappia, ma sono stato più volte in compagnia di Chiara nell’ultimo anno, da quando ho cominciato a lavorare come autore nel team di Federico (Fedez, nda). Sono comparso in alcune storie di Chiara, ed è stata un’emozione molto forte.

Quello dei rapper che fanno da autori ad altri rapper – ovvero i cosiddetti ghostwriter – è ancora un argomento piuttosto controverso in Italia. Tu come ti poni rispetto a questo?
Mi piace lavorare a canzoni che non canto. Però non mi definirei ghostwriter perché le firmo, o meglio, le firma Jacopo (nome di battesimo di Dargen, nda). Se rispondessi a questa tua domanda adesso, sembrerebbe che sia Dargen a rispondere, e come Dargen non voglio prendermi la responsabilità di qualcosa che fa Jacopo, anche perché Jacopo probabilmente non risponderebbe, e sicuramente preferirebbe che non lo facessi neanche io. Abbi pazienza.

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